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Per le ragazze e per la scuola PDF Stampa
Venerdì 25 Maggio 2012 15:15

Paola Boffo - La cosa orribile che è successa a Brindisi richiede ad ognuno di noi di fare la propria parte per scacciare la paura, ricostruire la fiducia, aiutare la scuola a rafforzare il suo ruolo di cultura, civiltà e sviluppo. Non sappiamo quale sia la matrice dell'azione criminale, ma sappiamo che ha voluto colpire le ragazze nel compimento quotidiano del loro ruolo sociale: andare a scuola, per costruire il loro futuro e il futuro della nostra società, in una scuola premiata per l'attività antimafia condotta, e nel giorno del passaggio della XV Carovana antimafie, partita da Roma l’11 aprile per arrivare in Sicilia.

 

Questo accade mentre negli ultimi anni si sono ridotte consistentemente le risorse pubbliche per la scuola, e sappiamo invece che la spesa per l’istruzione è investimento vivo per il futuro del Paese. Ma spesso gli interventi finanziati con i Fondi Strutturali comunitari, che dovrebbero essere aggiuntivi rispetto alle risorse nazionali, sono sostitutivi rispetto ad attività non più sostenibili con i fondi ordinari, e quindi finanziano la costruzione, ristrutturazione, attrezzatura delle scuole, oppure il costo di corsi e insegnanti che svolgono attività extracurricolari.

Nel Piano di Azione Coesione che è stato promosso dal Ministero per la Coesione Territoriale si offre al Settore Istruzione l’opportunità di rafforzare le azioni finalizzate al miglioramento delle competenze dei giovani e al contrasto alla dispersione scolastica, garantendo maggiore incisività all’azione della politica aggiuntiva sostenuta con i fondi strutturali. Grazie alla focalizzazione delle strategie decisa con il Piano d’Azione Coesione si prevede di destinare parte delle risorse dei P.O. regionali alla realizzazione di interventi rispondenti ai fabbisogni dei territori dell’Area Convergenza e coerenti con la Programmazione 2007‐2013, anche attraverso prototipi di azioni integrate svolte da reti di scuole e da altri attori del territorio (privato sociale, servizi sociali, tribunale per i minori, forze dell’ordine, artigiani, operatori delle produzioni e dei servizi, parrocchie, centri dell’aggregazione giovanile e solidale, centri sportivi, associazionismo e volontariato, ecc.).

Le azioni attivate, come prevede il PAC, dovranno contribuire promuovere le competenze che garantiscono la coesione e l'inclusione sociale, sostenere le mamme sole e le famiglie nei compiti educativi e nella genitorialità e costruire buona alleanza educativa tra nidi, scuole dell’infanzia e famiglie, costruire esperienze di socializzazione attivando reti territoriali, rafforzare regie di quartiere e reti di scuole e tra scuole e altre agenzie educative, promuovere pratiche e riflessioni comuni e condivise tra docenti, educatori e promotori di sviluppo locale, promuovere la convivenza civile e la coesione sociale, la cultura della legalità e dell’empowerment, la cultura di genere e delle pari opportunità, l'educazione ambientale, trasformare le scuole in “luoghi civici” aperti alla società civile e alle esigenze di confronto tra diverse culture e generazioni.

Io credo che sia importante promuovere una Azione di Sistema, in ogni parte d'Italia che accompagni le iniziative messe in campo, per contrastare l'azione e le conseguenze che una crisi economica e sociale che si sta rilevando sempre più strutturale rischia di avere sulle più giovani generazioni e in particolare sulle giovani donne meridionali: indicatore sintetico il tasso di disoccupazione femminile nel 2011, nella fascia 15-24 anni, che è del 29% in Italia, del 39% nel Mezzogiorno (1).

Allora è necessario attivare risorse per una Azione di Sistema di questo genere, dove potrebbero essere valorizzate tutte quelle sperimentazioni realizzate da associazioni, enti, cittadini, in forma spesso volontaria, e spesso in zone di frontiera. E un intervento di sistema con questi obiettivi potrebbe essere realizzato anche attivando e valorizzando le risorse umane senza lavoro, a volte anche iperqualificate, ma sottoutilizzate, che potrebbero offrire il loro contributo al sistema scolastico in tutte le forme e con tutte le modalità di cui questo ha bisogno, tenendo le scuole aperte anche oltre l'orario consueto. Sarebbe un intervento di coesione sociale ingente e diffuso che potrebbe essere accompagnato da una misura di Reddito minimo. Potrebbe essere anche un modo per ricomporre una frattura generazionale che appare destinata ad aggravarsi e per concorrere all'inclusione sociale di fasce a rischio, attraverso il coinvolgimento in processi virtuosi che possano scongiurare l'intrapresa di percorsi di devianza anche potenzialmente capaci di generare distruzione e paura.

(1) In Italia in due anni, dal 2008 al 2010, oltre 100mila donne hanno perso il posto di lavoro. Il Mezzogiorno e’ un caso unico: il tasso di occupazione femminile raggiunge appena il 30,4%, rispetto al 54,8% del Centro-Nord. Un divario dal resto d’Europa di quasi trenta punti (la media europea nel 2010 e’ 58,2%). A fare la differenza tra il tasso di disoccupazione ufficiale del 15,4% e quello ”corretto” sono le donne che non risultano ne’ tra gli occupati ne’ tra i disoccupati, ma che ”informalmente” si barcamenano tra ricerche saltuarie e lavoro sommerso. In questo senso, includendo queste categorie, il tasso di disoccupazione corretto femminile al Sud nel 2010 schizzerebbe al 30,6%, il doppio di quello ufficiale. In cifre, i valori si triplicano: le 393mila disoccupate ufficiali, unite alle 560mila implicite, diventano 953mila. Discorso a parte, poi, per le scoraggiate, disponibili a lavorare ma non in cerca di lavoro, in base alla definizione ISTAT. Delle 893mila donne italiane che si trovano in questa condizione, 575mila sono al Sud. (Giuseppe Provenzano, SVIMEZ)

 


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