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Come ribellarsi al saccheggio Stampa
Giovedì 17 Ottobre 2013 09:25

R. Zibechi su Comune-info - Lungo la Cordigliera le cicatrici profonde delle miniere a cielo aperto, sulle pianure milioni di ettari devastati dalla geometria monotona delle colture Ogm, nell’aria la nebbia assassina delle fumigazioni. È un paesaggio miserabile, quello del modello di accumulazione del capitale che si richiama alle credenze coloniali su certe zone del pianeta destinate “naturalmente” alla pura estrazione delle materie prime. Un paesaggio che in questi anni ha fatto da specchio a un restaurato impeto predatorio dell’economia liberale, l’estrattivismo.

Da qualche tempo, tuttavia, l’irruente cavalcata del “modello” incontra notevoli ostacoli nelle strade di tutta l’America latina. Monsanto ha dovuto accantonare un mega-progetto nella provincia argentina di Córdoba. Le madri di un quartiere operaio colpito da gravi patologie causate dagli agrotossici impiegati nei vicini campi di soia hanno detto che se ne deve andare. Dall’altra parte delle Ande, intanto, sotto la pressione di una tenace campagna di protesta, la Corte suprema del Cile ha fermato lo sfruttamento delle miniere di Pascua Lama. A farne le spese, un altro pezzo da novanta: Barrick Gold, numero uno tra le corporation per la produzione di oro.

“Nell’epoca della democrazia, a essere desaparecidos siamo noi, i popoli”, dice Mercedes Maidana, che si definisce una “colla trashumante” (popolazione indigena colla, legata alla transumanza, ndt) e continua a coltivare la terra malgrado viva in una città del nord dell’Argentina. Con quella frase, durante l’incontro intitolato “Dall’estrattivismo alla ri-costruzione di alternative”, realizzato alla fine di agosto a Buenos Aires [1], Mercedes traccia un filo rosso (di continuità, ndt) tra le dittature e i regimi attuali.   In quei giorni di agosto, l’assemblea legislativa della provincia di Neuquén votava l’accordo tra Ypf e Chevrón, con il quale si estende fino al 2048 la concessione dell’area Loma La Lata in cui si utilizzerà la frattura idraulica (fracking). La repressione contro migliaia di manifestanti di fronte al parlamento locale ha provocato la protesta di sette deputati, poi usciti dalla sala.

Tre radicali, due legati alla Central de trabajadores de Argentina e altri due di sinistra, tra i quali Raúl Godoy, dirigente dell’impresa recuperata Zanón. In tutta la regione latinoamericana, si succedono conflitti a causa della resistenza dei popoli a un modello che distrugge l’ambiente e limita la possibilità delle comunità di coltivare la terra e vivere come desiderano. Tra i diversi scontri, vanno sottolineati quelli contro le imprese minerarie, le fumigazioni e le coltivazioni transgeniche. Secondo l’Osservatorio sui conflitti minerari in America latina (Ocmal), ci sono oltre 195 conflitti attivi sulle mega-industrie minerarie nella regione: Perù e Cile guidano la classifica con rispettivamente 33 e 32, seguono con 28 il Messico, l’Argentina con 26, il Brasile con 20 e la Colombia con 12. I paesi con meno conflitti minerari sono Trinidad e Tobago, il Paraguay e l’Uruguay, con uno.   I mega-impianti minerari stanno danneggiando 290 comunità.

In alcuni paesi, come il Perù, dove il 25 per cento del territorio è stato concesso a imprese multinazionali, la conflittualità ha fatto cadere due governi di Ollanta Humala e ha provocato la militarizzazione di diverse province. Tra il 2006 e il 2011, i conflitti socio-ambientali nel paese andino hanno provocato la morte di 195 attivisti. La resistenza alla soia, la principale coltivazione transgenica nella regione, si sta facendo sentire con forza in Argentina, dove Monsanto pretende di installare una fabbrica nella località Malvinas Argentinas, vicino Córdoba, per produrre sementi di mais. In quella città, le Madres de Ituzaingó sono riuscite a vincere una prima battaglia contro le fumigazioni. Ituzaingó è un quartiere operaio con seimila abitanti a sud di Córdoba circondato da campi di soia.

Madri senza figli

Sofía Gatica assicura che il suo quartiere “è stato dichiarato inabitabile nel 2005, sebbene nel 2002 le autorità avessero detto che era tutto a posto. Nel 2008 la presidentessa (Cristina Fernandez, ndt) è intervenuta per ordinare una indagine sull’impatto dell’uso degli agrochimici” [2]. La fondatrice delle Madres de Ituzaingó ha dato alla luce una figlia tredici anni fa. Alcuni giorni dopo, i reni della bimba hanno smesso di funzionare. La madre voleva conoscere le ragioni della morte di sua figlia e ha cominciato a parlare con i vicini.   Così, senza alcuna esperienza, sedici madri hanno cominciato a girare il quartiere casa per casa e hanno scoperto che gli indici dei casi di cancro sono 41 volte superiori a quelli della media nazionale. “Ci sono 300 malati di cancro, nascono bambini con malformazioni, l’80 per cento dei neonati ha sostanze agro-chimiche nel sangue e il 33 per cento delle morti avvengono a causa di tumori”, ha spiegato Sofia. L’acqua dei suoi serbatoi era contaminata dai pesticidi, una conseguenza delle fumigazioni aeree.

Le Madres de Ituzaingó hanno messo in piedi la campagna “Smettete fare fumigazioni” per denunciare la situazione in cui vivevano. Di recente, nel 2008, il ministro della salute ha ordinato un’investigazione al Dipartimento di medicina dell’Università di Buenos Aires, che ha ratificato quella fatte dalle madri vincolando l’esposizione alle sostanze agro-tossiche agli effetti sulla salute. Un’ordinanza municipale successiva ha proibito le fumigazioni aeree a distanze minori di 2,5 chilometri dalle case.   Nel 2010 la Corte suprema di giustizia ha non solo proibito le fumigazioni nei pressi dei centri abitati ma invertito l’ordine delle cose: ora gli abitanti non devono più dimostrare il danno delle fumigazioni ma sono il governo e gli imprenditori della soia a dover provare che le sostanze chimiche utilizzate sono sicure.

Essendo il terzo esportatore mondiale di soia, l’Argentina utilizza 300 milioni di litri di sostanze agro-tossiche, compresi il glifosato e l’endosulfán, già proibito in 80 paesi, a cominciare da tutti quelli dell’Unione europea, e considerato dall’Onu da non produrre e commercializzare. Nell’aprile del 2012, Sofía Gatica ha ricevuto il Premio Goldman, uno dei riconoscimenti più importanti del mondo per la lotta in difesa dell’ambiente. “Ci ha ricevuto il presidente Obama, alcuni mesi dopo abbiamo ricevuto una lettera nella quale ci dice di non poter fare nulla contro Monsanto”. Nel giugno del 2012, per la prima volta in Argentina, le Madres sono riuscite a portare in giudizio penale i responsabili. Il 21 agosto il Tribunale di Córdoba ha riconosciuto un produttore e un fumigatore colpevoli di contaminazione e danneggiamento della salute della popolazione.

La pena è stata di tre anni con la condizionale, senza carcere. “E’ stata una sentenza storica”, ha detto Medardo Ávila Vázquez, ex sottosegretario alla salute e componente della Red de Médicos de Pueblos Fumigados, perché è la prima volta che la giustizia condanna chi provoca inquinamento e malattie [3]. Lo stesso giorno, però, il ministro dell’agricoltura Norberto Yahuar presentava, insieme ai dirigenti della Monsanto, il nuovo seme della soia transgenica: Invicta RR2 Pro.   L’obiettivo delle Madres de Ituzaingó è far sì che le imprese come la Monsanto vadano via dal paese. “Creare l’alternativa sta a noi perché quello che stiamo vivendo è un genocidio nascosto in tutta l’America latina”, dice Sofia. L’impresa, invece, promette che il nuovo seme sarà “una seconda generazione della soia”.

L’attività mineraria fonte di conflitti e di crisi

Il Perù e il Cile sono i paesi con più conflitti minerari nella regione. Jaime Borda, della peruviana Red Muqui Sur, ha segnalato che a partire dal 2002 i costi per le esplorazioni minerarie nel mondo si sono moltiplicati per dieci. Ha mostrato una mappa che fa vedere “come guardano gli imprenditori del Perù”, un paese coperto da quadrati che rappresentano le concessioni minerarie [4]. Nel 2002, appena 7,5 milioni di ettari erano concessi all’attività minenraria, nel 2012 la cifra è saltata a 26 milioni, il 20 per cento della superficie dell’intero paese.   Alcune province andine come Apurímac hanno il 57 per cento della superficie concesso alle miniere. Borda ha sostenuto che l’elevata conflittualità che si registra nel paese è causata dal fatto che “la protesta è la sola forma attraverso cui il governo ascolta la comunità”. Poi si è chiesto se fosse possibile costruire una relazione nuove e diversa con le attività minerarie. La risposta non è stata semplice. Le grandi imprese minerarie, come quelle che si sono fuse recentemente, Glencore e Xstrata, hanno un controllo monopolistico sui mercati: il 70 per cento del mercato mondiale dello zinco, il 55 di quello del rame, il 45 del piombo.

“Le basi della crescita estrattiva in termini democratici si sono consumate e si torna a una crescita ogni volta più aggressiva, verticale, autoritaria e profondamente centralista”, ha detto Borda. Per questo ha sostenuto che serve “più istituzionalità sul tema ambientale, che occorre rafforzare il decentramento e l’ordinamento territoriale”, perché non è chiaro chi pianifica la crescita delle attività minerarie che stanno trasformando la regione sud in un corridoio minerario.   Il cileno Luis Cuenca, dell’Olca, ha sottolineato che il suo paese, malgrado sia il primo produttore di rame al mondo, ha rinunciato a regolare il mercato e i prezzi al punto che “le imprese transnazionali decidono dove e a quale ritmo sfruttare” [5]. L’attività mineraria è il principale prodotto di esportazione ma presuppone meno dell’uno per cento dell’impiego, il 70 per cento del quale è precario a causa dei sub-contratti.

Nel 2010 il 25 per cento del territorio era sottoposto a esplorazione e sfruttamento. In Cile il settore minerario consuma il 37 per cento dell’elettricità che produce il paese, arriverà al 50 in pochi anni, contro il 28 per cento dell’industria e il 16 del settore residenziale. Questo impone allo Stato la permanente costruzione di nuove fonti d’energia che accelerino il trasferimento forzato della popolazione e lo spostamento di destinazione da terre agricole ad altri usi. Nel frattempo, lo Stato è quello che più perde con l’espansione dell’attività mineraria. Nel 1990 la statale Coldelco concentrava il 75 per cento della produzione mineraria, percentuale che è calata al 28 nel 2007 a causa delle permanenti concessioni ai privati. Tuttavia, le entrate fiscali seguono un ordine inverso: con questa piccola percentuale della produzione, Codelco contribuiva nel 2008 al fisco per 8.300 milioni di dollari contro i soli 3.400 milioni delle imprese private, malgrado esse producano il doppio.

Gli oppositori alle miniere hanno raggiunto una importante vittoria in Cile. Dal 2000 affrontano uno scontro contro la miniera Barrick Gold che sfrutta Pascua Lama alla frontiera cileno-argentina. La giustizia ha deciso la paralisi dello sfruttamento fino a che non regolarizzerà i lavori di contenimento e utilizzo delle acque contaminate . Il progetto di Barrick, il maggior produttore di oro al mondo, per 8500 milioni di dollari, è stato paralizzato in aprile da una corte locale su richiesta delle comunità indigene della zona. Pochi giorni fa, la Corte suprema ha confermato la sospensione della miniera [6].

Di conseguenza, Barrick ha riportato una perdita di 8.650 milioni nel secondo trimestre del 2013 (il 40 per cento del suo patrimonio) e gli azionisti hanno avviato una causa contro la direzione per aver occultato e distratto informazioni a partire dall’ottobre del 2009. Potrebbe essere l’inizio dei problemi per le miniere del Cile: il nord soffre una importante crisi idrica la cui principale responsabilità ricade proprio sulla mega-impresa mineraria [7].  

Loro o noi

Il biologo Raúl Montenegro, Premio Nobel Alternativo nel 2004 [8], sostiene che “l’attuale modello agricolo estrattivo che si pratica in Argentina dovrebbe essere considerato come una variante molto estesa e superficiale della mega-industria mineraria” [9]. Montenegro afferma che con le coltivazioni non si estraggono metalli ma alimenti che poi si esportano come grano. “L’agricoltura e la mega-industria mineraria hanno in comune, inoltre, il consumo di acqua e la produzione di debiti ambientali”.

Mentre l’industria mineraria lascia depositi sterili e residui di minerali, l’agricoltura industriale “lascia cumuli disseminati di pesticidi che permangono per anni o decenni”. Con questa ottica, il biologo affronta l’attività imprenditoriale della Monsanto a Malvinas Argentinas, una località a 14 chilometri da Córdoba e a 10 dal quartiere Ituzaingó, che conta poco più di 12 mila abitanti.   Come tutte le città situate tra i campi di soia, Malvinas Argentinas subisce gli effetti dei pesticidi. Fortunatamente, spiega Montenegro, la notizia dell’arrivo della Monsanto è arrivata mentre nella società si discutono “gli effetti delle basse dosi di pesticidi sulla salute umana e l’ambiente”, grazie alla tenacia delle Madres di Ituzaingó.

Per ironia della sorte, la notizia è stata data il 15 di giugno del 2012 dalla presidentessa Cristina Fernández dagli Stati Uniti, tre giorni dopo l’avvio del processo contro i responsabili della contaminazione su Ituzaingó. Non appena si sono accorti del progetto, gli abitanti di Malvinas Argentinas hanno messo in piedi l’Asamblea de Vecinos Malvinas Lucha por la Vida a cui partecipano il collettivo Red de Médicos de Pueblos Fumigados e gli abitanti della località.   In aprile l’Universidad Nacional de Córdoba, la Universidad Católica de Córdoba e il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas hanno reso pubblica un’indagine realizzata a Malvinas Argentinas: l’87 per cento degli intervistati vuole un referendum popolare e il 58 per cento rifiuta l’installazione della multinazionale. Tuttavia, il 73 per cento delle persone ha paura di esprimersi contro Monsanto per timore di subire danni e il 65 per cento non ha fiducia nella ricerca sull’impatto ambientale che realizzerà la stessa impresa [10].

Monsanto progetta di installare 240 silos di sementi di mais transgenico con l’obiettivo di raggiungere una semina di 3,5 milioni di ettari. Il dottor Ávila Vázquez assicura che uno dei principali rischi è una malattia chiamata “polmone del contadino” che provoca la formazione di fibrosi. Un altro problema è che “in America latina non esiste un luogo dove ci siano tanti silos insieme e i chicchi sarebbero ricoperti con una pellicola di sostanze agro-chimiche” [11].   La fabbrica userà milioni di litri di sostanze agrochimiche per la cura dei semi e una parte degli effluenti “si libereranno nel suolo e nell’acqua provocando un grave danno” sostiene Ávila Vázquez.

La frontiera agricola (il limite che divide la terra dedicata all’agricoltura da quella che è ancora un’area naturale intatta, ndt) continuerà a muoversi e moriranno molti insetti. “Questi semi sono proibiti in Europa perché hanno portato alla distruzione in massa di api, farfalle monarca e coccinelle” segnala il medico.   Da parte sua, Montenegro dice che “l’Argentina avrebbe i due impianti più grandi del mondo per la pre-germinazione dei semi, cosa che rafforzerà il già scatenato modello estrattivo”. L’assemblea afferma che il municipio applica una legge provinciale che tutela meno le esigenze ambientali rispetto a quella nazionale. In aprile il Tribunal Supremo de Justicia ha dato il via libera all’opera che era stata sospesa da un’altra corte [12].   Le proteste contro Monsanto sono cresciute a partire dal 18 settembre, quando alcuni manifestanti hanno installato un presidio impedendo il transito dei camion con i materiali da costruzione degli impianti.

C’è stata una forte repressione da parte della polizia, nella quale è stata ferita Sofía Gatica. “Non permetteremo l’ingresso a nessun camion e nemmeno che la Monsanto si installi qui, perché o ci stanno loro o ci stiamo noi. Io ho già perso mia figlia”, ha detto Sofia [13].   Il 26 settembre il sindacato delle costruzioni ha sgomberato i manifestanti accampati da uno dei portoni di entrata e la Cgt denuncia i posti di lavoro che si perderebbero. [14]. Malgrado la meschinità dei sindacalismo imprenditoriale, le proteste hanno ottenuto la sospensione dei lavori il primo di ottobre a causa della mancanza di materiali.

Note:

[1] Il seminario “Desde el extractivismo a la re-construcción de alternativas” è stato realizzato il 29 agosto a Buenos Aires, organizzato da BEPE (Bienaventurados los Pobres), Red Agroforestal del Chaco e Red de Asistencia Jurídica contra la Megaminería.

[2] Intervento di Sofía Gatica al seminario “Desde el extractivismo a la re-construcción de alternativas”.

[3] Darío Aranda, “Invicta, la nueva imposición de Monsanto”, MU, Buenos Aires, settembre 2013.

[4] Intervento di Jaime Borda al seminario “Desde el extractivismo a la re-construcción de alternativas”.

[5] Intervento di Lucio Cuenca al seminario “Desde el extractivismo a la re-construcción de alternativas”.

[6] Reuters, Santiago, 25 de setiembre de 2013.

[7] Dati raccolti da Lucio Cuenca.

[8] Right Livelihood Award

[9] “Monsanto invade Malvinas Argentinas (Córdoba)”, 22 luglio 2012 su www.ecoportal.net

[10] Darío Aranda, “Agro y minería”, Página 12, 19 settembre de 2013.

[11] “Monsanto: la semilla de la discordia”, 6 ottobre 2013 in http://noticias-ambientales-cordoba.blogspot.com/

[12] “Monsanto: conflicto social e incertidumbre legal”, La Voz del Interior, Córdoba, 6 ottobre 2013.

[13] “Luchan contra la llegada de Monsanto a Córdoba”, 4 ottobre 2013 in www.olca.cl

[14] “Monsanto: conflicto social e incertidumbre legal”, La Voz del Interior, Córdoba, 6 ottobre 2013.   Fonte:  Programma de las Américas  www.cipamericas.org - See more at: http://asud.net/come-ribellarsi-al-saccheggio/#sthash.vJ8Jya7d.dpuf