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Quando la bolla formativa è esplosa nella scuola Stampa
Lunedì 22 Ottobre 2012 14:12

Claudia Boscolo - Sono molti i dubbi circa l’opportunità di incoraggiare i giovani a specializzarsi nell’insegnamento attraverso un tirocinio del costo di un master universitario, per poi immetterli in una professione ormai satura.

Tenendo conto che il 50% del personale docente neoimmesso in ruolo sarà chiamato dalle graduatorie ad esaurimento costituite dai vincitori di concorsi precedenti e abilitati SSIS, le quali non sono per nulla esaurite, e quindi che solo il rimanente 50% dei futuri insegnanti verrà selezionato dalla graduatoria dei neoabilitati del Tirocinio Formativo Attivo (TFA), e inoltre che gli aspiranti all’abilitazione al TFA sono per lo più insegnanti che hanno già anni di servizio grazie alle graduatorie di terza fascia, c’è già all’attivo un esercito di aventi diritto in attesa di passaggio a tempo indeterminato nella scuola pubblica.

 

Perché allora formarne altro, con costi insostenibili per giovani appena usciti dalla laurea triennale? In un articolo intitolato Abitare la diaspora della conoscenza (pubblicato su Loop, n.° 17), Roberto Ciccarelli e Francesca Coin affrontano la questione della “bolla educativa”, ovvero quel processo per cui i costi (non solo economici ma anche sociali) dell’educazione superano di gran lunga i profitti che essa dovrebbe garantire.

“Get yourself an education è il mantra che anche noi abbiamo ereditato dagli anni Sessanta. Poco importa se oggi l’istruzione è definanziata, resa performativa e impotente di fronte alla contrazione del mercato del lavoro: l’istruzione – e quindi la conoscenza – resta un fine in sé, l’unico investimento meritevole di fiducia, l’unico gancio cui aggrappare i sogni”.

Tuttavia, come prosegue l’articolo, l’istruzione è divenuta “un insieme di competenze utili a ripagare un debito formativo, trovare un collocamento su un mercato che in realtà non riesce a garantire un reddito”. Gli studenti sono indebitati prima ancora di iniziare a cercare un lavoro. È un atto di pesante irresponsabilità farli indebitare ulteriormente per accedere a un’abilitazione che non servirà a nulla, perché l’esercito dei precari aventi diritto è già così nutrito che attualmente non si vede come potranno essere immessi in ruolo.

Da una prospettiva legale, il Tirocinio Formativo Attivo è in odore di incostituzionalità, sia ponendosi in netto contrasto con l’ormai citatissimo e spesso vilipeso articolo 3 della nostra Costituzione, sia costituendo un caso di clamorosa discriminazione da parte dello Stato nei confronti di un settore determinante nella sua stessa amministrazione.

Infatti, mentre agli incarichi della Magistratura e della Sanità si accede tuttora tramite concorso statale, non si vede per quale bizzarro motivo al corpo docente sia stata negata questa forma di reclutamento. Forse nell’ottica di una futura privatizzazione delle scuole dello Stato italiano?

Contrai un debito, avrai un futuro

Quando qualche mese fa gli Assessori all’Istruzione della Regione Lombardia e della provincia Autonoma di Trento proposero che i docenti venissero reclutati per chiamata diretta dai Dirigenti Scolastici, la cosa destò grande sdegno fra i rappresentanti sindacali.

L’assessore trentina Marta Dalmaso fu costretta dal suo stesso partito, il Pd, a ritrattare la proposta per non essere pesantemente boicottata in consiglio provinciale, mentre la giunta Formigoni non sembra avere conosciuto altrettanta opposizione dai suoi. In ogni caso, il governo non vide la possibilità di un’assunzione diretta degli insegnanti, selezionati con metodo aziendale, come un affronto alla scuola pubblica, ma anzi si dimostrò possibilista.

Il passaggio all’assunzione diretta sulla base di titoli ed esperienza segnerebbe un passaggio definitivo da una scuola interamente statale, parte integrante della pubblica amministrazione, a una scuola personalizzata, differenziata da gestione a gestione, con eccessiva delega dei poteri ai dirigenti.

Quale effetto potrebbe avere questo sulla formazione dei docenti? In primo luogo, se la scelta si basa su titoli ed esperienza, partirebbe la corsa ad accumulare master e corsi di formazione, con un significativo incremento dell’offerta formativa da parte delle Università. Naturalmente, non si parla di formazione gratuita e garantita a titolo di aggiornamento, come è avvenuto finora, ma di corsi i cui costi si riverserebbero interamente sugli aspiranti docenti.

La questione lascia aperto anche il grande incubo del licenziamento, che con la recente abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori potrebbe estendersi a una scuola gestita interamente dai dirigenti. In ogni caso, al netto di ogni ipotesi pessimistica sull’avvenire della scuola pubblica, propugnare l’idea che contraendo un debito ci si garantisca un lavoro, in un Europa dove cresce il numero degli overqualified disoccupati, è una strategia economica che non ha nessun futuro.

La grande beffa

Una recente scoperta che ha sconvolto i piani di molti laureati della triennale riguarda comunque l’impossibilità di accedere al test di ammissione al TFA a causa di esami mancanti indicati come indispensabili all’atto di inscrizione. Questo riguarda tutte le classi di concorso, ma le più colpite sono quelle di lettere.

Con il vecchio ordinamento era possibile accedere alle quattro classi di concorso previo superamento degli esami fondamentali delle materie di base, ovvero la letterature italiana e le lingue e letterature classiche per i licei.

A partire dal famigerato decreto del 1998 le lauree in lettere che permettono l’accesso all’insegnamento devono contenere una serie di esami obbligatori. Inoltre le lauree triennali devono essere strutturate in modo da contenere crediti formativi nelle materie fondamentali, cosicché non è più sufficiente essere laureati in lettere per insegnare lettere.

In mancanza degli esami obbligatori la laurea esclude dalle principali classi di concorso e garantisce l’accesso solo a classi di concorso secondarie come Storia dell’Arte, materia le cui cattedre sono limitate ai licei e distribuite fra numerose classi di ogni scuola, quindi i posti sono molto scarsi. Questa scoperta è stata una doccia fredda per molti laureati decisi a sostenere il test di accesso al TFA e costituisce una delle ragioni di maggior scontento fra i più giovani.

È contraddittorio che un governo, il cui leitmotiv consiste nel far spazio ai giovani, che siano proprio i giovani ad essere penalizzati da percorsi formativi che sembravano molto attraenti all’epoca dell’iscrizione all’Università e che si sono poi rivelati delle vere e proprie bolle in termini di spendibilità del diploma di laurea.

Una delle maggiori responsabilità dei ministri dell’istruzione avvicendatisi nelle ultime legislature è di avere gettato il sistema universitario nel caos più assoluto, distribuendo titoli sostanzialmente inspendibili nel mercato del lavoro a un prezzo sempre più alto per gli studenti, e affidando i corsi a personale docente assunto con contratti atipici creando una situazione di precariato universitario insostenibile e allo stesso tempo distribuendo lauree organizzate in un’infinità di moduli, con obbligo di frequenza che impedisce di poter lavorare e studiare insieme.

Laureati sempre più indebitati con un futuro lavorativo sostanzialmente inesistente che si riversano sulla scuola e scoprono che i propri crediti formativi non sono validi per l’accesso alle classi di concorso. Questa la grande beffa dell’ultima riforma dell’Università.

Una tentazione: creare conflitto tra i docenti

Nell’esercito di docenti in regolare servizio presso le scuole pubbliche italiane sono compresi anche i laureati con il vecchio ordinamento, che dopo avere intrapreso altri percorsi, come la ricerca universitaria oppure il lavoro intellettuale nel settore privato o con partita Iva, sono entrati nella scuola attraverso le graduatorie di terza fascia, e che portano nella scuola un capitale di competenze e di conoscenze acquisite in altri ambiti.

A costoro dovrebbe essere riconosciuto un percorso formativo diversificato che comprendesse anche la docenza a contratto presso l’Università, la formazione fuori dalla scuola, e tutto il bagaglio di esperienza professionale che potenzialmente può facilitare il dialogo fra la scuola e il mondo del lavoro.

Invece, al contrario, tutto ciò che è avvenuto nella vita di un individuo al di fuori della scuola non è riconosciuto né in termini di punteggio né ad alcun titolo, cosicché chi si ritrova a insegnare dopo varie esperienze deve ricominciare da zero. Oltre a ciò, con il nuovo sistema abilitante, dovrà sborsare 3000€ esattamente come un neolaureato della triennale senza alcuna esperienza lavorativa in alcun campo.

Un argomento a favore dell’assunzione diretta è che tutte queste esperienze potrebbero essere considerate qualificanti da un dirigente illuminato, senza passare necessariamente per il sistema di precedenze delle graduatorie. Tuttavia, se per riconoscere le esperienze formative e lavorative al di fuori del sistema di punteggio il pegno da pagare è la rinuncia al sistema di graduatorie che garantisce il tetto minimo di titoli per accedere all’insegnamento, è evidente che il gioco non vale la candela.

A lungo andare la concorrenza fra insegnanti formatisi secondo il percorso di studi canonico e insegnanti selezionati sulla base di titoli ed esperienza esterni alla scuola si trasformerebbe in un gioco al massacro, un’ulteriore occasione di frammentazione del corpo docente che già allo stato attuale risulta conflittuale e indebolito, a causa dei numerosi recenti ricorsi dovute a sistemi di immissione altamente discutibili.

TFA: una macchina da soldi per l'università

È evidente che un sistema architettato in maniera così antieconomica per la scuola stessa, a qualcuno deve pur giovare. A quanto pare, le uniche a guadagnarci veramente sono le Università incaricate di organizzare i TFA. Infatti, ad esse viene versata la tassa concorsuale per sostenere il test di accesso, un sistema complesso costituito da tre prove, una preliminare di accesso, una prova scritta e una orale, ovvero ciò che un tempo costitutiva il concorso pubblico.

Questo sistema di tre prove da solo impegnerà un esercito di correttori e commissari di esami, presumibilmente docenti a contratto, anche se sul sistema di formazione e reclutamento dei formatori del TFA vige a tutt’oggi un inquietante silenzio. Se verrà replicato il modello SSIS, i formatori dei futuri docenti saranno membri di dipartimento a vario titolo, spesso ignari di come si insegni nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, di quali siano le priorità educative, gli obiettivi formativi.

La tassa per partecipare al test varia dai 50€ ai 150€ per ogni classe di concorso, questo significa che ad esempio un laureato in lettere che abbia sostenuto tutti gli esami per poter accedere a tutte la classi di concorso per lettere, che sono quattro, arriverà a spendere un massimo di 600€ solo per i test di accesso e una volta passati i medesimi dovrà scegliere una sola classe di concorso per il TFA, che gliene costerà altri 2500/3000€.

Questa cifra moltiplicata per le migliaia di iscritti in tutte le Università italiane rende bene l’idea di quale sarà l’introito per le Università, per le quali la spesa effettiva di attuazione del TFA è relativamente esigua, visto che vengono impegnati docenti già attivi all’interno delle facoltà a vario titolo, e i docenti formatori che sono stati formati ad hoc per il TFA hanno comunque pagato una tassa di iscrizione alta per accedere ai corsi di formazione attivati nel corso dell’anno accademico che si avvia alla conclusione (questo per quanto riguarda l’Università di Trento, ad esempio).

In sostanza, il TFA sembrerebbe una grande macchina messa in moto per portare fondi alle Università sempre più ridotte all’osso e per avviare la scuola di specializzazione in insegnamento che a partire dal prossimo anno accademico diverrà l’unico canale abilitante in Italia, con buona pace di chi vorrebbe a un certo punto della propria vita cambiare professione e dedicarsi all’insegnamento, cambiamenti di percorso che in altri paesi europei ed extra europei avvengono con grande frequenza e che nel quadro di una concezione più ampia della vita non risultano poi così estranei alla natura umana.

In Europa: diventare insegnanti

Ma vediamo invece come vengono reclutati gli insegnanti nel resto di Europa (prendiamo solo alcuni paesi campione). In Inghilterra esiste un sistema di formazione chiamato PGCE che rilascia una qualifica di insegnante (QST, qualified teacher status). A un periodo iniziale di tirocinio (ITT, initial teacher training) segue un anno di insegnamento in prova (induction year).

Questo anno di lavoro è stipendiato. Esiste un sistema di borse di studio con cui finanziarsi il primo periodo di formazione all’Università e lo stipendio dell’anno di prova si aggira sui 27.000£ all’anno (per l’area urbana di Londra), cioè 2250£ lorde, uno stipendio più che dignitoso superiore a quello di un insegnante in servizio in Italia da vent’anni, tenuto conto che la tassazione sugli stipendi in area anglofona è nettamente più bassa che da noi.

Bisogna certamente adeguare le cifre al maggior costo della vita nel Regno Unito, tuttavia anche al netto di tutte le spese, per il primo anno di lavoro si tratta di una remunerazione più che accettabile, se si considera che in Italia non esiste alcun sistema di borse di studio per finanziarsi il TFA. Inoltre, la scarsità di informazioni sul TFA non lascia intendere se sarà possibile insegnare regolarmente a scuola e quindi guadagnare uno stipendio, durante l’anno di frequenza del tirocinio, per cui il confronto con il sistema di formazione dei docenti inglesi risulta ancora più stridente.

In Francia all’insegnamento si accede tramite due concorsi nazionali, il CAPES e l’Agrégation, che permettono il passaggio in ruolo. Si tratta di concorsi la cui complessità non ha nulla da invidiare a quella di un concorso italiano. Esattamente com’era in Italia prima dell’introduzione delle SSIS, in Francia manca completamente la formazione all’insegnamento, e una volta superato il concorso si entra in classe senza avere avuto alcun tirocinio.

Forse il lato migliore rispetto all’Italia è che la professione di insegnante in Francia è ancora rispettata, ma si tratta di un paese che ha subito un forte declino culturale esattamente come l’Italia e come noi anche in Francia si inizia a sentire il peso dei tagli voluti da Sarkozy. I salari inoltre sono sostanzialmente paragonabili a quelli italiani.

L’episodio del suicidio di una professoressa nell’ottobre del 2011 ha sollevato un grande dibattito sulla situazione degli insegnanti in Francia e ciò che ne emerso è un quadro deprimente almeno quanto quello italiano (vedi articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/tag/lyse-bonnafous/)

In Spagna la situazione degli insegnanti era molto solida fino all’avvento della recente crisi che si è abbattuta sul paese e alle conseguenti riforme economiche attuate dapprima da Zapatero e successivamente dal nuovo governo di destra.

Il sistema di reclutamento prevede concorsi pubblici (oposiciones) per accedere ai quali è necessario avere frequentato il CAP (corso di didattica post-laurea). Il concorso, molto difficile da superare, ma fino allo scorso anno indetto ogni anno con regolarità, ha garantito per decenni l’immissione in ruolo del contingente necessario e prima dei tagli uno stipendio più che buono (circa 2000€ netti al mese).

Da quest’anno, a causa dei tagli introdotti dal nuovo governo di centro-destra il concorso sarà limitato alle cattedre effettivamente vacanti e l’orario lavorativo è stato aumentato da 18 a 20 ore settimanali, con accorciamento delle vacanze estive e impegni didattici e organizzativi anche nel mese di luglio. La politica dei tagli sta quindi minando anche in Spagna un sistema di graduatorie che ha funzionato perfettamente per decenni.

In Germania invece la situazione è molto diversa. Il percorso formativo inizia con un primo anno teorico che si svolge negli Studienseminar e che si conclude con un primo esame di stato. Questo esame permette l’ingresso a un secondo anno di tirocinio e anch’esso ha termine con un esame di stato. Vi sono alcune variazione a seconda dello stato federale.

Si può accedere al percorso formativo con qualsiasi laurea triennale, e le regole variano sempre a seconda dello stato federale in cui si ottiene l’abilitazione. C’è una differenza di stipendio fra gli insegnanti precari e quelli di ruolo. La difficoltà di accesso alla professione garantisce tuttavia che chi ha seguito il percorso venga inserito a tempo indeterminato nella scuola.

In nessun paese si registra una situazione caotica come quella italiana, dove si continua ad attingere a graduatorie diverse e il precariato è protratto per un tempo impensabile all’estero.

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Claudia Boscolo scriverà sul prossimo numero di Loop ***

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