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La "pista cifrata" dell'università italiana PDF Stampa
Mercoledì 30 Gennaio 2013 11:21

Luciano Governali - La cronaca dell’ultimo autunno ci ha raccontato di un mondo della scuola in subbuglio per i tentativi del governo Monti di scaricare anche sull’istruzione pubblica le tensioni derivanti dai piani di risanamento europei. Ogni singolo provvedimento e dichiarazione dei ministri deve però essere letta alla luce di un disegno complessivo, una visione della società e delle istituzioni della formazione propria di questo governo e probabilmente rimasta invariata, per buona parte del capitalismo italiano, nel corso di decenni.

L’istruzione secondaria e superiore (licei, istituti e università), cui siamo abituati a conferire il carattere “di massa”, nacque nella seconda metà degli anni cinquanta, fra mille resistenze e dibattiti accesi che in pochi anni videro completamente stravolti i posizionamenti politici e le interpretazioni della classe dirigente. Le prime proposte pubbliche di riforma e intervento sull’istruzione vennero elaborate fra il 1947 (il 12 aprile venne istituita la Commissione Nazionale di Inchiesta dall’Assemblea Costituente) e il 1951 anno in cui venne presentato il primo disegno di legge a firma del Ministro Gonnella (1).

Senza scendere nell’analisi dettagliata di quelle proposte, è storicamente riconosciuto che l’impianto teorico e politico rimaneva quello che dieci anni prima aveva ispirato la Carta della scuola di Bottai (2): si riproponeva una differenziazione sempre più marcata dei percorsi formativi con un livello d’istruzione secondario diviso in classico e tecnico, oltre all’istituzione di una scuola secondaria normale copia fedele della scuola artigiana prevista da Bottai. Tutto questo non può essere semplicemente ridotto alla continuità nell’operato del Ministero dell’Istruzione, seppur notevole, fra l’immediato dopoguerra e il ventennio, continuità dovuta anche all’ampio corpo di funzionari e dirigenti fascisti di cui si circondò il Ministro Gonnella (3).

In realtà l’idea di un’università concepita come ultimo stadio formativo solo per alcuni, di un’istruzione come strumento di cristallizzazione dei ruoli, e quindi delle disuguaglianze sociali, è propria di una certa classe politica di allora senza che ciò abbia subito notevoli mutamenti nel corso dei decenni. Nell’ottobre del ‘49 il Ministro Gonnella esponeva chiaramente la sua idea: «Nella società ci devono essere ufficiali e soldati: non tutti ufficiali e non tutti soldati», il problema stava nel metodo da trovare per selezionare «ufficiali e soldati» senza dichiararlo esplicitamente fra un metodo di selezione democratica e quello delle caste chiuse si prediligeva il secondo (4).

Ma intanto il mondo ribolliva. L’ingresso dell’Italia nel novero delle nazioni industrializzate comportava uno stravolgimento delle relazioni produttive e della funzione sociale di numerose istituzioni, quelle dell’istruzione in primis. L’aumento del reddito pro capite e l’avvento della società dei consumi espandeva il bisogno e la voglia di accedere a sempre più elevati livelli d’istruzione, considerato da allora in poi dalle masse (e non dalla classe dirigente) strumento di ascensione sociale per scardinare una società immobile. Nel frattempo anche la borghesia italiana ravvide l’esigenza di mutare la natura dell’istruzione, in rapporto alle esigenze produttive di un apparato industriale che, in pochi anni, avrebbe portato un paese semiagricolo ad essere la settima potenza industriale del mondo.

Studi e pubblicazioni misero in evidenza la necessità di aumentare il numero di laureati (5), mutando i termini di un dibattito politico che in pochi anni avrebbe stravolto le modalità di accesso ad ogni livello d’istruzione: prima l’istituzione della scuola media unificata nel 1962 (6) e la conseguente abolizione dei percorsi formativi professionalizzanti, poi le liberalizzazioni degli accessi all’università realizzata in due tempi e in forma ampiamente bipartisan: la delega delle decisioni alle singole facoltà nel 1961, poi la completa liberalizzazione del 1969. La liberalizzazione rappresentò però un’esigenza mai del tutto accettata da una certa classe dirigente che, già due anni dopo, propose il celebre disegno di legge 2314, noto come legge Gui, il cui impianto si basava su una rigida differenziazione dei percorsi formativi (un primo biennio per il conseguimento del diploma, la laurea e infine il dottorato dopo due anni dalla laurea).

La liberalizzazione e l’annullamento di qualsiasi differenziazione formativa nelle scuole superiori, unita all’enorme espansione dell’utenza universitaria che ne conseguì, determinarono la priorità d’obbiettivi di tutte le politiche riformatrici assunte dai successivi governi: la differenziazione e i molteplici livelli di laurea furono al centro di tutte le proposte di riforma organica dell’univesità dagli anni sessanta ad oggi. Le esigenze produttive, le spinte della società, la forza delle mobilitazioni del nascente movimento operaio, hanno determinato i profondi mutamenti normativi e strutturali dell’istruzione secondaria e superiore, ma la combinazione anche permanente di questi elementi non è bastata a sradicare dalle menti di un certa classe dirigente l’idea di una società organica, in cui «ogni organo ha una sua differenziazione ed una sua funzione[…].

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NOTE:

1. Per le conclusioni dell’indagine si veda Commissione Nazionale d’Inchiesta per la Riforma della Scuola, Le conclusioni dell’inchiesta nazionale per la riforma della scuola in La riforma della scuola, fascicolo conclusivo, Roma 1949.

2. Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 401-402; Massimo Miozzi, Lo sviluppo Storico dell'Università italiana, Firenze, Le Monnier, 1993, pp. 143-144.

3. Elemento di continuità fortemente contestato in quegli anni dal PCI. Si veda Lucio Lombardo Radice, Due scandali nella scuola, in «l’Unità», 3 gennaio 1950 e Idem, Citazioni dai testi del signor Padellaro, in «l’Unità», 7 gennaio 1950.

4. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, I legislatura, Discussioni, 24 ottobre 1949.

5. SVIMEZ, Mutamenti della struttura professionale e ruolo della scuola. Previsioni per il prossimo quindicennio, Giuffrè, Roma 1961; SVIMEZ, Trasformazioni sociali e culturali in Italia e loro riflessi sulla scuola, Giuffrè, Roma 1962.

6. Sull’istituzione della scuola media unica cfr. Guido Crainz, Storia del miracolo italiano, Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma 2003; Silvio Lanaro, Storia dell'Italia repubblicana. L'economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni '90, Marsilio, Padova 1996; Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini, Storia dell’Italia Unita, Garzanti, Milano 2010.

 


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