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Quante ore lavorano gli insegnanti? Stampa
Martedì 16 Ottobre 2012 11:00

Alex Marzi - Smettiamola una volta per tutte di pensare che i docenti italiani lavorino soltanto 18 ore a settimana. Soprattutto la smettano i nostri politici, i nostri ministri, quelli che in parlamento vanno solo per qualche ora a settimana, due giorni su sette, di farlo credere agli italiani che ovviamente s’incazzano visto che ne lavorano più del doppio.

La smettano anche i giornalisti, che sanno perfettamente cosa vuol dire esercitare un mestiere che impegna ben oltre il formale orario di lavoro. Smettiamola anche con i ministri che indorano la pillola dicendo che gli insegnanti italiani sono bravi, molto bravi, addirittura eroici perché, bla bla, mandano avanti la scuola pubblica, mentre contemporaneamente l’affossano per esigenze di bilancio.

Se è vero come è vero che per far ripartire casa Italia bisogna concentrarsi sulla formazione delle nuove generazioni, sulla scuola, sull’università e sulla ricerca, allora la politica del governo tecnico e del ministro Profumo risulta scellerata almeno quanto quella di Gelmini-Tremonti. I tecnici, le teste d’uovo del ministero, i politici hanno solo una vaga idea di cosa vuol dire 18 ore frontali di didattica nella scuola media.

Qualcuno di loro è docente universitario, che spesso vuol dire fare didattica nel tempo libero da altri impegni o addirittura per hobby, e crede che gli studenti siano autonomi come i ventenni che li stanno a sentire e quindi non abbiano bisogni di sorta; altri, figli di papà, hanno frequentato le migliori scuole e università private, magari convincendosi che le scuole pubbliche hanno a disposizione le stesse strutture, palestre e laboratori che loro hanno avuto la fortuna di utilizzare.

Gli aspiranti ministro dell’istruzione dovrebbero svolgere un periodo d’insegnamento in un istituto tecnico o in un professionale. Forse allora potrebbero capire che 24 ore di lezione frontale sono una pura follia, nella situazione attuale. Facciamo qualche esempio. Diverse discipline, anche a causa dei nuovi ordinamenti gelminiani, hanno già subito pesanti decurtazioni nell’orario della singola classe.

Si pensi ad esempio a Storia dell’arte nei licei, materia che dispone solo di due ore settimanali per classe. Ogni docente si trova ad avere nove classi, che corrispondono a circa 200 studenti che dovrà seguire, secondo le direttive ministeriali, uno per uno, occupandosi di incrementare le loro conoscenze e di svilupparne le competenze, oltre che di saperli valutare. Facile a dirsi.

Assegnandogli 24 ore, cioè dodici classi, sicuramente su più scuole, si troverà a che fare con 300 alunni. Lo stesso ragionamento vale per Storia, per Diritto e per le discipline scientifiche a cui la Gelmini ha ritagliato uno spazio ridotto all’osso, dilatando ulteriormente il gap con le discipline letterarie. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo alla bufala delle 18 ore. Probabilmente molti lettori (ma anche ministri e politici) sono convinti che il docente vada in classe senza aver preparato la lezione e che gli allievi siano angioletti pronti ad ascoltarlo religiosamente in silenzio per averne il massimo ritorno in termini di efficacia didattica. Ma non è così.

La lezione frontale comporta un lavoro non computato né facilmente computabile sia per quanto riguarda la sua preparazione, sia per quanto attiene alla produzione di materiali, all’uso e alla gestione degli strumenti e dei materiali di laboratorio (un tempo se ne occupavano gli Itp, insegnanti tecnico pratici, e in seconda battuta gli Atp, assistenti tecnico pratici, categorie in via di estinzione con la conseguenza che i tanto sbandierati laboratori, fondamentali per la didattica, vengono irrimediabilmente abbandonati a se stessi).

Ma il lavoro più lungo e complesso è quello relativo alla valutazione degli allievi che una volta si serviva di interrogazioni orali in classe, temi e poco altro. Oggi si richiede al docente di coltivare le competenze degli allievi e di svilupparne altre, anche quando non sono individuabili tramite verifiche. Gli si richiede di formulare test e questionari collettivi ed individuali per valutare caratteristiche non valutabili!

Dice infatti il ministero:

“… Non è possibile decidere se uno studente possieda o meno una competenza sulla base di una sola prestazione. Per poterne cogliere la presenza, non solo genericamente, bensì anche specificatamente e qualitativamente, si deve poter disporre di una famiglia o insieme di sue manifestazioni o prestazioni particolari.

Queste assumono il ruolo di base informativa e documentaria utile a ipotizzarne l’esistenza e il livello raggiunto. Infatti, secondo molti studiosi, una competenza effettivamente posseduta non è direttamente rilevabile, bensì è solo inferibile a partire dalle sue manifestazioni. Di qui l’importanza di costruire un repertorio di strumenti e metodologie di valutazione, che tengano conto di una pluralità di fonti informative e di strumenti rilevativi.

È inoltre opportuno ricordare che in un processo valutativo un conto è la raccolta di elementi informativi, di dati, relativi alle manifestazioni di competenza, un altro conto è la loro lettura e interpretazione al fine di elaborare un giudizio comprensivo. Ambedue gli aspetti del processo valutativo esigono particolare attenzione.

Quanto alla raccolta di informazioni, occorre che queste siano pertinenti (cioè si riferiscano effettivamente a ciò che si deve valutare) e affidabili (cioè degne di fiducia, in quanto non distorte o mal raccolte). Ma la loro lettura, interpretazione e valutazione, esigono che preventivamente siano stati definiti i criteri in base ai quali ciò viene fatto, deve cioè essere indicato a che cosa si presta attenzione e si attribuisce valore e seguire effettivamente e validamente in tale apprezzamento i criteri determinati.

L’elaborazione di un giudizio che tenga conto dell’insieme delle manifestazioni di competenza, anche da un punto di vista evolutivo, non può basarsi su calcoli di tipo statistico, alla ricerca di medie: assume invece il carattere di un accertamento di presenza e di livello, che deve essere sostenuto da elementi di prova (le informazioni raccolte) e da consenso (da parte di altri).

Si tratta, infatti, di un giudizio che risulti il più possibile degno di fiducia, sia per la metodologia valutativa adottata, sia per le qualità personali e professionali dei valutatori

(Linee guida per il nuovo ordinamento negli istituti tecnici, sett. 2010).

Tutto il lavoro di preparazione delle verifiche e quindi di correzione delle stesse si svolge ovviamente a casa dei docenti, di tutti i docenti, oramai, perché persino i docenti di educazione fisica propinano e valutano test ed elaborati scritti.

Ci si chieda quanto tempo extrascolastico occorre, secondo i criteri ministeriali, per correggere e valutare una e una sola prova; si moltiplichi il risultato per 300! Provi chiunque a leggere e correggere un tema d’italiano, un compito di matematica o una versione di latino: anche il più allenato ci metterà almeno venti minuti. Tutto questo lavoro l’impiegato del catasto o quello della motorizzazione non lo fa.

Dovrebbe invece farlo il professore universitario, che però non è tenuto ai criteri valutativi di cui sopra: il più delle volte valuta grossolanamente basandosi su un estemporaneo esame orale, condotto senza neanche aver conosciuto personalmente lo studente. Eppure è implicito che i docenti universitari debbano impiegare molto tempo ad organizzar lezioni.

Perché tale tempo extra non lo si considera per gli insegnanti di scuola media che con gli studenti devono intrecciare un rapporto molto più stretto e delicato dal punto di vista psicologico e motivazionale? Sono quindi 18 le ore di lavoro di un docente? Non abbiamo ancora preso in considerazione il tempo per organizzare le visite didattiche e i viaggi d’istruzione con tutte le loro problematiche burocratiche e di responsabilità: ci sarà un motivo per cui la stragrande maggioranza dei docenti cerca di evitarli?

E i consigli di classe, i collegi dei docenti, gli eventuali consigli d’istituto, le attività connesse al coordinamento delle componenti di una classe, i rapporti ed i colloqui con i genitori, le operazioni burocratiche di scrittura dei registri, dei verbali, di scrutini e pagellini, di assistenza alle operazioni di voto per le elezioni negli organi collegiali? Ma non c’è solo questo nelle 18 ore.

In qualsiasi ministero o azienda privata l’aggiornamento è compreso nell’orario, ma non nella scuola. Non tutto il corpo docente vi si dedica malgrado sia evidente la sua importanza in tempi di Lim, tablet e Wikipedia. La maggior parte dei docenti però lo fa, quotidianamente, a proprie spese, seguendo corsi, comprando libri.

Tutto tempo regalato alla scuola pubblica. Se il ministro Profumo ancora non ha capito, è meglio che gli si spieghi un’altra volta. Così fanno gli insegnanti con gli alunni. I docenti non sono più disposti a subire aggravi di lavoro a parità di stipendio quando questo è bloccato già da tempo immemorabile.

Il ministro non ha capito che espellere i precari facendo lavorare di più gli altri non è strategicamente utile e compromette la qualità dell’istruzione; che trattenere i docenti anziani impedendogli di avere la pensione determina un irrimediabile invecchiamento e l’addio al rinnovamento della scuola. Infine la responsabilità.

Ovunque nel mondo la responsabilità dei docenti è riconosciuta anche in termini di stipendio; un tempo anche nella nostra pubblica istruzione era così, come d’altra parte continua ad essere per magistrati, per dirigenti e per politici. Compito della scuola è formare cittadini e lavoratori coscienti. Non consumatori.

Agli insegnanti questo lavoro di grande responsabilità non viene riconosciuto se non a chiacchiere. Ovviamente i docenti sono disponibili a contribuire ad una seria riforma della scuola. Una riforma strutturale di svecchiamento, più in linea con i tempi, con costi contenuti. Su questo punto siamo veramente in ritardo rispetto agli altri paesi che mandano i ragazzi all’università un anno prima.