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Svizzera, il referendum sul reddito minimo incondizionato si farà Stampa
Mercoledì 13 Novembre 2013 01:00

Redazione - Si terrà a Roma nella primavera del 2014 il vertice europeo sulla disoccupazione giovanile. Lo ha annunciato da Parigi, dove si trova al summit Ue, il premier Enrico Letta. "Conferenza dei primi ministri Ue sull'occupazione dei giovani", così si chiamerà l'incontro. L'Europa non riesce a trovare risposte adatte allo scivolamento rapido verso tassi di disoccupazione allarmanti, e vertici di questo tipo si concludono spesso con un nulla di fatto o con misure irrisorie che non risolvono il problema. In Svizzera, invece, c'è una novità da guardare con attenzione: è un referendum sul "reddito minimo incondizionale", di cui di seguito proponiamo un articolo di spiegazione, tratto da controlacrisi.org

Un reddito minimo "incondizionato" garantito a tutti i cittadini: su questa proposta la Svizzera sarà chiamata ad esprimersi con un voto popolare. Si tratta di una sorta di referendum propositivo, su cui il governo federale ha decretato la riuscita della raccolta firme da parte dei promotori: 126 mila valide a fronte delle 100 mila necessarie. La particolarità di questo reddito di base è che andrebbe a sostituirsi a qualunque altra forma di introito. Ad esempio chi percepisce un salario dalla sua impresa da 6.000 euro lordi al mese (è il salario medio in Svizzera) continuerebbe ricevere quella cifra, ma l'azienda ne verserebbe solo 3.500 euro. Chi ha una pensione da 4.000 euro otterrebbe solo 1.500 euro. Il resto dalle casse della Confederazione. Ovviamente se uno dovesse perdere il lavoro continuerebbe a percepire i 2.500 franchi di base, secondo la proposta dei promotori.

Il reddito incondizionato andrebbe poi a sostituire tutte le forme di sovvenzioni, assistenza sociale o pensioni, sempre in questa quota di base. Di fatto, secondo alcuni questo ridimensionerebbe drasticamente la spesa pubblica che si dovrebbe sostenere: a 10 miliardi di euro l'anno, secondo alcune stime, a 30 miliardi secondo altre. Infine, la proposta che andrà al voto non indica una cifra esatta di questo reddito minimo. In caso di voto popolare favorevole spetterebbe al Parlamento elaborare una normativa attuativa.

L'idea è che ogni cittadino svizzero riceva ogni mese e senza condizioni una cifra in grado di garantirgli una vita dignitosa. "Tutti otterrebbero questo reddito, gli unici paletti riguardano l'età (si escludono i bambini) e il fatto che bisogna essere cittadini della Confederazione", spiega Nenad Stojanovic, politologo e professore di scienze politiche all'Università di Zurigo.
L'accademico che è anche sostenitore di questa iniziativa popolare - battezzata "Per un reddito di base incondizionato" – e deputato del Partito socialista svizzero al parlamento del Cantone Ticino. Come riferimento (non inserito per ragioni di opportunità e di strategia nella proposta che verrà effettivamente votata) i promotori indicano 2.500 franchi al mese, circa 2.028 euro lordi, che vanno rapportati all'elevato costo della vita in Svizzera. Soldi che verrebbero versati indipendentemente dal fatto di avere una occupazione retribuita o meno. Di fatto sarebbe un nuovo diritto civico, una sorta di diritto economico fondamentale. Secondo un semplice calcolo aritmetico, l'erogazione di questo reddito a tutti i cittadini svizzeri che ne avrebbero diritto ammonterebbe a 220 miliardi di euro l'anno, poco meno della metà del Pil della Svizzera.
"Il fatto che i promotori siano riusciti a raccogliere significativamente più delle firme necessarie, e che il voto si terrà è già un grande successo". Stojanovic non nasconde il fatto che al momento le probabilità di un voto popolare favorevole sono minoritarie. Ma intanto è passato il principio di tenere questa consultazione tutt'altro che scontata”. A giugno,intanto, si voterà su un’altra proposta di salario minimo in questo caso portata avanti dai sindacati, che vogliono stabilire la soglia a 4.000 franchi lordi al mese, circa 3.245 euro.

Oltre alla proposta sul reddito minimo incondizionato, in ballo ci sono anche aspetti chiave sulla distribuzione dei redditi, e in particolare dei trattamenti dei dirigenti, che potrebbero subire sconvolgimenti. Tra questi l'ormai imminente voto sull'imposizione del principio del rapporto "1 a 12" tra i redditi di base e quelli dei vertici delle imprese. In pratica, se passasse con voto popolare quest'altra proposta, in Svizzera in nessuna società o ente i dirigenti potranno guadagnare più di 12 volte quel che guadagnano coloro che hanno i salari più bassi.
E questa proposta sarà al voto della collettività tra due settimane. Anche se alcuni sondaggi indicano i favorevoli attorno al 40-45 per cento, il 3 marzo scorso gli Svizzeri hanno votato a favore di una proposta che di fatto già iniziava a mettere un freno alle paghe dei top manager, stabilendo nuovi poteri a favore degli azionisti sulle decisioni in merito alle loro retribuzioni. E in questo caso il voto favorevole è stato schiacciante, il 68 per cento. Questa iniziativa "fa molta più paura all'establishment. Perché anche tanti elettori di destra non trovano giusto che uno guadagni 100 volte di più, o oltre, del dipendente medio". Peraltro alcuni studi hanno mostrato che in Svizzera, come nel resto del mondo, fino agli inizi degli anni 80 questo rapporto differenziale tra retribuzioni dei dipendenti dei manager non si discostava granché da quel 1:12 che ora ci si propone di imporre.

 

Qui sotto altri articoli su reddito e lavoro, già presenti sul nostro sito

Biagio Quattrocchi - Lo chiamano reddito di cittadinanza e lo leggi come workfare

Un'analisi del disegno di legge depositato al Senato dal Movimento 5 Stelle, per tornare a discutere di reddito.

E’ appena stata depositata al Senato una proposta di legge del M5S per istituire in Italia il “reddito di cittadinanza”. L’iniziativa ha avuto una notevole visibilità sui media mainstream e ha anche già stimolato la reazione stizzita del Sottosegretario all’economia Fassina: che si sà, fa ormai questioni di principio solo nei confronti di Maradona e dei grillini.

In effetti, non stupisce che il M5S sia riuscito a presentare questa proposta di legge. Nell’ultima campagna elettorale delle politiche, in diverse occasioni, avevano preso posizione a favore dell’introduzione di una forma di reddito di base. Così, diventa la seconda proposta che arriva alle Camere nel giro di pochi mesi, dopo una iniziativa di legge popolare che ha visto la partecipazione di alcune associazioni, partiti, ambiti di movimento.

La proposta del M5S, così come per alcuni versi, anche la proposta legata all’iniziativa di legge popolare, si muovono entrambe sul terreno di un welfare residuale, traducendo quella istanza di redistribuzione minima a favore dei più poveri e condizionando il sostegno al reddito ad un regime tipico del workfare. In queste brevi note mi concentrerò esclusivamente sulla proposta del “reddito di cittadinanza” del M5S, provando a leggere in controluce l’opportunità tattica dei movimenti, di sfruttare autonomamente e a proprio vantaggio le luci che ovunque si accendono su questo tema.

Diciamo subito una cosa. La proposta sembra essere lo specchio delle caratteristiche del M5S, con quella sua tendenza caratteristica ad inglobare dentro di sé istanze di diversa natura, incarnate in quell’universo liscio e formalmente neutro dei cittadini. Forse è semplicemente da questa mitologia del “buon cittadino” rispettoso della legge che deriva l’aggettivo “di cittadinanza” legato alla proposta di reddito di base – pensi che almeno così, sia stato risparmiato il riferimento a quella cittadinanza conflittuale, meticcia e trans-nazionale dei post-colonial studies, attorno a cui era avanzato inizialmente il progetto dei movimenti sociali del reddito di base. Invece, quello che sorprende più di ogni altra cosa in questa proposta è proprio il mix, solo apparentemente confuso e invece molto insidioso, di riferimenti teorici e politici di varia natura: c’è il vecchio Milton Friedman teorico del reddito minimo garantito alle origini del laboratorio politico neoliberale; c’è il suo amico Hayek, che si scagliava contro il welfare universale a la Beveridge, perché a suo dire aveva la colpa di infiacchire la tempra dell’homo oeconomicus; c’è la cultura dominante della teoria economica che non ha mai abbandonato la vecchia ipotesi della disoccupazione volontaria; ma c’è anche, molte delle istanze che sono provenute dai movimenti sociali degli ultimi anni (se non mesi): la lotta alla precarietà, il rapporto tra il reddito di base e il salario minimo orario, la questione del diritto all’abitare, il problema della povertà crescente, ecc… Se metti insieme tutte queste cose profondamente alternative, che succede? Succede, che finisce per prendere corpo un ordine del discorso in cui alcune istanze conflittuali nate dalla lotta dei movimenti di questi anni, vengono catturate e ritradotte per un altro fine. Significa che il tentativo di liberarsi – attraverso il reddito di base – da alcuni dei dispositivi di sfruttamento connessi al lavoro, all’accesso alla moneta, alle relazioni della riproduzione sociale, sono ritrasformati nei termini della libertà neoliberale dell’uomo-impresa. Vediamo perché.

A chi dovrebbe andare questo reddito, secondo il M5S?

La bozza prevede di istituire un dispositivo di garanzia del reddito “di ultima istanza” per i soggetti (maggiorenni e in età non pensionabile) che si collocano al di sotto della soglia di povertà relativa, che l’Istat attualmente stima, per un individuo solo e senza famiglia, intorno ai 7.200 euro netti l’anno. In questo modo verrebbe erogato un contributo monetario capace di portare i beneficiari appena sulla soglia di 600 euro netti al mese. Anche se è stata presentata come una misura individuale, nella realtà il vincolo familiare risulta molto stringente. Coloro che vivono in famiglia, hanno diritto alla misura solo se il reddito familiare complessivo si colloca al di sotto della soglia di povertà relativa, modulata secondo la numerosità del nucleo. Questa disposizione, evidentemente, rompe la dimensione individuale di questo diritto, subordinandola ad una rigida logica di welfare familiare.

Essendo una misura principalmente condizionata al reddito, non tiene conto né della posizione contrattuale del singolo nel mercato del lavoro (ne avrebbero diritto anche i lavoratori autonomi, con prescrizioni sul reddito parzialmente differenti), neppure del suo status di occupazione. Questa caratteristica potrebbe essere formalmente un elemento di vantaggio della proposta, ma tale disposizione perde di senso nel quadro complessivo del funzionamento della misura, facendo emergere i limiti del dispositivo normativo incapace di tener conto delle trasformazioni attuali del mercato del lavoro. Facciamo il caso di un precario con un contratto a progetto che perde il lavoro, ma ha guadagnato nello stesso anno un reddito netto appena superiore a quello stabilito. Ecco: questa persona, oltre a non aver diritto a questa misura, si troverebbe molto probabilmente senza altri strumenti di sostegno, come gli assegni di disoccupazione.

Nella bozza di legge sono previsti anche altri elementi di condizionalità, di cui non si comprendono i motivi, se non come riflesso di una ideologia dominata dal bisogno del controllo sociale. Che il rapporto tra i migranti e il M5S sia a dir poco problematico è cosa nota, e la misura non sembra fare eccezione. Il reddito è rivolto anche ai cittadini stranieri (residenti in Italia da 2 anni), purché nel biennio precedente alla richiesta abbiano lavorato almeno 1000 ore, oppure, guadagnato un reddito complessivo pari ad almeno 6 mila euro. Che senso hanno queste condizioni? Forse la fede nella legalità del M5S contrasterebbe con l’ipotesi (alquanto difficile) di fornire un sostegno al reddito a chi, poco tempo prima della richiesta, era in condizioni di clandestinità?

Andando oltre, si scopre un altro vincolo: per i soggetti tra i 18 e i 25 anni è necessario, tra le altre cose, che siano in possesso di un diploma superiore, o almeno devono dimostrare la volontà di completare gli studi secondari. Il senso di questa disposizione è bene leggerlo alla luce dell’obiettivo generale della misura (art.1, comma2), in cui l’«inclusione sociale» dei poveri deve avvenire con «[…] la promozione delle condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro e alla formazione attraverso politiche finalizzate al sostegno economico […]».

Non va sottovalutato questo passaggio, come altri che vedremo più avanti, perché aiuta a chiarire la filosofia di questa proposta. Milton Friedman, quando a metà degli anni Sessanta, formulò l’ipotesi del suo «soccorso ai poveri» aveva in mente due obiettivi economici e politici. Il primo obiettivo, era quello di contrastare il welfare keynesiano poiché appariva ai suoi occhi come una struttura coercitiva; che poi ha significato, essenzialmente, il fatto di rompere la possibilità di una riproduzione sociale, in alcuni casi, slegata dalla razionalità del mercato. Il secondo obiettivo, aveva a che fare con una “teoria della giustizia”; qui, il suo scopo era quello di includere i poveri nello scambio di mercato, grazie alla redistribuzione di una piccola quota di proprietà (o ricchezza in termini di moneta) a loro favore. Il trasferimento di moneta assumeva così la caratteristica di un «minimo hobbesiano», perché la funzione doveva essere quella di evitare la rivolta degli straccioni, di coloro i quali sono senza alcuna proprietà risultavano esclusi dalla “cooperazione di mercato”. Lungo il ciclo neoliberale, gli aspetti contenuti nella proposta friedmaniana sono andati intrecciandosi con la promozione del soggettivismo dell’homo oeconomicus, che ha avuto una enorme rilevanza nel processo di riforma della struttura del welfare in Europa e nella diffusione del workfare. Subordinare il diritto della riproduzione sociale all’obbligo di formazione, è solo uno dei possibili esempi, che ci aiuta a chiarire come intende muoversi questo dispositivo di welfare: creare le condizioni di attivazioni dell’individuo economico, includerlo nelle trame del mercato del lavoro, stimolando in lui quella razionalità operativa dell’uomo-impresa, lasciando che interiorizzi e singolarizzi le strade per uscire dalla povertà, magari formando – come vorrebbe la mitologia di Becker – quel «capitale umano» da vendere come merce sul mercato, da cui dipenderanno tutte le sue fortune.

La forte condizionalità al lavoro

Il punto ancora più problematico è la forte condizionalità al lavoro e più in generale l’obbligo di contropartita, che fa di questa misura a tutti gli effetti uno strumento di workfare. Il soggetto che fa richiesta del benefit deve, innanzitutto, dichiararsi disponibile a lavorare e a ricevere le proposte dai centri per l’impiego. Ma non basta, poiché si è anche obbligati a partecipare a progetti di volontariato sociale promossi dai Comuni di residenza. Il soggetto deve instaurare con i centri per l’impiego un rapporto serrato, presentandosi a colloquio almeno una volta alla settimana, accettando anche tutte le proposte che riguardano i percorsi di formazione professionale. Si decade dal diritto della misura, non solo quando risultano cessate le condizioni di reddito e fin qui, nulla di strano si potrebbe pensare; ma quando – cito testualmente: si sostengono «più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esisto negativo». D’altro canto, ad un povero mica si può giustificare anche un atteggiamento poco accondiscendente?

Al di là delle disposizioni citate, la proposta in diversi passaggi, è imbevuta da una logica colpevolizzante, secondo cui la condizione di disoccupazione o di povertà dipendono in primo luogo da sé stessi. Bisogna impegnarsi, perché deve essere chiarothere isn’t free lunch, come diceva ancora una volta Friedman.

Una lotta che non finisce

Con alle spalle il 19 ottobre e i percorsi di lotta sul diritto all’abitare, la diffusione di pratiche di autorganizzazione di servizi in chiave mutualistica, è necessario che si riprenda collettivamente la discussione sul reddito monetario individuale. La crescente attenzione che si ha su questo tema è una buona occasione per riprendere il cammino. Non deve stupire neppure che le forze politiche istituzionali, e i governi nazionali in Europa, proveranno ad amplificare retoricamente l’attenzione sugli enormi guasti sociali prodotti dalla crisi. E’ probabilmente in atto un cambiamento interno alla stessa logica neoliberale di gestione della crisi: va compreso e utilizzato.

La prima urgenza è quella di collocare questa rivendicazione su una scala immediatamente europea. Chiedere l’erogazione di una anticipazione monetaria, slegata dal lavoro e fondata su un diritto assoluto alla riproduzione sociale, significa in primo luogo forzare il ruolo di indipendenza della BCE, la sua funzione istituzionale di disciplinamento del bilancio pubblico. La discussione su una moneta del comune, capace di riconoscere la cooperazione sociale, deve passare anche attraverso un ciclo di lotte attorno agli assetti del welfare. La separazione tra dimensione “assicurativa” e “assistenziale” del welfare, la prima finanziata prevalentemente con i contributi sociali, la seconda con la fiscalità generale, deve essere sapientemente messa in discussione in molte sue parti. L’insicurezza sociale è diventata un tratto antropologicamente connaturato nelle nostre esistenze, un controllo sulla nostra cooperazione sociale, sulla nostra capacità di autodeterminare le vite. Questa insicurezza non ha alcuna possibilità di essere alleviata attraverso gli strumenti “attuariali” del welfare assicurativo (come gli assegni di disoccupazione), ne tanto meno, attraverso un reddito di base rivolto esclusivamente ai più poveri. E’ il motivo per il quale, messo in discussione il confine tra questi due ambiti del welfare, dobbiamo richiedere che il reddito di base sia finanziato interamente dalla fiscalità generale: l’unico modo per aprire una redistribuzione del reddito sociale.

L’anticipazione monetaria oggettivata nel reddito di base deve poi svolgere un’altra funzione, quella di contrapporsi ‘politicamente’ alla anticipazione monetaria del salario, operata dalle imprese. Il reddito di base non può essere concepito come fa il M5S come un accesso al «diritto al lavoro» (quale lavoro? Quello precario e mortificante che conosciamo?); piuttosto deve essere uno strumento per amplificare la capacità di conflitto nel lavoro: sia chiaro, il lavoro vogliamo sceglierlo, è una volta scelto, vogliamo avere strumenti per favorire una soggettivazione contro le forme di organizzazione del lavoro stesso.

E’ quindi il confine tra lavoro e vita che ci interessa reinventare. Non esiste nessuna possibilità di lotta sul lavoro che non si ponga, contestualmente, il tema della sua relazione con la riproduzione sociale. Non esiste neppure nessuna possibilità di giocarsi questa lotta se ci si ostina a muovere i passi su uno spazio esclusivamente nazionale. E’ anche questo quello che intendiamo come apertura di un processo costituente dell’Europa post-liberista.

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Roberto Ciccarelli - Una nuova specie di proletariato: il Quinto Stato delle Partite IVA e dei Contrattisti

Anche i lavoratori indipendenti sono finiti nella trappola della crisi. Solo nell’ultimo anno hanno perso il lavoro 63 mila tra partite Iva (-21.446) e lavoratori a progetto (-45.137), due tipologie di prestazione lavorativa in realtà molto diverse ma che hanno lo stesso destino. Quello di versare i contributi previdenziali più alti rispetto ad un reddito che è passato dai 18mila euro del 2011 ai 15.500 del 2012, con un calo del -17,7%. l’aumento dell’aliquota dal 27% al 28%, a partire dal 1 gennaio 2014, e in prospettiva fino al 33% come stabilito dalla riforma Fornero sarà il colpo di grazia per queste persone che, in media, guadagnano 672,14 euro mensili (8.065 euro annui). Questi i dati inquietanti resi noti ieri dal terzo rapporto intitolato «Lavoro a perdere: meno occupati, meno reddito» dell’Osservatorio dei lavori dell’associazione 20 maggio che ha elaborato i dati Inps.

Che cosa ci fanno insieme figure così diverse tra loro, i freelance - che lavorano esclusivamente con la partita Iva - e i cosiddetti «parasubordinati» - che un contratto di lavoro ce l’hanno, ma a termine - nella stessa cassa previdenziale? Per chi non lo sapesse, la gestione separata è la gallina dalle uova d’oro dell’Inps. Secondo un precedente rapporto dell’Osservatorio, curato sempre da Patrizio Di Nicola, gli indipendenti versano all’Inps circa 7 miliardi di euro all’anno, senza ricevere alcun tipo di tutela sociale. In compenso, questi soldi (da moltiplicare per 17, tanti sono gli anni di esistenza della gestione separata) finanziano altre casse previdenziali in deficit. 

Ciò è potuto accadere perché il lavoro indipendente è sempre stato ritenuto come un fenomeno transitorio, fatto di «precari» giovani che avrebbero trovato un lavoro «stabile». I dati dell’Osservatorio oggi lo smentiscono questa credenza. Parliamo di persone (sono donne il 42% dei parasubordinati, il 50% tra chi lavora solo con la partita Iva) che hanno scelto di essere “indipendenti” oppure, anche a causa della crisi, hanno dovuto accettare una nuova condizione.

Tra loro ci sono anche molti giovani. quelli per cui ci si straccia le vesti quando si parla di disoccupazione o di "valore" del diploma o della laurea sul "mercato del lavoro". Lavorano di solito con contratti a progetto e negli ultimi 6 anni hanno perso in massa lavoro o incarichi. Per gli autori della ricerca ciò conferma come le Leggi sul lavoro possano incidere fortemente sulla vita delle persone. Dei 250 mila posti di lavoro “atipici” persi in 6 anni circa 150 mila sono ragazzi sotto i 29 anni (60%) a cui si aggiungono altri 99 mila lavoratori tra i 30/39 anni (39%). I redditi dei quasi 650 mila Contratti a Progetto iscritti alla gestione separata si attestano sui 9.953 € lordi annui a fronte della media di 18.073 €. Una delle ingiustizie più evidenti nel lavoro parasubordinato è la differenza del reddito delle donne che, a parità di lavoro, guadagnano 11.365 € lordi annui in meno rispetto ai maschi. Nel caso delle partite Iva, come in quello dei "parasubordinati", stiamo parlando di una nuova specie di proletariato, di lavoratori poveri.

 

Questi indipendenti iscritti alla gestione separata Inps - scrive Andrea Dili, dell'associazione XX maggio - si accollano l'intero costo dei propri contributi previdenziali e assistenziali a fronte del quale godono di diritti e prestazioni fortemente limitati, soprattutto se confrontati con quelli dei dipendenti. Il continuo incremento dell'aliquota della gestione separata - passata dal 10% del 1997 al 27,72% di oggi - si è tradotto in un forte decremento del reddito disponibile delle partite iva: se nel 1996 un compenso lordo di 1.000 euro al mese equivaleva a un redito disponibile di circa 750 euro, oggi ne rimangono in tasca meno di 550. Situazione che evidentemente rischia di mettere le persone di fronte alla drammatica scelta tra mancata sopravvivenza e uscita dalla legalità.

 


Sono quasi 1,8 milioni: senza tutele, con un reddito di povertà che non gli permetterà di percepire una pensione dignitosa al termine della loro «carriera». Questo è lo stesso destino riservato a chi, pur non essendo «indipendente», è un precario legato alla pubblica amministrazione oppure ad ordini professionale. Parliamo di milioni di persone. Questa è la condizione del lavoro (e del non lavoro) del futuro. 

Considerata la «proletarizzazione» crescente tra gli indipendenti, e sensibilizzato dall’appello delle maggiori organizzazioni del lavoro professionale e autonomo contro l’aumento dell’aliquota della gestione separata (Colap, Agenquadri, Consulta del lavoro professionale Cgil, Alta partecipazione e Confprofessioni e di Acta con la campagna "Dica No 33" che ha raccolto 15 mila firme), anche per il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), è giunto il momento di fare qualcosa. Chiede di sospendere con la legge di Stabilità l'aumento per il 2014 delle contribuzioni pensionistiche dal 27 al 33% «per le partite Iva non fittizie», e «un anno di tempo per aprire un tavolo di confronto e affrontare in modo organico e strutturale il problema».

Questo pronunciamento contro l'aumento dell'aliquota Inps, e per la riforma della riforma Fornero, segue all'impegno del vice-ministro all'Economia Stefano Fassina che in un'intervista si è impegnato a trovare i 30 milioni di euro necessari per bloccare l'aumento nel 2014 e avviare la revisione della norma contestata. Sono segnali positivi, in attesa di un risultato, In ogni caso, la battaglia contro la riforma Fornero potrebbe essere un primo passo per iniziare a parlare di tutele sociali per tutto il lavoro indipendente, riconoscendone la nuova condizione.

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Roberto Musacchio - Il reddito e il lavoro

Il reddito e il lavoro: volutamente titolo così questa mia riflessione, che poi sarà sostanzialmente sul reddito minimo garantito, perché è la nuova relazione tra questi due elementi, che sono i cardini della società capitalistica, che va messa a fuoco se si vuole provare a inquadrare nei suoi vari aspetti il tema, oggi divenuto di attenzione generale.

Non c’è dubbio che le forme di rapporto tra il lavoro e il reddito, per come le abbiamo conosciute, sono state, e sono, fortemente messe in discussione da quella rivoluzione conservatrice che, non a caso si e’ detto, rompe il compromesso sociale storicamente realizzato.

Sta di fatto che ci troviamo di fronte a fatti nuovi rispetto a quelli che vedevano il lavoro come quella merce speciale da cui l’ attività produttiva capitalistica poteva estrarre un plusvalore ma che poi poteva, nella storia del capitalismo reale, essere riconosciuto come soggettività con cui si realizzava un compromesso volto allo sviluppo sociale.

Nell’era della globalizzazione invece il lavoro torna ad essere ricondotto ad una condizione servile, quasi di stampo feudale, parcellizzato e precarizzato. Ci si appropria della sua dimensione fisica ed intellettuale, invadendone sempre più gli elementi biologici, del tempo, delle attitudini, tendenzialmente arrivando addirittura a separare la sua disponibilità dalla erogazione di reddito, fosse anche nelle forme della pura garanzia di sua riproduzione di cui parlava Marx.

Quando si parla di un carattere utopico per il reddito cosiddetto di cittadinanza, bisognerebbe far notare che il capitalismo sta quasi realizzando la sua utopia di far lavorare senza pagare reddito!

Non e’ un caso quindi che anche uno degli elementi cardine del carattere progressivo del capitalismo e cioè il valore emancipatorio del lavoro, per cui l’accesso al lavoro ha corrisposto alla fuoriuscita dalla povertà e, specie in Europa, all’accesso ai benefici del welfare, sia ormai contraddetto da una realtà in cui il lavoro povero e’ sempre più percentualmente significativo.

Inoltre, centrale per i suoi effetti sul sistema, la realizzazione del dominio della finanziarizzazione ha prodotto una sorta di capacità astrattiva del capitale di immaginarsi come soggetto partenogenico, cioè capaci di autoprodursi, in una sorta di crasi D in D+ che salta il passaggio marxiano nella M, l’attività di produzione di merci, che viene incorporata nel capitale stesso.

Da ultimo, i limiti ambientali dello sviluppo chiedono di ripensare un rapporto col lavoro, e tra il lavoro e il reddito, che sia alternativo a quella mercificazione integrale, anche del vivente, che viene messa in campo dal capitalismo.

Ho premesso questi abbozzi di riflessione per dire che la questione, di cui si parla ormai con insistenza, di una diversa relazione tra reddito e lavoro, con l’ introduzione di un reddito di base garantito per tutte e tutti è di grandissimo spessore e può essere l’avvio della ricostruzione di un nuovo punto di vista autonomo da quello del capitale.

Questo però è tutt’altro che scontato. Nel concreto infatti c’è il rischio che il tema del reddito minimo venga agito strumentalmente da quanti vogliono ulteriormente determinare lo scompaginamento degli elementi sopravvissuti di riconoscimento dei diritti collettivi e individuali del lavoro.

La discussione sul basic income, il reddito minimo, per altro a volte intrecciata a quella, ora un po’ meno di moda, sulla Flexicurity, tende per alcuni, e tra loro una parte significativa delle tecnocrazie europee, a rappresentare una sorta di grimaldello per scardinare le idee fondanti del vecchio compromesso sociale, come quella che il lavoro normale è quello a tempo indeterminato, che va promossa l’occupazione come attività fondamentale della esistenza dello Stato, che è giusto garantire la continuità lavorativa e che il lavoro è un soggetto che deve poter vincolare la impresa e il mercato.

Chi vuole liberarsi da tutto questo a volte si serve anche dell’esca di un minimo vitale, spesso assai al disotto del vitale a differenza di come era inizialmente la Flexicurity nella sua forma nordeuropea. Di fatto l’idea dei minimi, per il reddito ma anche per il welfare, lasciando tutto il resto al mercato è la chiave di lettura della riforma del modello sociale europeo su cui spingono le tecnocrazie.

Questo non significa che il tema del basic incom non possa essere al contrario quell’elemento chiave di rilancio di una nuova autonomia della coalizione potenzialmente alternativa al capitalismo odierno di cui dicevo. Per questo va assunto come centrale e agito correttamente. Cosa significa, almeno per me?

Che va posto in relazione ad una nuova idea del lavoro, della economia e della società. Ad esempio connettendolo al rilancio del valore della contrattazione collettiva come elemento caratterizzante di una nuova dimensione europea. Concretamente disegnando il riconoscimento, per contratto e per legge, di livelli salariali europei tendenti ad armonizzarsi verso l’alto con procedure cogenti, cui legare il diritto a un reddito di cittadinanza. Per chi?

Dico chiaramente per tutte e tutti. Una sorta di reddito di esistenza però connesso al contratto come espressione della soggettività collettiva che aiuta ed accompagna il diritto individuale. Ciò per altro e’ connesso ad una nuova dimensione del lavoro che è indispensabile creare a fronte dei limiti ambientali di un certo tipo di sviluppo e all’emergere di nuovi bisogni sociali e di relazione.

Che possono veder accompagnare alle forme lavorative, nuove forme di volontariato e di dono che non siano sfruttamento e disimpegno del pubblico mascherati ma sperimentazione di una nuova frontiera. Ricordo appena che Andrè Gorz parlò diversi anni fa, proprio in uno scenario di questo tipo, di un reddito derivante da un doppio assegno, uno legato al settore di produzione e l ‘altro per le nuove attività. Questa discussione è tutt’altro che astratta, anzi.

A livello europeo, oltre che esserci forme di reddito di sostegno in quasi tutti i Paesi, tranne Grecia e Italia, la questione è aperta sul doppio crinale di cui ho parlato. Quello mistificatorio della raccomandazione sulla Flexicurity, che vide un dibattito al Parlamento Europeo di qualche anno fa, bocciare l’ intenzione di promuovere come normale il lavoro flessibile.

E quello che agisce sugli elementi che ho descritto di una nuova relazione positiva tra lavoro e reddito, come nel caso di una risoluzione approvata sempre dal PE nel 2010 e che non a caso partiva dalla evidenza del dilagare del lavoro povero oltreché di una nuova generale condizione di povertà. E’ lo stesso ragionamento che ha portato qualche settimana fa un’ altra istituzione europea, il Consiglio d’Europa, a realizzare una Conferenza molto bella sulle cause strutturali della povertà in questa Europa, ponendo al centro delle soluzioni proprio una idea corretta di reddito di base.

E’ stato molto grave dunque che invece la Commissione Europea abbia bocciato il primo testo di ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, una sorta di legge di iniziativa popolare europea per la quale servono un milione di firme in almeno 8 Paesi, che chiedeva il reddito incondizionato. Per capire il valore della parola incondizionato basti pensare a come le leggi tedesche, fatte per altro da Schroeder, la Hartz vier, prevedano forme vessatorie per l’accesso ai sussidi.

La Commissione ha detto che non è materia di competenza! Incredibile in una Europa che massacra pensioni e salari! Ora e’ stato presentato un testo più generico che ha avuto via libera. In Italia, come si sa, vi è un testo di legge di iniziativa popolare di varie associazioni che ha un valore positivo anche se contiene qualche punto che richiede una chiarezza di attuazione.

Dunque una partita importante e decisiva, quella del diritto al reddito, che va messa al centro della ricostruzione di una idea di futuro. Se il capitale ha avuto la forza di proporsi, nella sua forma finanzia rizzata, come pura astrazione indiscutibile, il diritto all’esistenza è la ripresa di una capacità dei soggetti negati di farsi loro sì concretamente irriducibili.

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Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli - Pazza idea: Grillo e la sinistra alleati per il reddito minimo

Il reddito di base? Ce lo chiede l’Europa. E da più di vent’anni, perché la raccomandazione numero 441 risale al 1992 quando l’allora Comunità economica europea intimò di adottare questa misura tuttora assente nel nostro paese. Ma sin dai tempi della Prima Repubblica, la gran parte delle forze politiche hanno fatto finta di niente. Oggi c’è chi ha preso sul serio l’Europa.

La proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo è stata depositata con più di 50 mila firme. Un’iniziativa che non ha uguali nella storia ultra ventennale dei movimenti che hanno creduto nella prospettiva del reddito di cittadinanza in Italia. 170 associazioni e partiti come Sel, Prc e Pdci torneranno in parlamento tra un mese per chiedere al nuovo governo, di approvare nei primi cento giorni della legislatura una misura fondamentale per rendere più dignitoso il welfare più familista, classista e inefficiente dei paesi dell’Unione Europea.

La proposta di legge cerca di rispondere «al default sociale» che ha colpito, trasversalmente i giovani «neet», gli «over 50», i pensionati, ma soprattutto i precari «di prima e seconda generazione», quelli che oggi hanno tra i venti e i quarantanni. Prevede l’erogazione di un reddito di base di 600 euro mensili, 7200 all’anno, per un totale di 10 miliardi di euro da finanziare attraverso una non più rinviabile ristrutturazione degli ammortizzatori sociali, destinando a questo scopo una parte dei fondi della lotta all’evasione fiscale, della spending review e quelli che derivano dall’abolizione delle provincie.

Una proposta pragmatica che non ha bisogno di nuove tasse per essere realizzata in un paese che, insieme a Grecia e Ungheria, non dispone ancora di un «elementare strumento di civiltà sociale» come l’ha definita il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli. Il reddito minimo è da tempo oggetto di studi di fattibilità da parte delle regioni e di vere e proprie leggi come quella del Lazio del 2009, che ha ispirato i promotori della proposta di legge, ma non è stata più rifinanziata dalla giunta Polverini.

«In assenza di mezzi di sussistenza – sostiene Ferrajoli – la persona è esposta ad ogni ricatto. Seicento euro sono pochi, ma permettono alla persona di resistere e di affermare il suo diritto all’esistenza libera e dignitosa». Una consapevolezza particolarmente sentita da quando la disoccupazione, o l’inoccupazione, sono diventate realtà di massa. «Il paese è pronto a recepire una proposta equilibrata e fattibile come questa – aggiunge Fausta Guarriello, docente di diritto del lavoro all’Università di Pescara – anche se le parti sociali come i sindacati sono ancora poco sensibili perché credono ancora che il reddito sia contrapposto alle politiche del pieno impiego».

«È proprio l’opposto – dice Stefano Rodotà – siamo testimoni di un cambiamento epocale che non ci permette più di considerare la precarietà come una condizione transitoria nella vita lavorativa di una persona. Come al tempo dell’aborto e del divorzio, oggi il paese è pronto per istituire il reddito di cittadinanza. È giunto il tempo per la rivoluzione della dignità».

La proposta di legge sul reddito minimo è stata scritta alla luce della risoluzione del Parlamento europeo del 10 ottobre 2010 nella quale si sottolinea il dovere degli stati più colpiti dalla crisi, in particolare Italia e Grecia, di adottarlo in quanto misura indispensabile per contrastare l’esclusione sociale e le discriminazioni. La cifra di 600 euro corrispondente al 60% del reddito mediano come previsto dalla risoluzione europea. Questi 600 euro sono proporzionati agli indici Istat sulla povertà relativa e nucleo familiare.

La durata del sussidio non è vincolata ad un periodo determinato, ma al miglioramento complessivo della situazione individuale. Beppe Grillo continua a fare la sua battaglia elettorale sul reddito di cittadinanza. Anche lui lo vuole istituire nei primi 100 giorni, dovrebbe durare tre anni da finanziare con il taglio all’editoria e delle spese alla politica e ai militari, oltre che dalle concessioni statali al gioco di azzardo. I promotori della proposta di legge popolare non escludono una collaborazione anche con Grillo.

Sono pragmatici e “se ci sarà l’opportunità parleremo anche con il Movimento 5 stelle” affermano. La geometria delle alleanze parlamentare dei movimenti, delle associazioni e delle persone che hanno realmente il polso di un paese in default sociale potrebbe sorprendere i politici di professione. Come si può immaginare oggi, per non parlare di domani, un’alleanza in nome del reddito minimo in un parlamento che sarà molto probabilmente ingovernabile, con un governo molto debole squassato dalle tensioni tra Sel e Scelta Civica di Mario Monti che lo porterà a chiudere i battenti dopo poco più di un anno?

Questa pazza idea per la prossima legislatura è invece possibile. Perché i veti incrociati bloccheranno praticamente tutte le iniziative di intervento strutturale, ma forse potrebbero astenersi sull’unica, sensata, ragionevole misura per garantire l’autonomia delle persone nella crisi che peggiorerà ancora nel prossimo biennio. Certo, tra M5S e la sinistra non c’è nulla in comune. E, probabilmente, i grillini si prenderanno lo spazio dell’opposizione sociale, trasformandolo nel palcoscenico del risentimento di massa e del populismo d’assalto.

Tutto lascia immaginare che verranno anche i numeri in parlamento. Ma alla sinistra di Sel può interessare un contrappeso al rapporto tra il Pd e Monti che minaccia di cancellarla del tutto? E lo stesso discorso non vale anche per gli “ingroiani”, se riusciranno ad arrivare in parlamento? Si può pensare, pazza idea, ad un’alleanza pragmatica sul reddito – e ad una battaglia parlamentare e nella società – per istituirlo ben sapendo che Monti e Bersani non ne hanno la minima intenzione? Perché Pd e Scelta Civica qualcosa faranno e sarà una misura pensata per il sostegno alla “sopravvivenza” e di consolazione dei “poveri”.

Nulla a che vedere con il contenuto della proposta di legge e, forse, con quello che ha in testa Grillo. Come ha notato Stefano Rodotà: «Per Monti la vita degli esclusi è pura e semplice nuda vita. Quello di cui noi dobbiamo guardare è l’esistenza libera e dignitosa». Bersani, sotto la spinta crescente di Grillo e, perché no, della proposta di legge sul reddito in campagna elettorale ha finalmente aperto al reddito, ma sempre vincolandolo ad un’estensione degli ammortizzatori sociali.

Un’apertura non indifferente visto che nei giorni scorsi il segretario del Pd ha oscillato in maniera imbarazzata tra salario minimo e reddito di cittadinanza. E’ consapevole che la Cgil è alle prese tra il niet deciso della Camusso al “salario minimo” e qualche senso di colpa sul “reddito continuità” inserito nel “piano del Lavoro”. Il punto è Sel, Grillo, il Pd (e poi Cgil, Monti ecc.) riusciranno a percepire che il reddito è un diritto fondamentale sganciato dal lavoro, che è qualcosa di diverso da un ammortizzatore sociale per chi ha perso il lavoro?

E allora ecco una modesta proposta, per essere concreti, una volta tanto, a sinistra. Premettendo che la lotta per un nuovo Welfare contro la Grande Recessione è al livello europeo, la sinistra italica potrebbe trovare un accordo, nella palude litigiosa in cui si trova, con Grillo e con tutti quelli che ci stanno nel Pd, in Scelta Civica e nel governo che sarà, introducendo nella prossima legislatura una misura quanto più universalistica possibile di reddito garantito di base. Sarebbe una pazza idea, formare una maggioranza parlamentare per il reddito di base alla luce della proposta di legge popolare appena presentata?

Forse è chiedere troppo. Recuperare trent’anni di ritardo è difficile per tutti. Figurarsi per la sinistra parlamentare che verrà

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Paola Boffo - Appunti su reddito e lavoro

La sollecitazione di Roberto Musacchio ad aprire una discussione sul tema del reddito e del lavoro cade a mio parere in un momento per così dire favorevole, poiché da un lato la questione dell'introduzione di un reddito minimo / di cittadinanza / di base fa parte di alcuni programmi elettorali e d'altra parte perché si registra quotidianamente il peggioramento delle condizioni di diseguaglianza sociale e dell'impoverimento.

Il tema quindi vale una ampia discussione purché ci si impegni a ragionare sul merito e non sulle posizioni, sugli obiettivi e non sulle diverse ricette. Presento sinteticamente alcune considerazioni.

⁃ E' giusto porre la questione del rapporto tra reddito e lavoro, ma. Io lavoro sempre e molto; percepisco un reddito a volte, in misura variabile, qualche volta sì e qualche volta no. Voglio dire che la relazione certa e biunivoca fra prestazione e corrispettivo non funziona sempre in un mercato del lavoro ormai non più basato sul lavoro dipendente a tempo indeterminato.

⁃ Bisogna anche considerare che se parliamo di reddito dobbiamo parlare in termini generali della sua distribuzione primaria (rapporto fra redditi da lavoro, profitti, rendite e interessi) e poi di quella secondaria (ripartizione del reddito prodotto tra gli individui o le famiglie appartenenti ad una società). E se c'è un reddito da lavoro e un reddito da profitto, e un reddito da rendite e un reddito da interessi, allora può esserci anche un reddito da diritto di cittadinanza.

⁃ La protezione contro la povertà è un diritto di ciascuno in Europa (art. 30 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea), è un acquis europeo ed ormai un obbligo giuridico.

⁃ Come ci ricorda Rodotà proprio in un periodo di crisi profonda il percorso verso la pari dignità sociale va preservato e va costruito a partire dalla considerazione che oggi milioni di persone sono realmente fuori dal progetto costituzionale fondato sul cittadino come lavoratore salariato, e che sono sostanzialmente escluse dalla garanzia di un'esistenza libera e dignitosa, sia perché prive della garanzia di condizioni materiali di sussistenza, sia perché escluse - in quanto estranee alla categoria dei lavoratori salariati - dall'accesso a quegli strumenti di partecipazione politica - il sindacato, lo sciopero - che contribuiscono alla dimensione della vita activa, cioè di "equa partecipazione alla vita politica, culturale e sociale".

⁃ Se è stato possibile inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, perché ce lo chiedeva l'Europa, lavoriamo perché vi sia inserito il diritto ad un reddito adeguato che garantisca l'inclusione sociale, visto che l'Europa ci chiede anche questo.

⁃ E' necessaria la prestazione di un reddito mediante un trasferimento monetario, perché siamo in una società basata sulla moneta, e il reddito minimo non è e non deve essere necessariamente equivalente ai servizi dello stato sociale, semmai integrato da questi.

⁃ Se è vero che senza il lavoro non vi sono le condizioni per produrre la ricchezza sociale necessaria per distribuire equamente il reddito, né condizionatamente né incondizionatamente, è anche vero che “il capitalismo sta quasi realizzando la sua utopia di far lavorare senza pagare reddito!” e che di tutti i vantaggi del progresso materiale e tecnologico si è avvantaggiato il capitale incrementando in misura crescente la quota di profitto e peggiorando le condizioni di lavoro, e non abbiamo saputo guadagnarci la liberazione dal lavoro.

⁃ Le risorse per finanziarie una misura di reddito minimo adeguato devono essere necessariamente prodotte, ma vanno anche riallocate, e la crescita può essere garantita solo se c'è sviluppo, ed equità, e civiltà. E allora le risorse potranno essere impiegate per una politica economica e fiscale, in senso lato, orientata all'inclusione.

⁃ La questione cruciale che riguarda il Lavoro è rappresentata dai due punti di vista: il primo, proprio degli insider, che identifica il Lavoro come strumento di emancipazione e collega a ciò anche la rivendicazione di un Salario minimo garantito da definire al livello europeo (minimum wage), il secondo, proprio degli outsider, che individua nel Lavoro pura alienazione, nella visione delle giovani (ma non solo) generazioni precarie e sfruttate, da cui la rivendicazione di un Reddito minimo garantito (basic income).

Questo dà il segno di una frattura generazionale e sociale che è indispensabile ricomporre, e questo è possibile anche attraverso una misura di reddito minimo adeguato inserito in una gerarchia progressiva fra reddito minimo e salario dignitoso, più alto in termini reali e regolarmente indicizzato ai prezzi di beni e servizi, con un approccio che preserverebbe l'incentivo al lavoro e sosterrebbe il potere negoziale dei lavoratori, riducendo sostanzialmente la povertà nel lavoro ed il rischio di impoverimento.

Lettera aperta alle elette e agli eletti per un reddito minimo garantito

L’ultima tornata elettorale ha segnato una discontinuità forse storica nella vita politica del nostro Paese, foriera di sommovimenti di cui si fa ancora fatica a soppesare gli effetti. Ciò che invece, purtroppo, le elezioni in quanto tali non hanno potuto mutare è la condizione di profonda crisi in cui tuttora versa la società italiana.

Gli ultimi rilevamenti dell’Istat ci hanno restituito ancora una volta un’immagine drammatica: sono 2,8 milioni le lavoratrici e i lavoratori precari, la disoccupazione è prossima ormai alla soglia inaudita del 12%, con punte che sfiorano il 40% tra le e i più giovani; in breve, la sussistenza stessa di milioni di persone è messa a repentaglio dalla spirale crisi-austerità.

Siamo convinte e convinti che il prossimo Parlamento, quali che siano gli equilibri politici dei mesi a venire, non possa esimersi dall’intervenire per mettere argine a questa spirale discendente nella condizione di milioni di persone. Pensiamo che le elette e gli eletti alla Camera e al Senato non possano non avviare un dibattito e un processo legislativo affinché si giunga finalmente anche in Italia alla predisposizione, proprio contro la crisi e anche in chiave anticiclica e antirecessiva, di un meccanismo a garanzia del reddito di tutti le e i residenti.

Chiediamo cioè che nei prossimi mesi si ci concentri sulla drammatiche condizioni materiali della vita delle persone e sulla necessità e l'urgenza di risposte immediate in questo senso. Nel corso della campagna elettorale si è molto parlato, pur con diverse inclinazioni, di reddito minimo garantito. Con formule diversificate molte forze politiche attualmente in Parlamento hanno fatto riferimento ora al “reddito di cittadinanza”, ora al “reddito di sostentamento minimo”, ora al “salario minimo” e via dicendo.

Molto meno si è parlato però di una straordinaria mobilitazione che da giugno a dicembre ha visto l’adesione di 170 associazioni e diverse soggettività sociali e politiche, con oltre 200 iniziative pubbliche e oltre 50.000 firme raccolte, per l'istituzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese (si veda il sito internet www.redditogarantito.it).

La campagna di raccolta firme è stata promossa e condotta a termine con successo proprio per giungere alla presentazione di un disegno di legge di iniziativa popolare per l’introduzione del reddito minimo garantito. La proposta di legge, modellata sugli schemi di tutela del reddito presenti nella maggior parte dei Paesi europei e rispettosa delle indicazioni in materia del Parlamento europeo, prevede un sostegno ai soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione pari a 600 euro mensili, oltre integrazioni in beni e servizi a carico delle Regioni.

Al beneficiario del reddito minimo garantito saranno proposte eventuali offerte di impiego, purché le stesse siano effettivamente compatibili con la carriera lavorativa pregressa del soggetto e con le competenze, formali o informali, in suo possesso. Sono infine previste delle deleghe al Governo per la fissazione di un salario minimo orario e per il riordino degli ammortizzatori sociali e della spesa assistenziale in genere, allo scopo di rendere l’insieme del welfare italiano coerente con la nuova misura di garanzia dei minimi vitali.

Saremo nei giorni immediatamente successivi all’insediamento delle Presidenze delle Camere presso gli uffici di Presidenza del Parlamento per consegnare formalmente le firme e il disegno di legge. Si tratta di un progetto attentamente studiato, sostenibile sul piano finanziario, discusso in decine e decine di assemblee pubbliche e che ha già trovato il consenso di associazioni ed elettori. Vogliamo che in Italia come nel resto d’Europa vi sia un reddito minimo garantito.

Vogliamo che si discuta di una proposta nata dalla mobilitazione sociale: per questa ragione vogliamo che vi sia un vincolo di discussione per le proposte di legge di iniziativa popolare e l’audizione permanente dei soggetti proponenti.

Chiediamo ora alle e agli eletti un impegno in favore delle cittadine e dei cittadini, chiediamo che da parte dei e delle neoparlamentari via sia sin da ora una presa di parola pubblica che sostenga la proposta di legge o che sostenga la necessità dell’introduzione di un diritto al reddito, chiediamo che sia adottata con urgenza questa misura di contrasto alla crisi, chiediamo che sia al più presto avviata la discussione del disegno di legge di iniziativa popolare e che si giunga dunque finalmente anche in Italia all’introduzione di una misura di reddito minimo garantito.

Da troppo tempo l’Italia aspetta risposte e forme di regolamentazione nuove, adatte a fornire tutela al cittadino nell’epoca della crisi e della così detta “produzione flessibile”. Da troppo tempo il nostro Paese attende che vengano corrette le drammatiche carenze di un sistema di protezione sociale incapace di offrire tutele adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale, giovani, donne e lavoratrici e lavoratori precari primi fra tutti. Il tempo dell’azione è ora!

www.redditogarantito.it

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