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“Gli Equilibristi”, una non-recensione Stampa
Lunedì 03 Dicembre 2012 12:48

Dario Mavilia - Ho cominciato a scrivere questo articolo pensando di recensire “Gli Equilibristi”, bellissimo film diretto da Ivano Di Matteo e che vede nel ruolo di protagonista Valerio Mastandrea. L'ho visto due giorni va ad Acrobax, spazio occupato romano, che festeggia in questi giorni i suoi 10 anni. L'intenzione di scrivere una recensione del film è stata subito cancellata dalla lettura di quelle già scritte, e che ormai si trovano in gran quantità nel web.

La curiosità mi ha spinto a leggerne molte, per vedere cosa ne pensavano del film le persone “competenti” ed i “critici” di professione.

Io, che critico non sono, e di film non sono un esperto, ho deciso allora di partire dalla mia serata.

Innanzitutto dal luogo dove mi trovavo, l'ex Cinodromo, ora Acrobax. Un luogo che frequento spesso e che 6 anni fa ha visto morire “di lavoro” un suo militante, Antonio, un ragazzo come me e come molti altri "acrobati della precarietà" che giornalmente rincorrono l'intermittenza di una speranza di dignità.

Alla presentazione del film è stata la persona che mi è venuta per prima in mente, poi abbassando lo sguardo e vedendo intorno a me tantissimi ragazzi e ragazze che prendevano posto, ho per un attimo avuto la sensazione di riconoscermi in ognun@ di loro.

Quando le luci si sono spente, le mie paure, angosce e illusioni si sono probabilmente mescolate a quelle di tutta la sala, in una strana alchimia generazionale.

Dico tutto questo perchè il film che abbiamo visto non ci ha raccontato semplicemente il problema dei padri separati, perno centrale di alcune recensioni suddette, ma il divorzio, come poi il regista ci ha raccontato, è stato semplicemente il pretesto per raccontare la vera separazione, quella che porta con sé l'attualità criminale della precarietà in cui ci troviamo.

Ho detto che non racconterò molto del film, preferisco mettere qualche link in fondo all'articolo con recensioni interessanti, ma voglio soffermarmi su quello che il lavoro di De Matteo mi ha lasciato.

La precarietà non è una condizione esclusivamente lavorativa, ormai lo sappiamo e la viviamo nella sua poliedricità. Il disagio economico è connaturato a quello umano. Anche chi come Giulio, il protagonista, ha un lavoro fisso da poco più di 1000 euro al mese, rischia di cadere nell'affanno precario che non è meramente lavorativo, ma striscia nelle viscere dell'esistenza delle persone.

Lavoricchiare esclusivamente per sostentarsi, per arrivare a fine giornata in modo da vivere degnamente la successiva, senza mai superare l'orizzonte dell'oggi, inaridisce lentamente Giulio come ormai settori sempre più numerosi delle nostre città.

Inaridirsi porta ad isolarsi. L'isolamento porta alla rottura delle relazioni sociali e familiari che rappresentano l'ancora di salvataggio dalla perdita di fiducia nel mondo intorno a noi.

Si perde la tolleranza verso gli altri e verso noi stessi, ci si incattivisce e ci si chiude nella parte più scura dei pensieri.

La precarietà è nell'assenza di spazi sociali e vivibili nei quartieri, le “piazze” in senso ampio del termine. La precarietà è nella rincorsa folle che ingoia desiderio e vomita mestizia.

Dall'essere Cittadini si passa rapidamente a depauperare la propria esistenza di tutto ciò che la rende succosa, saporita, vitale, colorata. Come mazzancolle sgusciate, rimane solo l'involucro di qualcosa che era e non è.

So che l'affresco che propongo può risultare eccessivo o lamentoso, ma sono convinto che sia preferibile cadere nella pozzanghera per capire che piove piuttosto che camminare rapidamente sotto un ombrello di cecità e lassismo.

Anche alcune recensioni del film l'hanno bollato come un po' “esagerato”, “drastico”, “eccessivamente pietista”, di un regista “troppo innamorato della tragicità”. Penso che alcuni di questi commenti siano sintomatici dei nostri tempi, in cui si ondeggia animalescamente tra l'essere struzzi con la testa sotto la sabbia o scimmiette del nonvedononsentononparlo.

Fino a quando non ci si trova nelle situazioni drammatiche, queste si elidono dal pensiero, per rifugiarsi in qualcosa di più caldo.

Come quando in una notte fredda, al brivido si risponde tirando su la coperta e stringendo le gambe al petto. Il problema è che la coperta si sta accorciando, e tirandola sulla testa si scoprono ormai i piedi, mentre il freddo rimane a pungere.

La crudezza del film è la crudezza di una realtà che cerchiamo di evitare, e che anche quel ceto medio che sta entrando in profonda crisi cerca di relegare a presunte sacche di povertà, esterne e periferiche, talmente periferiche da essere lontane dallo spettro visivo e dal cervello.

Una presa di coscienza reale vorrebbe invece dire prendersi cura di se stessi, tornando coi piedi per terra e ragionando a fondo sulle nostre vite e sul sistema che ci sta trascinando. Penso che il regista, con questo film, abbia cercato di andare proprio in questa direzione.

 

Gli spagnoli hanno scritto uno striscione nell'ultima manifestazione a Madrid: “Facciamo piano che gli italiani dormono”.

 

E' ora che la sveglia suoni forte.

 

il trailer del film

la recensione di mymovies

la recensione di Marita Toniolo

la recensione di Trovacinema