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A Bali, ribellarsi ragionando Stampa
Martedì 03 Dicembre 2013 10:21

Monica Di Sisto e Alberto Zoratti, Comune-info - Da più di dieci anni reti di Ong, sindacati e movimenti, partecipano alle Conferenze ministeriali che l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) organizza a cadenze regolari intorno al pianeta. Da Questo Mondo Non E’ In Vendita, motore del collasso del vertice di Seattle, a la Via Campesina, dai sindacati internazionali, alle Ong, alle organizzazioni ambientaliste, ai movimenti di base, tutti  a combattere contro la ‘splendida cornice’.

Contro quella finta democrazia che ci vuole pecorelle nel presepe di un presunto governo democratico del commercio internazionale, quello della Wto, che sulla carta conta tra i 159 membri della Wto una maggioranza di Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, molti dei quali non emergeranno mai, mentre le élites trasversali a tutti i confini nazionali continuano a lucrare e speculare indisturbate

BALI – Grande albergo, sfarzoso quanto inquietante. Cornice rassicurante – fiori, bandiere colorate, gadget – ma difeso come una fortezza da guerrieri paradossali quanto armati fino ai denti. Grandi promesse, stessa vecchia crisi: subita da sempre a Sud nell’indifferenza generale, immaginata poi da pochi, infine incassata, duramente, dai più, a tutte le latitudini. Sono ormai dieci anni che partecipiamo con ostinazione, insieme alle reti di Ong, sindacati e movimenti, alle Conferenze ministeriali che l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) organizza a cadenze regolari intorno al pianeta. Da Questo Mondo Non E’ In Vendita, motore del collasso del vertice di Seattle, a la Via Campesina, dai sindacati internazionali, alle Ong, alle organizzazioni ambientaliste, ai movimenti di base, tutti ci ritroviamo da dieci anni a combattere contro la ‘splendida cornice’. Contro quella finta democrazia che ci vuole pecorelle nel presepe di un presunto governo democratico del commercio internazionale, quello della Wto, che sulla carta conta tra i 159 membri della Wto una maggioranza di Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, molti dei quali non emergeranno mai, mentre le élites trasversali a tutti i confini nazionali continuano a lucrare e speculare indisturbate.

La Conferenza Ministeriale della Wto si tiene a Bali, in Indonesia, dal 3 al 6 dicembre, quando la crisi ruggisce a tal punto che le importazioni da parte delle economie avanzate, che crescevano da qualche anno di almeno del 7% per anno, sono cadute del 12% nel 2009, e solo dal 2012 sono tornate a crescere di uno scarso 1%. Insomma,nonostante le promesse, le previsioni e, perchè no, le favolette del Fondo Monetario, dell’OCSE e della compagnia di giro che ci racconta di una crescita prossima ventura, l’economia langue e con essa le aspettative dei vecchi speculatori. Una business community che non s’è data per persa, ma che prova ad ogni piè sospinto di imporre le proprie priorità private ed interessate su quelle delle persone normali se non dell’intero pianeta.

Ecco il senso di Bali, della sua Ministeriale, delle migliaia di persone che in questi giorni convergeranno per capire se e come il commercio mondiale saprà risorgere dalle sue ceneri e con esso il Doha Development Round, il negoziato lanciato in Qatar nel 2001 ed ancora in attesa di essere concluso. Ci ha provato Pascal Lamy, già Commissario europeo al commercio, l’ex Direttore generale della Wto, oggi tocca a Roberto Azevedo, brasiliano, figlio del nuovo periodo storico che vede i Paesi emergenti diventare non solo l’ago, ma la bilancia di tutto il sistema.

Sul tavolo c’è la sopravvivenza stessa del negoziato di Doha. Non tanto quello della Wto, nonostante quei portarogna dei movimenti sociali che ne aspettano l’implosione, anche perchè come il portavoce dell’organizzazione Rockwell ha avuto modo di dire oggi, nel suo incontro con la stampa, la Wto è molto altro che un semplice negoziato: è il suo tribunale di risoluzione delle controversie commerciali, è assistenza tecnica. E’ una struttura con i suoi diplomatici e il suo segretariato.

La sopravvivenza dell’intera baracca non passa attraverso chissà quale magia, ma per l’approvazione di alcuni capitoli negoziali complessi e insidiosi come la Trade facilitation, legata all’ammodernamento e deregulation delle dogane e del’import-export che, se approvata, potrebbe sì facilitare le esportazioni dai Paesi più forti, ma renderebbe ancor più insostenibile tutto il sistema per quelli più fragili. O come la questione agricola, dove mentre il G33, gruppo dei Paesi in lenta emersione, chiede che venga una volta per tutte accettato e salvaguardato il diritto degli Stati del Sud del mondo di sostenere le proprie produzioni agricole, soprattutto se locali e piccole, e di mantenere stock pubblici per regolare i prezzi, distribuire cibo e garantire la sovranità alimentare, i Paesi industrializzati continuano a sovvenzionare un sistema agricolo industrialista e divoratore di risorse. Nulla da decidere sulle questioni che più stanno a cuore ai Paesi più fragili, come quelli africani, che aspettano da più di 10 anni che una volta per tutte si risolva la vergogna dei sussidi all’esportazione garantiti ai coltivatori ricchi del Nord, in forma massiccia nel settore del cotone da cui dipendono alcuni dei Paesi africani, tra i più poveri del pianeta. Tanto meno per ciò che riguarda la questione “sviluppo”, tanto agitata dal Sud del mondo.

Quello che potrà succedere a Bali in questi giorni non è semplice capirlo, anche se la proposta di “early harvest” fatta a Ginevra nel 2011, e cioè di accordi anticipati su alcuni capitoli e non su tutto, per far comunque avanzare il negoziato, potrebbe riproporsi trovando nuove forme. Come il pacchetto “post-Bali” che dai primi mesi del prossimo anno rimetterà le mani sulla liberalizzazione dei servizi e su quella su investimenti, appalti pubblici e tecnologie informatiche. Come in altri ambiti della Governance globale, anche a Bali, e soprattutto alla Wto ci sarà uno scontro tra titani. Tra i Paesi industrializzati, come Usa e Unione europea, oggi compagni di strada di un trattato di libero scambio transatlantico (TTIP), e i Paesi ormai emersi come Cina, Brasile, la protagonista India e l’ospite Indonesia, che nonostante le rassicurazioni del suo Ambasciatore in Italia decide di escludere dal Palazzo della Conferenza le Ong nel momento in cui interviene il suo Presidente alla giornata di inaugurazione del 3 dicembre.

In tutto questo, o forse proprio a causa di tutto questo, migliaia di persone e centinaia di organizzazioni puntano verso Bali per le iniziative dei movimenti sociali organizzate nei prossimi giorni. Dalle attività dei gruppi asiatici allo stadio di Denpasar fino agli eventi paralleli organizzati all’interno della sede del Vertice, la società civile mondiale sta mettendo uno sull’altro tutti i motivi per cui questo negoziato si dovrebbe fermare. E perchè l’unica soluzione alla crisi sociale, ecologica e economica non passa per una maggiore liberalizzazione, ma attraverso un profondo cambiamento del sistema. Fuori dal brutto presepe del libero mercato che ci fa pecore, non angeli, tantomeno pastori.