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Quando Contessa cominciò a far paura ai gruppi dirigenti PDF Stampa
Lunedì 14 Ottobre 2013 08:14

Paolo Pietrangeli, alternative per il socialismo - Il 26 marzo del 1978, pochi giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, Umberto Cerroni pubblica su L'Unità un articolo dal titolo Società di massa e violenza <rossa>. E' la pietra tombale sui rapporti tra il P.C.I. e tutto il lavoro dell'Istituto Ernesto de Martino e del Nuovo Canzoniere Italiano; secondo Cerroni responsabile della “ideologia della nientificazione e della violenza” era in gran parte quella “perpetuazione di una <cultura proletaria> che è propriamente recupero di<valori> premoderni (canti popolari, dialetto, proverbi e poco più) o, più spesso (giacché la classe operaia è culturalmente vergine e non possiede nessuno di questi valori che appartengono piuttosto al mondo contadino e artigiano) puro e semplice nichilismo: tabula rasa di tutto perché tutto è borghese”.

Qualche anno prima ero stato involontario testimone di una riunione degli

Amici de L'Unità, in via delle Botteghe Oscure. Involontario perché io aspettavo, seduto nel corridoio, un appuntamento con Loris Barbieri che di quella associazione era il responsabile ma la porta del suo ufficio era aperta...:

“...Basta con la Marini, Pietrangeli, le mondine, Della Mea alle feste de L'Unità...bisogna dare spazio alla Nuova canzone...”

La Nuova canzone era quella di De Gregori, Venditti, Guccini... che cominciavano ad avere un successo di massa e che avevano fatto della loro capacità nello scrivere canzoni una professione.

Nell'incontro che seguì Loris Barbieri fu più sfumato, comunque mi comunicò che alla Festa Nazionale de L'Unità di quell'anno, il Nuovo Canzoniere Italiano non avrebbe suonato e cantato come da tradizione.

Non fu un percorso netto, univoco, lineare. I compagni delle federazioni continuarono a chiamarci, i circoli Arci a voler fare spettacoli con la Marini, Della Mea, Bertelli ecc.

Io una cosa non capii o la capii troppo tardi: la volontà di separare sempre di più gli interpreti del Nuovo Canzoniere dalle ragioni della loro scelta; le canzoni dalla ricerca; il Nuovo Canzoniere dall'Istituto Ernesto de Martino. La ragione di fondo era politica e mercantile assieme: fino a che quei personaggi avevano successo avevano anche diritto di cittadinanza nel circuito delle feste che rapresentavano il settanta per cento del mercato degli spettacoli estivi ma le librerie Rinascita cominciarono a chiudere i rubinetti della distribuzione dei Dischi del Sole, e ciascuno di noi cominciò a andare avanti più grazie ai rapporti politico personali costruiti in tanti anni che al riconoscimento della validità di un gruppo e della teoria che quel gruppo testimoniava: ciascuno di noi e non tutti insieme; venivano alimentate piccole parodie di divismi che erano l'esatto contrario della nostra volontà e del nostro lavoro, fieri come eravamo che alcune delle nostre canzoni avessero perso per strada il nome del loro autore e fossero diventate l'ultima testimonianza della persistenza di una tradizione orale che tramandava di bocca in bocca, da donna a uomo, nelle piazze, nelle strade, nelle assemblee, nei luoghi di lavoro, nelle manifestazioni, nei campi e nelle officine quei versi e quelle note senza l'aiuto di dischi, radio o televisione.

Sto parlando di sangue del mio corpo e fatico a essere obiettivo.

 

O Gorizia tu sei maledetta

Per ogni cuore che sente coscienza

Dolorosa mi fu la partenza

Che ritorno per molti non fu...

...Traditori signori ufficiali

Che la guerra l'avete voluta

Distruttori di carne venduta

E rovina della gioventù

 

Così cantava Michele Straniero con la sua voce educata, dal palco del teatro Caio Melisso, a Spoleto, il 21 di giugno del 1964 nello spettacolo Bella Ciao.

Chissà se quella rappresentazione, in un teatro borghese, con la regia borghese di Filippo Crivelli, con una scelta borghese di canzoni fatta da Roberto Leydi fosse uno spettacolo borghese oppure no.

Questo è il testo di presentazione scritto da Franco Fortini:

Le loro generazioni hanno formato la lingua che parliamo, la sintassi dei nostri pensieri, l'orizzonte delle città. Ma la coscienza che anno dopo anno, mietitura dopo mietitura e pietra su pietra , essi formavano ai signori e ai padroni, quella coscienza non li riconosceva. Li ometteva. Confondeva le loro voci con quelle degli alberi o degli animali da cortile. Questi canti sono stati uditi -quando sono stati uditi- tutt'al più come voce di una cultura separata e arcaica; ma noi oggi sappiamo che essi esprimono un mondo di dominati, in contestazione e in risposta.”

Giovanna Marini racconta che una anziana signora tra il pubblico del Caio Melisso commentasse la voce straordinaria di Giovanna Daffini gridando:

Non ho pagato il biglietto per sentire la mia serva che canta...”

Lo spettacolo fu un successo e un riflettore potente sul lavoro dell'Istituto Ernesto de Martino.

Due erano le strade indicate da Gianni Bosio che dell'Istituto, delle Edizioni e del Nuovo Canzoniere era l'anima, il braccio e la mente: 1) il recupero della tradizione popolare attraverso una massiccia ricerca sul campo di tutti quei documenti sonori che anni e anni di governi prima fascisti e poi democristiani non avevano cancellato; registrazioni di canti ma anche di assemblee operaie e contadine, di riunioni dei partiti e dei movimenti della sinistra, scioperi, cortei, storie, favole e leggende, riti laici e religiosi (raccolti da un gruppo di ricercatori che battevano l'Italia con entusiasmo e abnegazione) riproposti attraverso la produzione di dischi e di documenti cartacei ( dall' Elogio del magnetofono Gianni Bosio 1966:” ...il movimento operaio quando esprime dirigenti preoccupati di esorcizzare il magnetofono dovrà farsi adulto e avere la forza di esorcizzare i dirigenti”);

2) il tentativo di tenere assieme, protette da un aggettivo che era assai più di un attributo: culturale, tutte le forze di sinistra che, almeno in teoria, avessero a cuore le sorti di una cultura di classe. I termini “altra cultura”, “cultura alternativa”, “cultura antagonista”, “cultura delle classi subalterne”, “cultura di classe” e altri infiniti sinonimi raccontavano di un antagonismo nei fatti ma non di una necessità di scegliere, buttando a mare gli strumenti critici che la cultura “alta” o “borghese” o delle “classi dominanti” ti poteva fornire; invece la negazione anche solo della possibilità di parlare di cultura riferendosi alla espressività popolare nascondeva e nasconde un bisogno di egemonia, di cancellazione della eresia, della diversità in nome del primato assoluto della propria linea politica. Tutto il contrario della cultura. Che questo sia stato e sia il centro della questione è dimostrato dalla resistenza ad ammettere che possa esistere una espressività, una cultura urbana cioè dell' oggi mentre magnanimamente e a fatica si arriva in qualche caso a riconoscere che le campagne, il mondo contadino cioè il passato sia stato in grado di raccontare qualcosa degno di attenzione.

“Vuoi mettere Beethoven con il canto degli Scariolanti?”

oppure

“Vuoi paragonare il Trio per archi opera 45 di Schoenberg con El me gatt di Ivan Della Mea?”

Io no e non capisco perché ci sia sempre bisogno di guelfi e ghibellini, di chi è peggio e chi è meglio, di un confronto inutile, impossibile e stupido . A meno che...

Quello che segue è uno scambio di lettere tra Gianni Bosio e Palmiro Togliatti

 

Milano 9 ottobre 1962

 

On. Palmiro Togliatti

Segretario Generale del P.C.I.

Via Botteghe Oscure 4

Roma

 

Caro compagno,

La nostra Casa Editrice sta preparando una raccolta di canti socialisti italiani dall'Unità a oggi.

Il lavoro di raccolta, alla base e nelle biblioteche, è stato iniziato circa due anni fa e siamo arrivati a una fase conclusiva. Sulla base delle ricerche e delle discussioni che abbiamo fatto, stiamo allestendo un grosso volume che conterrà:

A una prefazione di circa 100 pagine

B un corpus di 150 canti con commento e musica

C una bibliografia rilevante

D un album di 4-5 dischi che conterranno canti e inni delle grandi

correnti politiche del nostro Paese.

In via sperimentale stiamo realizzando i dischi di cui, a parte, ti invio

quello socialista. Stiamo ora preparando il disco che dovrebbe

contenere canti e inni comunisti di cui ti allego il sommario e

le parole delle canzoni.

Poiché si tratta di materia delicatissima e di grande responsabilità ti pregheremmo di volerci aiutare, attraverso gli organi del partito che ti sembrano più adatti, a controllare il sommario, a discuterlo, a completarlo.

Ti ringrazio fin d'ora per la collaborazione che, a mezzo tuo, il P.C.I. Vorrà darci e ti invio cordiali saluti.

Gianni Bosio.

PARTITO COMUNISTA ITALIANO

IL SEGRETARIO GENERALE

Roma, 15 ottobre 1962 Caro compagno,

ti ringrazio dell'invito che ci hai rivolto a collaborare alla edizione di un disco di canti comunisti.

Puoi prendere contatto con il compagno Natta, per l'aiuto che tu chiedi.

Cordialmente

Palmiro Togliatti.

 

Quella collaborazione andò a buon fine e, due anni più tardi, cominciò, grazie anche al successo di Bella ciao e nel 1966 di Ci ragiono e canto, per la regia di Dario Fo, a farsi strada l'idea che i partiti della sinistra potessero entrare a far parte del consiglio di amministrazione delle Edizioni e dell'Istituto. Questa operazione non andò a buon fine.

Di seguito una lettera di Armando Cossutta e la risposta di Gianni Bosio.

 

PARTITO COMUNISTA ITALIANO

prot. n. 892/05

Roma, 3/4/'67

Dott.prof. Gianni Bosio

Edizioni del Gallo

Via Sansovino, 13

Milano

 

Caro Bosio,

dopo i vari colloqui siamo giunti alla conclusione che non conviene per nessuno che il Partito assuma la veste di “imprenditore” in una attività che pure è, per tanti aspetti, estremamente positiva e valida, quale è quella della Casa Editrice che tu dirigi.

Abbiamo quindi dovuto informare i due compagni di non accettare l'appartenenza al Consiglio di Amministrazione. Questa decisione non comporta una particolare attenuazione nei rapporti che noi abbiamo con voi. Anzi: ci siamo resi conto del valore e della utilità della vostra opera e ci siamo ripromessi di incrementare nel futuro i nostri rapporti di collaborazione.

Sappiamo delle vostre difficoltà. Sappiamo anche del grande contributo che voi date alla comune battaglia per la democrazia e il socialismo. Ed in effetti, mentre confermiamo di non poter partecipare in prima persona e direttamente a questa intrapresa, e conseguentemente di non poter ultimare i versamenti, siamo ad assicurarti il nostro completo appoggio.

In questo senso quanto è stato da noi versato (1.750.000 lire ndr.) vorremmo che fosse considerato quale anticipo per le vostre collaborazioni (spettacoli alle varie manifestazioni, feste dell'Unità, ecc.) che si possono realizzare già nel corso della campagna elettorale regionale siciliana, e che potranno avere ulteriore sviluppo nel corso della prossima campagna della stampa comunista e nelle elezioni politiche del 1968. Tu comprenderai questa nostra posizione, che, tutto sommato, vuole evitare situazioni comunque sgradevoli.

Confermandoti il nostro appoggio, ti invio i più cordiali, fraterni saluti

 

per l'Ufficio di Segreteria

Armando Cossutta.

 

EDIZIONI DEL GALLO

Direzione P.C.I.

Via delle Botteghe Oscure, 4

Roma

 

18 aprile 1967

 

Caro Cossutta,

ricevo la tua lettera in data 3 aprile.

Sono anch'io del parere che non sia conveniente per nessuno che il P.C.I. Entri nelle Edizioni del Gallo come “imprenditore”, cioè, se ho ben capito, come un azionista che deve adeguarsi ai “giuochi” di fittizie maggioranze. Per la verità la composizione del capitale sociale, all'interno degli organismi di di classe (P.C.I. e P.S.I.U.P. che ha sottoscritto la sua quota) e con la partecipazione di compagni, dava la possibilità di creare finalmente un organismo veramente unitario (unità dialettica) anche se si adoperavano (per costrizione legale) forme di partecipazione borghesi. In un organismo siffatto ognuna delle forze che vi avesse partecipato poteva liberamente esprimere, sostenere e realizzare una sua politica nel contesto di esigenze diverse e non divergenti.

Dai colloqui che ho avuto e dalla tua lettera questa formula, che era stata alla base della nostra tattativa, viene ora, dopo la vostra formale e concreta sottoscrizione, considerata non adatta.

Come già ebbi ad accennare a Quercioli e a Canè, se la vostra esigenza è ora diversa e, se ho ben capito, è la seguente: abbiamo bisogno che la casa editrice esprima tutta la politica P.C.I.- perché non fate questa precisa richiesta e non chiedete di trattare su questa base?

Non posso infatti credere che l'uso del termine “imprenditore” sia un espediente per evitare di dichiarare (con ritardo per la verità) un disinteresse che si trasformerebbe in un danno per tutti.

Se così fosse il mio personale punto di vista sarebbe questo: se dopo anni di lotta per sottrarre alla socialdemocrazia questo complesso di attività, oggi, a differenza di quanto previsto e concordato esse non possono trovare lo sbocco naturale per le quali erano state concepite, che senso ha continuare?

Tanto varrebbe chiuderle, perché non possiamo contraddire noi stessi, i programmi e le finalità e trasformare in senso privatistico delle attività concepite per il movimento operaio.

Questo atteggiamento è condiviso sia da Pirelli che da Dallò: ti prego di meditare su questa considerazioni prima di arrivare a una decisione negativa che porterebbe alla liquidazione (storico-politica-e di fatto) del complesso di questa attività.

 

Attendo di leggerti e ti invio cordiali saluti

 

Gianni Bosio.

 

I rapporti non migliorarono, anzi la idea di Bosio di spingere la ricerca e la riproposta

sul terreno della espressività urbana, anche la più spontanea e la meno in linea fece aumentare le difficoltà. Pure la invenzione delle canzoni della Linea Rossa dai contenuti di classe da contrapporre a una Linea Verde conro la guerra, progressista ma secondo molti di noi allora troppo generica, non aiutò.

Per quanto possa valere la mia esperienza personale, nonostante io fossi iscritto dal 1964 prima alla federazione giovanile comunista e poi al P.C.I., per tutta la durata della segreteria di Renzo Trivelli nella federazione romana mi fu chiesto di non cantare Contessa. Anche in questo caso fu il “successo” di quella canzone a travolgere i divieti.

Persino un uomo dalla grande cultura come Bruno Trentin ebbe a dire in quegli anni che:

“...le forme espressive che si davano gli operai delle fabbriche in lotta come la Filati Lastex o la Bloch prendevano dei cascami della cultura borghese e ne facevano la parodia”.

Scrive Cesare Bermani (Una storia cantata, edizioni Istituto Ernesto de Martino- Jaca Book, 1997): “...Non ebbe più spazio l'idea che- a volte magari ingenuamente- aveva comunque avuto una sua forza negli anni '60, quella della pari dignità di Paolo Pietrangeli o Ivan Della Mea con il gruppo di Orgosolo di Peppino Marotto o con le mondine di Roncoferraro, cioè l'affermazione di una molteplicità di culture musicali presenti in Italia come progetto alternativo alla cultura di massa imposta dal mercato discografico e dai media. <Basta con i ruspanti!> divenne la parola d'ordine di molti organizzatori di feste de L'Unità; e per i “diversi” si chiusero quasi tutte le porte. Questa politica culturale del Pci e dell'Arci, fatta peraltro propria pure dai gruppi, giocò anche sul distacco venutosi a creare tra i cantanti da un lato e le ricerche sul campo e i cantori popolari dall'altro e i cantanti stessi...”

Queste le nostre “colpe” ma torniamo al concetto di egemonia.

La vera ragione della rottura della ipotesi di un ingresso del P.C.I. nel consiglio di amministrazione delle Edizioni, come si capisce dalla corrispondenza appena citata, stava nella pretesa di controllare tutta la politica culturale di quel collettivo, indipendentemante dal numero di quote sottoscritte e questo avrebbe segnato la fine di tutta la esperienza dell'Istituto Ernesto de Martino.

Che tra i compiti di un partito ci sia quello di affermare la propria egemonia politica è fuori da ogni ragionevole dubbio.

Che la sistematica, metodica, ossessiva, puntuale emarginazione di qualunque pensiero critico che si può spingere fino alla sua criminalizzazione sia, alla lunga, un vero e proprio suicidio è sotto gli occhi di tutti nel panorama asfittico e desolante di oggi.

Nel novembre 1968 Tullio Savi scrive sul numero 9/10 del Nuovo Canzoniere:

“...Il Nuovo Canzoniere Italiano ha verificato il dissenso, la frattura tra il movimento reale e la burocrazia degli organismi politici tradizionali e ha chiarito che non si tratta di dissenso marginale legato alla strategia del momento ma di una scissione avvenuta quando la magistratura operaia ha riconosciuto, di fatto,il primato della cultura e dei valori borghesi, trasferendo l'intera contestazione sul loro terreno. Adottando il linguaggio, i parametri e persino i modi di vita suggeriti dalla società dei proprietari, i magistrati operai hanno riconosciuto una implicita e invalicabile minorità del movimento reale, una sua incapacità a stare come soggetto di cultura.

(si è arrivati a delegare alle istituzioni socialdemocratiche l'educazione degli adulti e la somministrazione della cultura preparata per il popolo...)”

Anche io sto cadendo nella trappola dei guelfi e ghibellini come se le ragioni stessero tutte da una parte e i torti dall'altra, come se non tenessi conto che il partito comunista, proprio negli anni sessanta, fu attraversato da un dibattito intenso, serrato che sancì alla fine la affermazione della linea di Amendola e la sconfitta ingraiana che coinvolse più tardi anche il doloroso momento della radiazione dei compagni del Manifesto; i “cattivi” non furono L'Unità o Rinascita , Amendola o Longo così come i buoni non furono Lelio Basso, Quaderni Rossi, Raniero Panzieri, Quaderni Piacentini, Pintor o Il Manifesto.

Come se non capissi che la necessità di guidare un grande partito di massa con centinaia di amministrazioni locali da dirigere ponesse questioni assai più complesse di quanto non fosse l'impegno di riflettere, muovere e animare gruppi minoritari. Eppure...eppure una volta di più vinsero le scorciatoie che ti permettono di arrivare prima ma ti impediscono di guardare gli alberi, i campi, le città e sopratutto le persone che riempiono le strade più lente, più tortuose ma anche per me più affascinanti.

Eppure arrivò il '68 “ Come un tram che non vedi che ti schianta lasciandoti in piedi”.

L'atteggiamento ondivago ma di sostanziale chiusura del partito comunista nei confronti delle ragioni di quel movimento fu una scelta per me, a quei tempi, incomprensibile e miope.

Eppure, anni dopo, arrivò il terrorismo. Come si può pensare che in guerra abbiano possibilità di sopravvivenza le ragioni della comprensione? Non è possibile ma non era possibile prevedere e operare affinché non si arrivasse a quella tragica svolta?

Scrive ancora Cesare Bermani: “...Anzi Giorgio Amendola trovava allora addirittura nella critica alla <svolta di Salerno> un punto di partenza di una critica che da sinistra avrebbe portato all'estremismo, alla cosiddetta <autonomia> ed infine al terrorismo. Non si possono negare sul piano politico i collegamenti tra questi fenomeni, che divennero, nonostante la resistenza e la diversa scelta di molti protagonisti delle prime esperienze, anche fatti di giustificazione, di copertura ideologica ed infine di omertà e complicità con il <partito armato>. Coerentemente alla premessa Amendola vedeva in Quaderni rossi, Quaderni piacentini e Potere operaio i <tentativi di elaborazione teorica che formarono il terreno di coltura dell'estremismo, nell'incontro con l'estremismo di origine cattolica, allevato nel laboratorio della Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento> (cfr.Giorgio Amendola, interrogativi sul caso Fiat, in Rinascita, Roma n. 43, 9 settembre 1979).

Pure se è vero che più del settanta per cento della trasmissione del pensiero è affidata alla tradizione orale e solo il trenta per cento a quella scritta, che senso ha vagheggiare un ritorno a Omero? E di questa percentuale, oggi, quanta ne viaggia sulla rete?

La mia sensazione, degna di Cassandra è che passeranno molte generazioni prima che un pallido sole dell'avvenire si affacci timidamente all'orizzonte; è come se dopo aver fatto scappare i buoi e solo allora chiusi i recinti, i buoi del Sole ce li fossimo mangiati tutti. Per fortuna io non ne azzecco una di previsione. Ma in conclusione di queste approssimative e confuse riflessioni una certezza ce l'ho: è quella di avere anche io la mia dose di colpa, come tutti, per avere privilegiato le questioni del pane rispetto a quelle delle rose, negando queste ultime con la giustificazione che le prime fossero più importanti, imprescindibili e non era così. E' come se della tradizione borghese tutti avessimo preso la parte peggiore e tralasciato quella più illuminata che mantiene distinte, in una sorta di separazione dei poteri, le ragioni della politica da quelle della cultura.

Per restare a Omero, il passo de l'Odissea che più mi ricordo è quello che descrive l'incontro finale tra Ulisse e Penelope.

Athena allunga quella notte all'infinito così da dare ai due coniugi il tempo necessario per parlare e per fare l'amore e poi ancora per parlare e ancora per stare insieme; così vorrei che mi accompagnassero e si dilatassero all'infinito tre ricordi . Quello dell'ultimo spettacolo a Montevarchi con il mio amico Ivan Della Mea, una settimana prima che morisse,: quello di una cantata alle Cascine, a Firenze, con ventimila persone a cantare insieme con tutto il Nuovo Canzoniere Italiano, tutte le nostre canzoni, nostre di tutti, dall'inizio alla fine dello spettacolo, quello ancora più indietro, agli albori del mondo, di me poco più che ventenne durante una manifestazione a Pisa nel 1968 quando, lungo il corteo qualcuno cominciò a intonare Contessa e il coro divenne così generale e così assordante da costringermi, commosso, ai lati della strada a guardare incredulo tutte quelle ragazze e quei ragazzi che sfilavano cantando una canzone che credevo di conoscere solo io e poche altre persone.

L'ARTICOLO E' RIPRESO DALL'ULTIMO NUMERO DI ALTERNATIVE PER IL SOCIALISMO

 


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