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Lettera a Papa Francesco sulla Giustizia Sociale PDF Stampa
Mercoledì 14 Maggio 2014 09:02

Caro Papa Francesco,

“Tra lotta alla povertà e libertà c’è un nesso stringente” Così un ragazzo congolese mi ha detto durante una delle molte presentazione della campagna “ Dichiariamo illegale la povertà” che ho fatto. Questa in particolare era a Parma, in un campo di lavoro e di studio per giovani di diversi Paesi uniti dal desiderio di fare qualcosa di concreto e di utile per questo nostro mondo attraversato da guerre e ineguaglianze stridenti. Non a caso l’invito all’incontro mi era stato rivolto da Padre Silvio, uno straordinario padre saveriano che ha dedicato la sua vita per portare la pace nel Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo massacrato letteralmente da una guerra che non ha gli onori della cronaca ma che provoca milioni di morti, tra cui donne e bambini.

Un tema assai impegnativo, caro Papa Francesco, quello della lotta alla povertà, che penso debba essere assunto seriamente da ognuno di noi e, senza ipocrisia, dalle istituzioni.

Tutte le politiche agite a livello globale per sradicare la povertà hanno sostanzialmente fallito, perché piuttosto che occuparsi e preoccuparsi di capire e, dunque, rimuovere le cause che la producono, si sono limitate a fornire ricette che, quando va bene, sono misure tampone per le emergenze e altrimenti, spesso, diventano motivo stesso di impoverimento. Come per i piani di aggiustamento strutturali imposti dal FMI.

La povertà impedisce di essere liberi. E i tanti nuovi poveri che abitano le numerose megalopoli urbane nel mondo sono i nuovi schiavi della modernità.

La libertà, quella personale ma anche quella sociale e politica implica una possibilità di scelta. Ma la povertà la inibisce dall’interno e svuota ogni desiderio. Senza libertà non c’è democrazia , né cittadinanza.

Fino a qualche decennio fa si suddivideva il mondo tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Le politiche pensate da quelli ricchi erano chiamate politiche di sviluppo concepite per i Paesi in via di sviluppo. Ciò che muoveva, però, quelle politiche era in fondo la stessa volontà di dominio già sperimentata ai tempi del colonialismo. E la nuova classe dirigente che si formava in quei Paesi beneficiati dai Paesi donatori era costruita a immagine e somiglianza di questi ultimi: studiava nelle loro università e respirava la stessa aria. Gli uomini e le donne di quei Paesi restavano poveri o ancora più impoveriti, espropriati delle loro culture e tradizioni.

Non voglio banalizzare. Ma indicare i problemi di fondo che si sono determinati a seguito di quelle scelte. Si, perché le politiche neoliberiste che si sono affermate non sono la soluzione dei problemi ma parte e causa stessa dei problemi dell’impoverimento.

Cito solo l’esperienza argentina degli anni della crisi senza approfondire elementi perché tu la conosci direttamente. Le politiche imposte per il rientro del debito fecero saltare ogni garanzia sociale, produssero disoccupazione e disperazione. Lì, molti lavoratori e lavoratrici presero su di sé il carico di una nuova ripartenza e nacque la grande e significativa esperienza delle imprese recuperate che dura tutt’ora. Ma molti nuovi poveri riempirono le villas miserie e le strade con i cartoneros.

Oggi i poveri sono sempre di più e crescono anche in quei Paesi che si sentivano ricchi! E’ nata una nuova figura di povero quella del working poor. Perché, anche quando si lavora, il salario ricevuto non basta per vivere. Ce ne sono in Italia, in Spagna in tutti i paesi del sud dell’Europa ma anche nella ricca Germania. La forbice tra chi è ricco (pochi) e chi è povero (tanti) si è allargata. L’ingiustizia e la diseguaglianza sono la costante , ovunque. Le crude statistiche ci indicano ad esempio che un amministratore delegato di un’azienda guadagna 46 volte di più di un quadro medio. Si può parlare allora di libertà e di democrazia?

I gesti che hai compiuto e che continui a compiere da papa vanno dritti al cuore e alla testa delle persone, credenti e non. Indicano cose assi concrete come la ricerca di una riconciliazione in Siria per scongiurare una nuova guerra o anche l’appello ad aprire i conventi per ospitare profughi e migranti ma hanno anche molto di simbolico. Per cambiare il mondo e renderlo più giusto bisogna ridare senso alle cose e alla vita, nel rispetto di tutti i viventi umani e non. La rigenerazione delle relazioni richiede coraggio, semplicità , autenticità e ricostruzione dell’immaginario delle moltitudini spesso piegate e consumate dalle crisi e dai rapporti di produzione ineguali.

Tu sai e puoi farlo. Non si tratta di sognare un mondo migliore, bensì contribuire a liberare spazi di desiderio, potente agente di trasformazione, oggi, invece, imprigionato nelle gabbie delle compatibilità economiche.

Ma quale desiderio si può mai esprimere se, come in Italia, i nostri giovani, donne e uomini, sono costretti a tirare alla giornata dentro le maglie strette della precarietà? Se molte persone vagano tra i cassonetti dei rifiuti per pescare cose da mangiare perché altrimenti impossibilitati? Se l’istruzione e lo studio sono divenuti per troppi studenti solo accesso formale e non garanzia di imparare, perché i tagli alla spesa sociale impediscono loro diritti costituzionalmente normati ?

Ecco, appunto, la povertà non è una condizione naturale, quanto una costruzione sociale.
Da qui si deve ripartire : per sradicare la povertà occorre battere le strade della giustizia.

Infatti non sono i poveri ad essere i criminali, come, invece, molta feroce retorica ha indicato in questi anni. Penso alle delibere fatte da tante Amministrazioni Comunali contro i mendicanti. Per ridare decoro alle città, veniva scritto. Neppure la carità, quella semplice di strada è più permessa per dare qualche sollievo. E’ invece l’enorme ricchezza in mano a pochi che deve essere messa sotto accusa.

Questo nostro pianeta ha risorse limitate. Il più grande pensiero ambientalista, tra gli altri penso a Laura Conti e a Vandana Shiva, non a caso due donne, ci ha indicato la necessità di non compromettere con azioni dissipatrici la riproducibilità dei cicli naturali, pena l’insostenibilità per la specie umana e di tante altre specie ad esistere. Il mito della crescita illimitata, dello sviluppo a ogni costo per fare profitto ci porta invece al collasso. Gli eventi estremi accompagnano i nostri giorni. Ma se si continua così non potremmo neppure più commentare le alluvioni o le siccità e le conseguenze sulle popolazioni!

La fame di ricchezza sembra non fermarsi. Beni comuni come l’acqua, la terra, l’aria diventano risorse per il mercato , merci su cui speculare.

Per contro nascono e si diffondono esperienze feconde di resistenza. Insorgenze sociali che parlano di riappropriazione di spazi sottratti al potere predatorio del mercato. Sono spazi di nuova democrazia e di autogoverno. Numerose di queste esperienze le ho incontrate in questi anni nei forum sociali mondiali, molte volte nella tua America Latina, e da loro ho avuto sempre restituito il senso dell’impegno per contrastare guerre e ingiustizie.

Ma non hanno ancora trovato la strada per riuscire a tessere qualche trama in comune, capace di essere concretamente un’alternativa di buon vivere.

Portano però avanti esperienze e pratiche di grande valore. Sono luoghi di relazione e di condivisione, dove spesso la comunione di cose e il dono sono la cifra che si esprime. Sono questi, piuttosto che quelli del potere politico, i luoghi dove albergano istanze di pace e di giustizia. In questi luoghi riappropriati e condivisi riconosco la tensione morale verso la pace. La pace non è solo assenza di guerra.(Questo è già tanto importante!) ma costruzione di armonia, di fraternità, di giustizia. E anche di libertà.

“Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati” dice Matteo (Mt 5,6).

Quelli che resistono alla mercificazione della vita e impegnano la propria per un altro ordine e senso diverso non saranno loro i saziati? Io penso di si, caro papa Francesco. Ma va dato loro riconoscimento e valore. E tu, così a me sembra, stai indicando, certo in modi diversi e personali, che ci si può sottrarre al pensiero e potere unico che domina il mondo, mettendosi da un’altra parte.

La campagna “ Dichiariamo illegale la povertà” può tornare utile a questo scopo. Non è una pura petizione di principio perché al contrario svela le cause dell’impoverimento, siano essi leggi o istituzioni, e indica la necessità di modificarle o abrogarle.

In Europa siamo sotto il potere dispotico della cosiddetta Troika che anziché favorire la costruzione del demos, cioè di un popolo, e della democrazia fa perno sulla economia finanziarizzata per reggere il proprio dominio. Le cifre della disoccupazione, del lavoro sempre più servile, della riduzione del modello dello stato sociale a quello delle prestazione a pagamento, mi paiono essere la conferma più evidente della falsificazione con cui si è andata costruendo l’Europa dell’euro a egemonia franco-tedesca. E pensare che un’Europa unita capace di tenere insieme, nell’armonizzazione delle politiche, il suo Nord con il Sud del Mediterraneo, aperta ad Oriente poteva essere davvero il baluardo contro l’insorgere di conflitti del nuovo secolo! Una nuova Europa per favorire il dialogo interculturale e interreligioso oltre gli Stati nazione per una cittadinanza universale. Un mediatore disarmato, per usare le parole di Etienne Balibar.

C’è, invece, a smentire questa opzione il grido dei migranti cui vengono impediti i più elementari diritti, anche quando sono profughi e asilanti!

Eppure “le loro braccia servono alla nostra economia”. Penso alla raccolta dei pomodori a Capitanata in Puglia, dove l’oro rosso richiama i disperati del mondo e ai ghetti di Rignano, Borgo Tressanti, o a quello di Manfredonia, dove a centinaia e migliaia si trovano a vivere stipati uno sull’altro, anno dopo anno, senza diritti né leggi che tengano!

Penso alle condizioni di vita di tante donne che cercano un’emancipazione nel lavoro e che spesso incontrano il caporale che ne abusa! Penso alla tratta e alla violenza che le accompagna.

Ma penso anche al commercio delle armi per cui l’Italia è ai primi posti e ai conflitti che alimenta e a quanta nuova politica di rottura con tutto questo servirebbe.

C’è, all’opposto, nei palazzi della politica un’aria mefitica, intrisa di convenienze personali non sempre trasparenti, e di opportunismi che rende difficile pensare all’affermazione della giustizia e della pace.

Eppure l’ansia della trasformazione è più forte del dispotismo mercantile della finanza e della ricchezza iniqua. Chi ha il potere esercita il disciplinamento sulle persone anche con la forza e la violenza. Chi si oppone deve necessariamente privarsi delle stesse armi. Se vuole vincere deve convincere persuadendo, camminando per nuovi sentieri. Qualcuno, e io sono tra questi, la chiama nonviolenza, economia del noi, pratica comunitaria. Si tratta di inventare un’altra logica sociale dove democrazia, giustizia, pace siano gli elementi di fondo. Di fronte all’impoverimento crescente, ai diritti violati impunemente, ai fallimenti delle diplomazie e al rumore delle armi sembra impossibile farcela. Ma già molte cose che parlano con le parole dell’amore e della dignità si stanno facendo qua e là, in modo puntiforme ma persistente. A volte basta smettere di guardarle con gli occhi velati dalla consuetudine per vederle e riconoscere in esse il segno del cambiamento positivo.

Patrizia Sentinelli

La lettera è tratta dal libro "CARO FRANCESCO - 25 donne scrivono al Papa" presentato al Salone del Libro di Torino 2014

 


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