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Calendario della fine del mondo PDF Stampa
Venerdì 02 Novembre 2012 10:17

Redazione - Pubblichiamo il commento di Roberto Donini a “Calendario della fine del mondo”, il libro edito da Inbtra Moenia e Democrazia chilometro zero.

Cosa c’è di fronte a noi - Cari Anna, Anna e Gigi, cara Dkm0, Ho letto e annotato il vostro “Calendario”; ora non so per certo quando finirà il mondo anche perché magari arriverà “come un gigantesco esaurimento nervoso” (p. 227) come dice Guzzanti citato da Daniele Barbieri. Al contrario ho qualche punto di riferimento in più al di qua della fine.

 

Prima del libro, della sua carne, ci siete voi, cioè c’è un “essere collettivo”, un lavoro organizzativo che ha riunito il collettivo degli intervenuti.

Collettivo virtuoso

Mi/ci conforta nell’affrontare i temi della “fine” sapere di non essere solo/i, d’altra parte per superare la “fine” di un “mondo” individualistico occorre già prefigurare un “essere collettivo”, pensante e agente. Certo i redattori da voi riuniti sono studiosi seri, specialisti e anche militanti esperti di movimento e di partito, ma l’atto importante è averli riuniti perché ciò genera il sentimento – confortante – della possibilità di riunirsi.

Insomma un circolo virtuoso di collettivi. La stessa scelta di Latouche, quale introduttore, non ha vocazione di pregio culturale, ma accentua da subito la necessità di usare, di giocarsi, questo “Calendario” proprio come Serge fa dei suoi testi, nel dar battaglia sulla decrescita.

Forse, c’è in me una qualche nostalgia per l’intellettuale collettivo, per il partito, più forte e recente la suggestione con Illich per il convivio, per una comunità paritaria e dialogante. E’ che non credo più al pensiero che scende dall’alto, che si deduce, e poi la figura del grande intellettuale non c’è più, perché non c’è più metafisica di cui essere chierico.

Invece si avverte nelle nostre solitudini – e Gigi con “Carta” ha tentato di darne una qualche risposta – la mancanza di organizzazione del dibattito e della ricerca.

Calendario di battaglia

Il libro è uscito a cavallo di una grande vittoria di popolo, quella dei referendum, proprio questa coincidenza ne segnala una pertinenza profonda a quel popolo.

Una scrittura in/formata da uno sguardo del “mondo” fatto da pratiche e riflessioni di movimenti per la sopravvivenza del “mondo” ed una lettura con referenti primari nei movimenti stessi e con pezzi di popolo a disagio nel pensiero unico, da questo sbattuti nel “mondo”. Un compendio rapido di cosa c’è di fronte a noi, delle urgenze della “terra” ma anche uno scadenzario, un “Calendario” delle scelte da fare, di come noi staremo su questa “terra”.

Pertanto tabelle e dati non fini a se stessi ma supporto per prospettare un libro di storia futura. Prevedere il Mondo, appunto, quello spazio finito nel quale ci troviamo con il tempo del nostre scelte finite. Ottimo lavoro, con il quale attraversando il deserto della “catastrofe produttivista” (p.11) confronto il mio sapere con il vostro.

Sorella Acqua

Riccardo Petrella racconta un sacrilegio e Tommaso Fattori, che ho visto entusiasta qualche giorno dopo il 13 giugno per la vittoria contro la privatizzazione dell’acqua, testimonia delle lotte per difendersi da quel sacrilegio.

L’acqua diminuita a merce attraverso “la triade tecnologia, finanza, mercato” (p.31) è oggetto frantumato, morto. Investita dalle categorie astratte, cioè dalle logiche dis-umane de “le attuali classi dirigenti” per questo è passibile della “soluzione tecnologica” (“riciclaggio”, “dissalazione dell’acqua di mare”), logiche violentemente finalistiche “produrre sempre più acqua da utilizzare/consumare”.

L’acqua, l’essere per Talete, origine del pensiero dell’essere, cioè del nostro senso perché ci accoglie, sospendendo e umidificando la nostra isola di esistenze, territorio sacro, perché a noi precedente e presupposto: è saccheggiato. Imbottigliata nella plastica.

Ecco l’agire della tecnologia tracotante, sacrilega, polarmente lontana da un’arte sapiente e misurata capace di raccoglierla in cisterne e pozzi di campagna, di utilizzarla quanto basta; dalla sapienza delle “donne africane che percorrono chilometri a piedi, ogni giorno, per racimolare un po’ d’acqua” (p.51).

Tommaso e con lui il grande movimento di questi anni che ha vinto il referendum è riuscito a guardare l’acqua con “lo sguardo di bambino” (p.43), che è poi lo stesso di Talete, il fatto che alla “merce acqua” si è arrivati, in ultima istanza e dopo aver divorato i profitti su quasi tutti gli artefatti umani che hanno caratterizzato il cosiddetto industrialismo.

La specifica forma nichilista e la sua acutezza è data proprio dal fatto che l’ambiente, la physis , ciò che sta prima di qualsiasi logos, cioè di qualsiasi considerazione e convenienza umana è diventata variabile dipendente della produzione mercantile e non solo discarica delle sue sperimentazioni. La coda velenosa dell’Antropocene.

E alla fine del libro – con l’intervento di Federica Barbera e Sebastiano Venneri – si torna all’acqua tornando al mare, al mediterraneo che raccoglie nella sua “biografia” (p.207) quella dei popoli che l’hanno usato, con speranze di civiltà e illusioni di infinitezza.

Invece finito, come giustamente sottolineano gli autori (p.215 “il Mediterraneo è un mare chiuso”), più sensibile di altri mari nel senso di registrare rapidamente le ingiurie ma anche di restituirci accoglienza se curato. Nella riflessione di Talete dai lidi della sua Mileto c’era il senso di quest’accoglienza, dell’essere come accogliente, di un limite plastico offerto alla nostra attenzione.

Poi ci si è distratti ed a quello che avevamo innanzi ad occhi sani –di bambino- è subentrata la “presbiopia” per al-di-là sempre più artefatti.

La scienza dei fini

In questo senso nelle conclusioni, Tommaso propone un brillante “rovesciamento”, “un’immagine capovolta” che restituisce la consistenza ontologica, il fondamento della nostra situazione “l’acqua non è neppure un "bene comune dell'umanità", perché non è l’acqua che appartiene a tutti noi, siamo noi che apparteniamo all’acqua” (p.52) e, soprattutto per il da farsi, per il ricercare, intravede la necessità di una nuova scienza fatta del dialogo (“coincidenza”?) tra “il punto di vista tradizionale indigeno” e “il punto di vista delle contemporanee scienze sistemiche e non deterministiche del vivente”(p.52). Questo è il primo nodo.

Il pensiero ecologico “alto” ha qui e ora una grande opportunità filosofica, quello di risolvere la crisi del determinismo positivista, la cosiddetta crisi dei fondamenti (entropia, indeterminazione, meccanica quantistica) che nel ‘900 è semplicemente stata occultata dal trionfo della tecnologia, ma che ora viene a maturazione inverando nella distruzione ambientale quelle intuizioni teoriche dell’inizio dell’altro secolo, che dicevano della non-onnipotenza del nostro sapere.

I fenomeni energetici e climatici allora cominciano a offrire conferme sul campo: già negli anni ’70 con i Limiti dello Sviluppo, come ricorda Claudio della Volpe, si introduce il concetto di “retroazione o feedback” per studiare “la capacità dei sistemi dinamici di tenere conto dei risultati del sistema per modificare le caratteristiche del sistema stesso ” (p.65) mentre c’è la “dinamica caotica”, alla base degli studi climatici, ovvero la verifica di una non riducibilità a sistemi ordinati, meccanici, e dunque alla prevedibilità causale (Luca Tornatore).

Paradigmi, tratti da altri ambiti (biologico, matematico) costituiscono gli strumenti conoscitivi per affrontare un ambiente presupposto come vivente, autonomo quindi dalla camicia di finalità “produttive” impostagli dagli uomini. Ma qui e ora, siamo in presenza di grandi episodi nichilisti e di una battaglia a tutto campo da dare.

Se è vero che la biologia ci ha insegnato il feedback e la sua ala “naturalistica” tende a farne tesoro, l’altra ala, quella forte, quella “genetista” e di “laboratorio” tende a svalutarla per “farsi ancilla” dell’attacco alla “biodiversità” (p.114), contraddicendo quindi nella prassi, le considerazioni sistemiche della teoria Contano ovviamente i condizionamenti economici nella prassi tecnologica, ma agisce nella stessa coscienza scientifica l’acritico presupposto filosofico di una sottomissione assoluta della natura alle astrazioni umane, tendenzialmente infinite.

L’albero del tempo

Sotto al meccanismo, alla “megamacchina” c’è una perdita, un occultamento iniziale. Nell’operetta morale di Marinella Correggia si concentrano, poeticamente, questi temi. In silenzio parlò l’ultimo albero (p.102), il paradosso di un racconto dal limite, spaziale e temporale, di un essere, l’ultimo albero che come la ginestra leopardiana sa restituirci uno sguardo mondato dalla prosopopea umana.

Quell’albero è il limite, è l’ultimo vivo, è l’ultimo tempo, sta nella “foresta boliviana”, l’ultimo spazio ai margini estremi dell’offesa urbana; le sue radici comunicano ancora agli ultimi viventi e sentono dentro la terra il suo dolore. Quel vivente-morente, quel “Qualcuno deve pur aspettare, essere quello che chiude la porta dietro il nulla” (p.102) fermo, non agitato, è cosciente di tutto il tempo perso dagli umani, come dopo le siccità del 2005 “fu un periodo tremendo” (p.106) e poi “nel 2010” (p.107).

Vive su di sé, sulla sua morte, gli effetti della retroazione ambientale e del precipizio caotico, nel quale è caduta tutta -“i governi, forti e furbacchioni…” e “i popoli, quelli privilegiati, che non erano ancora morsi dal clima” p.109- la civiltà dove “il negazionismo ha la meglio” (p.109). Quell’albero sa anche le poesie (“come d’autunno sugli alberi le foglie” p.110) e per questo condivide l’infelicità di quei poeti che videro e ci svelarono la finitudine del tempo, ma non riuscirono a “toccare il cuore di voi umani” rassegnati alla banalità di un tempo senza qualità prospettica “E che volete che importasse il 2050 o il 2010 a persone che nel 2010 avevano 20,30,40,50,60 anni?” (p.110).

Quell’albero, essere perché accogliente il tempo, (ci)interroga, emozionato dal comune destino, gli umani che buttato il tempo sono nel nulla.

Politica senza popolo e senza terra

E del conflitto dei calendari parla anche il mio caro amico Roberto Musacchio, dalla sua esperienza di politico. Anche lui si sofferma su date perse (Lisbona, Kyoto), su uno spazio “politico” perso o forse mai cercato com’è l’attuale Europa dei mercanti, preoccupata del debito più che del clima, gestita da governi liberisti e da questi sacrificata alla competizione e non alla cooperazione.

Europa senza popoli e per questo lontana dal “battito di ciglia della Madre Terra” (p.88). Roberto, un po’come l’albero boliviano, ha sperimentato ben oltre gli anni della comune militanza, il limite della politica senza polis, la fine della “grande politica” travolta dalla “grandissima economia”.

Di quell’age d’or della politica vivemmo la coda, cercando di farvi entrare pezzi di popolo, ma era opera donchischottesca perché quella macchina era già predisposta al fondamentalismo economico che tutto avrebbe travolto. La più duratura sconfitta è la fine del popolo, come aveva profetizzato Pasolini, perché come chiarisce bene Illich, scompare l’istanza critica di massa di un altro tempo, quello arcaico su quello reificato della modernità.

E noi marxisti siamo stati davvero ingenui e meccanicisti nell’abbracciare la fede di una “progressiva” formazione di coscienza critica dentro un mondo a-critico.

La “cura” della terra

Il saggio più esemplare su questa perdita è quello di Antonio Onorati “Un’agricoltura senza agricoltori, una terra senza cibo”. Ho avuto la fortuna (?) di vivere l’infanzia dentro la fine della civiltà contadina: sentivo che venivano gli ingegneri della “Montecatini” a spiegare “certi concimi che te’ iempono le nocchie” e poi gli elicotteri a irrorare di veleno la valle di Vico infestata da “lo balanino che se magna le nocchie”; non sapevo di assistere all’inizio della rivoluzione verde all’italiana.

Allora si giocò giustamente sull’uscita dalla fame, ma come capita sempre nei fenomeni di industrializzazione non ci si accontentò: ora si sta arrivando ad “un’agricoltura senza contadini” (p.136).

A parte l’impatto ambientale e di qualità delle produzioni, la perdita più grave è quella antropologica: non finisce solo la figura politica dell’idiota contadino di Marx ma tutti noi perdiamo sensibilità e conoscenza della Terra, dei suoi limiti produttivi, perché quegli uomini-contadini che presidiavano quotidianamente i campi sapevano e rispettavano, frane e siccità, aridità e abbondanza, cercando di correggerli con misura.

Senza quel sapere calloso anche la terra ci è più lontana, al massimo ci arriveranno tabelle di dati di produzioni e di disastri, ineffabili matrici che non avvicinano la nostra schiena ad una “terra sempre troppo bassa” (come diceva mio nonno stirandosi sulla zappa).

Uomini senza terra

Come fu già con la prima industrializzazione gli uomini cacciati da quel presidio, vengono importati nelle città, ora non più come operai ma come “consumatori” precari. Delle “bulimia urbana” (p.142) ci parla l’intervento di Rossella Marchini e Antonello Sotgia .

Dal panorama delle torri di Tor Bella Monaca il pulviscolo sfoca la visone delle vicine campagne, gli autori attraverso quest’impressione senza confini scoprono dove e come è nullificato il territorio “E’ la stessa nozione di territorio a svanire, a non rappresentare più un riferimento, a non poter più essere considerato luogo destinato ad accogliere nuovi scenari” (p.143).

Nel gigantismo metropolitano, reticolo tentacolare per tutto consumare, scompare l’idea classica di città come polis, centro di una comunità: “Le città del mondo, in realtà non esistono più, o almeno non esistono nel modo in cui fin qui le abbiamo conosciute.”(p.143), soprattutto si occulta, nella megamacchina dei servizi, la sostanza terra sulla quale tutto si sovrastruttura.

Le megalopoli, quelle “cresciute in maniera abnorme” di Asia e Africa , inghiottono le popolazioni agrarie e le loro culture, ma con loro perdono il senso della terra. Le megalopoli divorano materialmente lo spazio anche perché eliminano l’umanità dedita alla cura del territorio. Ancora alla fine negli anni ‘70, si potevano trovare a Roma strade bianche (ricordo Via dell’Assunzione a Primavalle), ora nella città completamente asfaltata può succedere che qualcuno non calpesti mai la polvere chiara della terra, cioè non possa più immaginare cosa c’è sotto.

Auto cioè macchina

L’asfalto nasconde la terra a piedi umani per sostenere la vita dell’automobile merce sacra di fine mondo. Andrea Masullo chiedendosi Dove parcheggeremo le automobili che circoleranno nel mondo? indaga attorno alla convivenza uomini e auto in uno spazio finito e fornisce la cifra di 2 mld di veicoli quale limite della paralisi finale.

Nelle non-città è già esperienza quotidiana la prepotenza dell’auto: le metropoli o, come nei casi “americanizzanti”, sono proporzionate alle auto e quindi annientano in autostrade urbane le relazioni umane di “vicolo” e di “piazza”, oppure come nel caso italiano soffocano la “storia” precedente. Il punto è decisivo perché l’auto, alla fine dell’industrialismo, concentra il senso (virtuoso e vizioso) della civiltà produttivista tenendola in vita, oltre la propria fine:

1) la sua filiera (petrolio-acciaio-elettronica-assemblaggio-infrastrutture stradali) alimenta e stimola la produzione in scala di settori industriali destinati altrimenti ad inevitabile ridimensionamento;

2) senza tornare sulle intuitive conseguenze ambientali, della produzione e consumo di auto, sottolineo le conseguenze antropologiche e ontologiche; l’auto rende disponibili a tutti il movimento, cioè potenzia il desiderio di incontro e di scoperta, ma con il patto diabolico che questo avvenga con enorme dispendio termico.

Come tutti i patti titanici, il risultato è opposto alle aspettative: gli uomini immobili nelle loro scatole (ladri…di tempo p.160) non si incontrano affatto e divengono vestali del nuovo fuoco sacro, da custodire sempre acceso nei cilindri dei motori;

3) questa liturgia quotidiana serve non solo al perpetuo consumo e rinnovo della filiera, ma “repetita iuvant” conferma quotidianamente all’uomo la sua unica dimensione: l’insuperabilità di un consumo e di un’esistenza inscatolata – potente pedagogia della semplice “presenza” (di contro all’esistenza appunto);

4) d’altra parte questa occupazione totale (“monopolio radicale” di Illich) dello spazio (ladri di spazio p.160) da parte di una merce ingombrante-rumorosa-mobile occulta la Verità della fine del bisogno della produzione in scala di manufatti, con la visione di una merce con un ciclo pesantemente “presente”, alimentando l’illusione e il dogma economico della crescita.

Sarà un caso la popolare sinonimia tra “auto” e “macchina”?

Conoscenza per inceppare la macchina

La coazione però non può ridimensionarsi, nonostante i rischi ricordati da Alessio Ciacci, citando la profetica Leonia di Calvino, di essere sommersi di immondizia o di essere avvelenati da artefatti chimici oramai sfuggiti al controllo umano, come invece nella preoccupante panoramica di Eva Alessi.

Fermare la macchina libererebbe il cervello dal brodo di penuria-iperconsumo nel quale viene tenuto “stagno”, dall’informazione (pubblicità di Latuoche), dalla formazione (Illich) e dalla prassi del lavoro “precarizzato”.

Quella macchina è il nuovo sacro, cioè la cosa più visibile e pervasiva ma anche quella più allontanata, esotericamente, al dibattito critico. L’unica scienza, quella ordinante le altre è l’economia politica (una pura invenzione come titola un libro di Latouche), l’unica ammessa al cospetto del sacro nulla. Scienza esoterica. Al popolo è data l’ignoranza.

Proprio su questo aspetto sociale della “conoscenza” e sulla preoccupazione per il suo “esaurimento” si incentra il contributo conclusivo di Guido Viale, che riassumerei nella difficoltà del sapere pubblico, di massa, di arrivare ad intravedere l’essere.

Ciò per il concomitante militare: della banalità e corruzione della politica (i primi due par.), della “eclisse della cultura scritta”, cioè argomentata, della crisi della scuola (IV par.) sostituita dal nuovo monopolio di consumo e media, del fondamentalismo come prosieguo delle ideologie ma peggiorativo perché ancor più ignorantizzante, appagato dell’ignoranza di religiosità consolatorie o dalla astrazione calcolante nella quale la tecnologia condanna l’Homo oeconomicus e, appunto, della completa sostituzione della realtà dei mercati al mondo delle relazioni umane e naturali.

L’autore con la suggestiva formula “Non so di sapere” e con il successivo richiamo a “I saperi diffusi” riferita in particolare all’esperienza No Tav, mette giustamente in opposizione la scienza ufficiale dell’accademia e quella intuitiva e universale, delle pratiche di difesa del mondo attraverso la difesa del territorio, dello spazio vicino agli esseri.

Sul mio balcone sventola una bandiera No Tav, credo che quella lotta sia il paradigma di ogni lotta perché come dice Viale “Democrazia e partecipazione sono ormai inscindibili da conoscenza e saperi diffusi” (p.253). In fondo le insorgenze territoriali e di presidio iniziano ad importare in Europa le esperienze di “ri-autonimazzione” delle culture popolari, sperimentate in Sud America come zone libere dalla ratio mercantile.

Infine la storica e “construens” militanza di Giorgio Nebbia , contro il PIL, contro la supremazia del valore di scambio pone al centro l’oggetto “aristotelico” del contendere: la misura della natura (che lui chiama “La contabilità della natura”).

Una misura per alcuni versi intuitiva – si “vedono” troppe auto - per altra dialogica –tutti vedranno- e qualitativa, dove si ridiscutono continuamente i fini per dar valore ai mezzi di uso (cioè per misurarli). Una critica spietata al quantitativo ed esoterico della moneta (alla Simmel) che è già una contro-misura un valore da tutti osservabile, perché vissuto “in unità di massa e ore di lavoro”, base possibile di quelle tabelle intersettoriali che prospettano una scienza economica visibile, comprensibile allo “sguardo di bambino”.

Sentimento della finitudine Il pregio del “Calendario” è aver legato la dettagliata ricognizione antologica del quadro “oggettivo”, dell’antropocene, al problema “antropologico” di costruzione della coscienza attraverso la “conoscenza”, sottolineata da Viale. Legame colto all’opera in differenti esperienze militanti (dall’acqua, allo smaltimento dei rifiuti di Capannori) e che offre una direzione.

Tale legame tra esperienze, non può più dedursi da una teoria politica o da una idea astratta, da una metafisica insomma, piuttosto è da vedersi nel sentimento di finitudine, che regge il libro accomunando il mondo, nel suo stato finente e la “nostra” soggettiva condizione finita. Ciò spiega perché la “conoscenza” derivante da pratiche intensive e circoscritte come quelle in Val di Susa ci appare “sensata” mentre le litanie astratte ma dominanti dell’economia politica vuote e annichilenti.

Sentimento in senso forte, come impegno a trovare sul campo ragioni-scelte-produzioni e non a ripetere il già deciso da altri, in alto. Sentimento, cioè spinta a ricercare criticamente: per una filosofia della finitudine tra Heidegger e Aristotele e dentro questo orizzonte che superi la “mitologia tecnologica” una scienza della “qualità” nel senso ed in onore di Giorgio Nebbia e, ancora, un antropologia dei “residui”, delle culture resistenti al nulla-merce al modo di Illich.

Sentimento per il collettivo, strumento di lavoro politico e di formazione umana, ribadisco, confortato da questo vostro lavoro collettivo.


 

 

Dove trovare il libro

Nelle librerie, oppure scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Anna Pacilli, Anna Pizzo, Pierluigi Sullo (a cura di), Calendario sulla fine del mondo.

Date, previsioni e analisi sull’esaurimento delle risorse del pianeta, con una introduzione di Serge Latouche, edizioni Intra Moenia e Democrazia chilometro zero, 265 pagine, 20 euro.

A DKm0, e al suo sito www.democraziakmzero.org, andrà per intero il ricavato del libro.

Anna Pizzo, Pierluigi Sullo e Anna Pacilli hanno curato il libro.

Vi hanno scritto Serge Latouche (l’introduzione), Riccardo Petrella e Tommaso Fattori (l’acqua), Gianni Tamino (la crisi della biodiversità), Antonio Onorati (l’agricoltura), Roberto Musacchio (L’Europa e il clima), Mario Agostinelli (il nucleare), Andrea Masullo (l’automobile), Gianfranco Bologna (l’impronta ecologica), Eva Alessi (la chimica), Giorgio Nebbia (il consumo del pianeta), Daniele Barbieri (la fine del mondo nell’immaginario), Alessio Ciacci (i rifiuti), Federica Barbera e Sebastiano Venneri (il mare), Rossella Marchini e Antonello Sotgia (il suolo urbano), Claudio Della Volpe (il picco del petrolio), Guido Viale (la dittatura dell’ignoranza), Luca Tornatore (la crisi climatica), Marinella Correggia (la deforestazione).

Il libro è corredato da grafici e mappe.

 

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