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Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi PDF Stampa
Giovedì 12 Gennaio 2012 11:32

Enrico Grazzini - Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi. In questo libro Grazzini prende spunto da Elinor Ostrom, premio Nobel dell’economia, e dai suoi studi sui beni comuni, e da Peter Barnes, che in Italia ha pubblicato Capitalismo 3.0 (Egea, 2007, con prefazione di Mario Monti): questo autore sostiene che gli enti no profit, come le fondazioni, dovrebbero gestire i commons a favore delle collettività.

La tesi del saggio è che per uscire dalla duplice attuale gravissima crisi – economica ed ecologica - occorre sviluppare un’economia policentrica che comprenda tre comparti: i beni comuni, il mercato e il settore pubblico. Il nuovo settore dei commons - ovvero dei beni che per loro natura non possono non essere condivisi, come le conoscenze, Internet, l'informazione, l'ambiente, l'acqua, le risorse naturali, il software, le reti di comunicazione e di trasporto - dovrebbe offrire beni immateriali e materiali aperti a tutti: quindi dovrebbe assumere un ruolo centrale nell’economia e consentire un’effettiva competizione di mercato.

Al contrario la privatizzazione dei beni comuni porta al monopolio, all’opacità, alla crisi; e la loro statalizzazione porta al privilegio, alla corruzione, all’inefficienza. In questo saggio Grazzini sostiene che né le forze spontanee del mercato né l'intervento pubblico da soli potranno risolvere i problemi che ci hanno portato alla duplice crisi economica ed ecologica: anzi è probabile che questi problemi si aggraveranno ulteriormente. Occorrerà piuttosto promuovere l'economia della condivisione e forme di autogestione dei beni comuni da parte delle comunità interessate (come per esempio Internet, Wikipedia, il Free Software e il software Open Source che sono gestiti da fondazioni no profit e controllati dalle comunità interessate).

E occorrerà anche incoraggiare la democrazia economica e la partecipazione dei lavoratori nei board delle aziende – come accade già in Germania e Svezia - per uscire dalla crisi, contrastare la speculazione e sviluppare un'economia più equa, sostenibile e intelligente. In breve il saggio di Grazzini: analizza criticamente le radici e le dinamiche della crisi globale, che attualmente è a due velocità: da una parte l’Europa e gli Usa soffrono mentre l’Asia e i paesi emergenti trainano i mercati. Fino a quando la disoccupazione non verrà riassorbita e il lavoro non verrà valorizzato non si uscirà dalla crisi individua tre cause strutturali della crisi globale: il forte e crescente divario nella distribuzione dei redditi; l’asimmetria informativa e l’opacità che pervade il mercato finanziario e la politica; la concentrazione del potere politico in elite spesso ultraconservatrici strettamente legate ai gruppi finanziari e propense alla deregulation afferma che nessuno dei problemi strutturali che hanno portato alla crisi è stato affrontato e tanto meno risolto critica radicalmente le ideologie liberiste di autoregolazione dei mercati perché falsificate (in senso popperiano) dalla realtà.

Questa metafisica economica ha legittimato la completa deregulation del mercato finanziario, le crescenti diseguaglianze, e ha contribuito ad alimentare la crisi globale (peraltro annunciata dalla numerosissime crisi nazionali e regionali che si sono succedute negli ultimi 20 anni) contro il “pensiero unico”, che trasforma dogmaticamente il mercato in un feticcio, sollecita l’apertura della scienza economica e il confronto con le diverse tendenze e concezioni fino ad ora emarginate, tra cui l’economia dei beni comuni propone che l’economia si riconcili con le altre scienze umane, con la sociologia, la storia, la politica, il diritto e la morale, e metta al centro della sua analisi il lavoro degli uomini e delle donne – e in particolare il lavoro intellettuale, che nell’economia della conoscenza è il maggiore fattore produttivo afferma che l'attuale modello di produzione e di consumi sta diventando insostenibile sul piano energetico ed ecologico: infatti la crisi ecologica è destinata ad aggravarsi con l'ingresso nel mercato mondiale globale di miliardi di nuovi consumatori dei paesi in via di sviluppo.

Gli effetti della crisi energetica sono già ben evidenti: la volatilità dei prezzi del petrolio e le guerre per l'oro nero La crisi energetica ed ecologica mette per la prima volta in discussione lo stile di vita di miliardi di persone. Qualsiasi politica ecologica dovrà necessariamente alterare gli spontanei “equilibri di mercato” L'ecologia costituisce un caso di scuola di “fallimento del mercato”. Infatti il mercato non riesce a risolvere i problemi dell'inquinamento, considerato dalla scienza economica dominante solo come una “esternalità”, ovvero una conseguenza non prevista dei contratti privati: non a caso il mercato fissa dei prezzi inferiori per i prodotti inquinanti rispetto a quelli non inquinanti, che sopportano costi aggiuntivi Qualsiasi politica ecologica comporterà necessariamente una diminuzione della sfera dei mercati per contrastare le “esternalità negative”, e comporterà anche l'intervento decisivo degli stati per finanziare la ricerca scientifica, incentivare le tecnologie alternative, tassare la produzione di biossido di carbonio, trasferire risorse ai paesi in via di sviluppo in modo che riescano a difendere l'ambiente e a utilizzare costose energie rinnovabili

Il quadro dell'economia di mercato verrà necessariamente alterato dalle fondamenta. Ma l'intervento dello stato può essere sia positivo che negativo per l'economia e la società. Senza controlli dal basso e senza trasparenza, l'intervento pubblico implica pericoli molto concreti di corruzione, privilegi, sprechi e inefficienze La speranza e l'auspicio è che le comunità – degli scienziati, dei ricercatori, dei cittadini nelle aree territoriali interessate – si auto-organizzino e diventino protagoniste delle politiche ecologiche: solo così infatti queste potranno diventare realmente efficaci per difendere meglio il “giardino comune” Le comunità potrebbero gestire i beni ambientali in una prospettiva di sviluppo sostenibile grazie a enti economici no profit, come le fondazioni e le cooperative Inoltre il saggio di Grazzini: analizza tre possibili scenari della crisi: lo scenario “tutto come prima” o quasi (quello che purtroppo si sta realizzando attualmente): lo scenario progressista, esemplificato dalle politiche di Obama e dal modello scandinavo di “capitalismo sostenibile”; lo scenario alternativo, in cui l’economia dei beni comuni acquisisce un ruolo centrale.

In quest’ultimo scenario i beni comuni verrebbero autogestiti democraticamente dalle comunità interessate grazie alla creazione e allo sviluppo di enti economici no profit, come le fondazioni e le cooperative Le proposte di riforma previste nello scenario alternativo riguardano in particolare: la regolamentazione e la democratizzazione della finanza in una prospettiva di cooperazione internazionale guidata dall'Onu; la valorizzazione del lavoro, e in particolare del lavoro creativo e della conoscenza; lo sviluppo dell'economia dei commons; lo sviluppo della democrazia economica e della democrazia on line; lo sviluppo del welfare, dell'economia verde e delle tecnologie rinnovabili; lo sviluppo di un mercato competitivo e regolamentato lo scenario alternativo prevede forme di democrazia diretta nel campo dell’economia: ovvero la gestione dei beni comuni da parte delle comunità interessate grazie alla formazione di enti economici no profit, come le fondazioni e le cooperative; e la democrazia industriale, come avviene già in Germania e Svezia, dove i lavoratori eleggono i loro rappresentanti nel board delle aziende L'economia immateriale è caratterizzata da beni pubblici “puri” – ovvero, secondo la terminologia della Ostrom, da beni non esclusivi e non rivali, potenzialmente illimitati, come le conoscenze, che si moltiplicano e non si consumano con l'uso -. L'economia materiale riguarda invece beni prevalentemente esclusivi e rivali, cioè scarsi.

L'economia della conoscenza è un'economia dell'abbondanza basata sulla cooperazione e su rendimenti crescenti; l'economia materiale è un'economia della scarsità fondata sulla competizione e su rendimenti decrescenti. I beni comuni immateriali si prestano più facilmente dei beni materiali rivali all'autogestione da parte delle comunità interessate. Non a caso Internet, Wikipedia, il Free software Open Source, le conoscenze scientifiche, sono già gestiti da enti no profit e dalle comunità interessate e sono in forte sviluppo, nonostante i forti rischi di privatizzazione o di statalizzazione. Mentre la gestione comunitaria dei beni comuni materiali rivali e scarsi - come le risorse energetiche e naturali, l'acqua, i pascoli, ecc - presenta maggiori complessità e difficoltà. Dal momento che le economie sono sempre più basate sulle conoscenze, i lavoratori della conoscenza giocheranno un ruolo fondamentale non solo nella competizione globale ma anche nel campo della democrazia economica: infatti i knowledge workers – ovvero i lavoratori con medio-alto livello di istruzione - nelle economie avanzate rappresentano sul piano numerico la parte più numerosa degli occupati – oltre il 40% dei lavoratori – e controllano la risorsa fondamentale dell'economia: le conoscenze. Colpiti dalla crisi economica, i konwledge worker potrebbero gestire la democrazia economica e di Internet per sviluppare un'economia equa, sostenibile e innovativa. Un'economia policentrica - fondata sui beni comuni, sul mercato, e l’intervento pubblico – offre la possibilità di affrontare la duplice crisi economica ed ecologica, e di prevenire e arrestare i virus della crisi. Un’economia complessa, sostenibile ed equa, non può svilupparsi se viene lasciata all'anarchia delle diverse forze competitive, come avviene nel mercato, o se dipende dalle decisioni di un solo sovrano più o meno illuminato (lo Stato). La società civile e le sue organizzazioni no profit dovrebbero gestire i beni comuni.

 

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