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La guerra civile in Iraq e lo spettro di un nuovo stato sunnita PDF Stampa
Martedì 05 Novembre 2013 10:09

Marco Calamai, da resetblog - Al Maliki, primo ministro iracheno, ha trovato negli Usa, in occasione della sua seconda visita ufficiale (la prima fu nel 2011, quando gli americani lasciarono il paese dopo otto anni di occupazione), un clima politico a dir poco diffidente nei suoi riguardi. Le ragioni? Il paese sta di nuovo scivolando in una sanguinosa guerra civile tra sciiti e sunniti: circa mille morti nell’ultimo mese, quasi settemila, secondo l’Onu, nell’ultimo anno. Al Maliki, che si è sempre dichiarato amico degli Stati Uniti, ha chiesto ad Obama nuove forniture militari, da pagare con il petrolio, per far fronte alla sfida, sempre più aggressiva, dei gruppi “terroristi” arabo-sunniti, legati in modo diretto o indiretto ad Al Qaeda.

E Obama, premuto dal Congresso, ha posto ad Al Maliki, due condizioni. La prima: fermare la deriva autoritaria del regime a maggioranza sciita di Baghdad coinvolgendo con decisione nel governo le minoranze irachene, in particolare quella sunnita di etnia araba (i curdi, che sono sunniti ma non arabi, restano defilati nella loro autonomia regionale e sono rappresentati nella persona del Presidente). La seconda: limitare la crescente influenza dei “cugini sciiti” di Teheran (che, ricordiamolo, sono persiani e non arabi, quindi un’altra lingua, un’altra cultura).

A leggere la stampa americana si ha l’impressione che in realtà nulla di realmente sostanziale sul piano politico sia accaduto in Iraq dopo i clamorosi errori, a dir poco, compiuti dagli occupanti dopo l’invasione americana che pose fine, nel 2003, al regime dispotico del sunnita Saddam Hussein. Quell’evento provocò il passaggio delle consegne dalla comunità sunnita, che aveva gestito il potere con mano di ferro dagli anni venti del secolo scorso, a quella sciita, ovvero più del 60% degli iracheni. Il disegno di Bush non era in realtà proprio quello: i neo conservatori volevano un regime “democratico” controllato dall’alto, formato da notabili opportunamente selezionati e fedeli agli occupanti, contrario alle ambizioni regionali del vicino Iran.

L’ambasciatore Paul Bremer, il governatore americano nel primo anno dell’occupazione (recentemente premiato a Roma da una Fondazione italo-americana che evidentemente conosce poco la vicenda irachena) riuscì a trasformare questo progetto in un autentico disastro politico di cui si parlerà nei libri di storia. Successe, infatti, che l’Imam Al Sistani, capo religioso sciita (oltre tutto iraniano) di Najaf, impose al novello Lawrence d’Arabia, L. Paul Bremer III (così pomposamente chiamato), vere elezioni in tutto il paese.
Naturalmente proporzionali il che avrebbe garantito, come in effetti accadde, una secca vittoria agli sciiti. I quali, da quel fatidico momento hanno controllato il governo. Come era prevedibile, quella vittoria, a prima vista un clamoroso successo democratico, non è diventata l’inizio di una transizione tollerante e rispettosa dell’assetto plurale della società irachena. I sunniti, abituati a comandare da quasi un secolo, si sono visti estromessi dai centri di potere e quindi anche dal pieno uso delle grandi risorse petrolifere. Al Maliki, d’altra parte, non è stato certo tenero con i suoi oppositori. Il che ha reso più facile la deriva estremista dei gruppi sunniti più violenti, eredi del partito Baath di Saddam Hussein, e portati a dialogare con l’estremismo anti sciita di Al Qaeda. Da qui gli attentati di quest’ultimo anno, in grandissima parte provocati dal Partito Islamico d’Iraq e del Levante, nelle cui fila militano guerriglieri iracheni e siriani, che agisce di concerto con Al Qaeda.

Gli Usa, quindi, continuano a pagare, l’errore voluto a suo tempo dai neoconservatori (Rumsfeld, Cheney e tanti altri) che predicavano – ricordate? – l’esportazione della democrazia con le armi. Il problema è che il conto, con l’esplosione del conflitto sunnita-sciita in tutta la regione, si sta facendo davvero salato per gli americani, anche per via della pressoché totale assenza dell’Europa nella scena convulsa del Medio Oriente, ad agire senza il sostegno di alleati stabili e fidabili. Tra questi proprio Al Maliki, che mentre conferma la sua amicizia per gli Stati Uniti (ai quali in definitiva deve il suo ruolo di Primo ministro) fa l’occhiolino agli iraniani e si dichiara neutrale nei riguardi della terrificante Guerra civile siriana, anch’essa un episodio provocato dall’interminabile conflitto tra sciiti e sunniti. Ora il rischio è che sunniti siriani e iracheni dichiarino un nuovo Stato cercando di unificare la regione centrale dell’Iraq con buona parte del territorio siriano.

Fantapolitica? In Medio Oriente, puzzle di stati artificiali e in buona parte falliti voluto a suo tempo dalle potenze coloniali, tutto è possibile. In Iraq la convivenza tra curdi, sunniti e sciiti appare sempre meno credibile all’interno dello stato che negli anni venti del novecento disegnò la britannica Gertrude Bell, l’amica delle tribù arabe che si erano alleate con gli inglesi contro l’impero ottomano.

 


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