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Senza architettura PDF Stampa
Lunedì 02 Gennaio 2012 18:10

Antonello Sotgia - Leggendo : Pippo Ciorra: Senza Architettura. Le ragioni di una crisi.[ Edizioni Laterza. Bari 2011. Euro 12,00]

È ancora possibile il lavoro degli architetti? 10 note per una prima risposta

1. Per chi come me, considerando il tempo della formazione, pratica l’architettura da oltre quarant’anni e sempre all’interno di un medesimo punto d’osservazione rappresentato da un piccolissimo studio professionale, il libro di Pippo Ciorra: Senza architettura è prezioso perché è onesto.

Ciorra che, oltre critico e docente, è architetto praticante, cioè progetta, sa bene che il nostro lavoro, a qualsiasi livello venga svolto e al di là e oltre la dimensione di ogni singolo intervento, ha sempre come riferimento la città e chi la città abita. “ E’ molto difficile -scrive- per un architetto italiano pensare a un edificio se non in rapporto-non importa se di continuità, di rottura,di inserimento critico ecc- al contesto urbano che l’accoglie.” Ma c’è ancora la città?.

2. L’onestà sta proprio nel riconoscimento di questa scomparsa. Non scontata tra gli architetti: sempre pronti, come sono, a pensare al proprio lavoro come autorevole addizione urbana, tra i committenti (pubblici e privati) che accompagnano ogni esito edilizio di cui sono promotori, offrendoli [vendendoli] come sicure “soluzioni” per l’abitare. Insieme con la città è scomparsa anche l’idea stessa di città che, in qualche modo, dovrebbe essere sempre dietro a ogni nostro progetto. Così il lavoro dell’architetto è finito, spostandosi dal piano dell’invenzione formale [legato all’ organizzare l’esistente e al dare sostanza alle “cose sperate”] con il precipitare in quella sorta di esclusivissima riserva mediatica globale dove all’architettura sembra essere richiesto solo l’aggiungere parole, che non sempre e non necessariamente prendono la forma di edifici e attrezzature, per costruire gli “eventi” necessari e fondamentali a definire i paradigmi delle competizioni tra le città. Questo come se il paesaggio di riferimento dell’abitare fosse sempre lo stesso.

3. Il librino [utilizzo questo termine per la scrittura veloce e fluida usata da Ciorra per scriverlo] illustra avvenimenti e cause che hanno portato al mutare dello spazio urbano. Un assoluto sconvolgimento di forme e contenuti che l’autore indaga, costruendo una “sua” storia, condotta intorno ad alcuni temi ormai da tutti riconosciuti e che tutti sembrano condividere [il numero “mostruoso” degli architetti, una committenza sottomessa alla politica e all’accademia, l’assenza della critica…]. Alcune letture frettolose potrebbero [e mi pare che sia già avvenuto] rimproverare a Ciorra la non originalità delle problematiche affrontate. Finirebbero, tuttavia, per non cogliere il carattere più originale di questa ricerca che sta proprio- ed in questo la sua preziosità- nel muoversi all’interno delle tante possibili “narrazioni “, permettendo ad ognuno [architetto e abitante] immediatamente, di confrontare la propria condizione di “sospeso” in un indefinibile spazio, che, dispotico e autoritario, per produrre i maggiori profitti possibili , priva i più [architetti e abitanti] dal rispettare le risorse naturali e impedirne il fatale inaridimento, cancellando la cultura del progetto.

4. Ciorra non ci offre la sua storia della città o dell’architettura [nel libro non si parla di specifici progetti]; opta per quelle che, per lui, sembrano essere state [o perdurare ad essere] le condizioni intorno cui si sono costruite alternative di città che, presentateci come soluzioni, hanno costruito proprio in questi ultimi quarant’anni, le cause della costante crisi disciplinare su cui, con una certa facilità, si è consumata la sparizione di ogni ragionamento sull’urbano. Così tutti possono [possiamo], a patto di non piangerci addosso o di autoassolverci per non aver compiuto specificatamente qualcuno di quegli atti [che tuttavia abbiamo subito], cercare a nostra volta,se non proprio di farci piccolo o piccolissimo attore della possibile “resistenza” alla deriva che sembra aver preso l’architettura verso il mondo della comunicazione, almeno di interrogarsi sui motivi che la hanno provocata e riprendere, attualizzandolo, proprio quel pensiero sull’urbano oggi scomparso.

5. E’ infatti quest’assenza a rappresentare l’acqua su cui naviga la grande flotta dell’architettura mediatica che, per continuare il proprio viaggio, è obbligata a sceglie di “saltare” e fare a meno di mari, terre e porti conosciuti, per racchiudersi, di volta in volta, viaggio dopo viaggio, in singoli recinti da far diventare, a seconda di quello che il mercato richiede, l’oceano a cui conformarsi. Ma è proprio quando la profezia di Victor Hugo rispetto alla città - “ceci tuera cela”- in cui lo scrittore francese prefigurava la vittoria della parola sull’architettura, da lui sintetizzata come “l’affermarsi della pagina di carta sull’architettura di pietra” sembrava ormai essersi consolidata, che l’invincibile flotta di cui sopra sembra venir raggiunta da devastanti marosi. Rappresentati dall’insorgenza della questione territoriale, che nell’intero pianeta si sta dispiegando nel suo connotato catastrofico imposto dall’esplodere del modello capitalistico, questi, configurandosi come vera e propria implacabile tempesta, ci fanno trovare tutti impreparati a fare i conti con un inedito paesaggio di riferimento. Che non conosciamo e che non sappiamo neppure ipotizzare.

6. Tra pochi anni, saranno proprio le grandi concentrazioni urbane [le città/metropoli dunque] ad accogliere l’ottanta per cento della popolazione mondiale. Che in questi spazi dovrà vivere e, soprattutto, nutrirsi. Una condizione che pone, anche agli architetti [anche se,ovviamente, non solo ad essi] la domanda di come abiteranno il mondo i tanti che il mondo abiteranno. Un mondo, per altro, dove le risorse elementari della vita non potranno durare a lungo, offre solo una soluzione: il cambio di passo che punti non , come è avvenuto [sta avvenendo] fin qui , allo sviluppo indefinito quantitativo, ma alla costruzione qualitativa del rapporto tra chi produce ciò che ci servirà per vivere avendo ben presente il limite di finitezza rappresentato dal rapporto con i beni naturali che non possono essere più continuati ad essere pensati [sfruttati]come infiniti. Ciorra , si augura, che da parte degli architetti, e non è poco, si mettano in atto pratiche di “resistenza”.

7. Un progetto che potrebbe apparire impossibile. Ad almeno chi come me [i più] pratica l’architettura, come ricordato, da quel singolare punto d’osservazione rappresentato da un piccolissimo studio professionale, la linfa di quella “massa senza potere” che costituisce la minuta ossatura tecnica del nostro piccolissimo paese esclusa dal pensiero unico che spadroneggia sul mondo. La possibilità la vedo nella democrazia e nella costruzione della sua nuova dimensione da realizzarsi facendo interagire tra loro la democrazia locale [la scelta della tutela dei beni comuni presenti nelle singole realtà territoriali], la partecipazione [la scelta di condividere il cosa fare] le forme di rappresentanza [la scelta di decidere dal basso]. Questo a partire dalla messa in discussione delle grandi opere e della conseguente battaglia , da iniziare nel nostro paese subito, ad impedire che le risorse individuate come “bene comune” vengano alienate per sopperire al disavanzo della spesa corrente generale e locale.

8. Praticare questa scelta è compito di tutti. Si tratta di prendere questa “decisione”. E’ illusorio pensare di progettare spazi pubblici e al tempo stesso non denunciare lo sfruttamento senza posa della natura o addirittura, sta avvenendo nel nostro paese, la “ militarizzazione “ [legge n.183/2011] del territorio dove le comunità locali si oppongono allo scambio del benessere con generali interessi economici. Si può partire da un patto: riconoscere l’esistenza di una questione territoriale. Fin qui non si è voluto riconoscerla . Così come non si è voluto riconoscere la crisi. Non è una questione di urbanistica , si tratta se davvero vogliamo affrontare la questione territoriale, di parlare di democrazia a partire da un restauro territoriale mirato non al “ rimettere le cose a posto” quanto a immaginare un nuovo/vecchio posto per nuove cose. A iniziare dal mettere in discussione il termine di valorizzazione, a cui tutte le Amministrazioni ricorrono per battezzare i propri interventi ( grandi e piccole opere). Perché non pensarlo come valorizzazione sociale e non solo economica? Mettere mano al restauro del territorio è una questione di democrazia prima ancora che di lavoro di tecnici .

9. Walter Benjamin “ la tecnica dovrebbe risultare non dominio della natura, ma dominio del rapporto tra natura e umanità “ può aiutarci in questo viaggio di apprendimento e di riconoscimento del territorio come bene comune. A tutti noi, non solo architetti, il compito di metterlo a balia alle comunità locali che potranno essere capaci di ridisegnare il mondo attraverso la promozione di forme di economia basata sull’autorganizzazione dove progettare le scelte che saranno necessarie per abitare in tanti il mondo. Per riuscire a sottrarci [forse] alla devastazione dal programmato ed inevitabile, perché basato sulla logica dello sviluppo e dell’incremento senza freni, disastro ambientale, scrivendo una nuova narrazione dei luoghi “producendo valore, recuperando saperi da far tornare costituenti attraverso la progettualità del comune”. 10. Solo allora riusciremo a “dar sostanza alle cose sperate” e l’architettura tornerà a farsi parola di pietra per interpretare lo spazio della nostra vita.

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