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Gli approfondimenti di AltraMente Stampa
Mercoledì 09 Novembre 2011 10:15

Per continuare e approfondire la discussione proposta dal libro, pubblichiamo un testo di Paolo Grassi, precedente di qualche anno all'uscita del libro.

Paolo Grassi - Dedicato a Luigi Petroselli e Antonio Cederna, delle cui idee c’è bisogno più che mai.

Il presente “divertimento belliano”, nella voluta forma dell’invettiva, era datato 26 marzo 1981. L’avevo scritto nel pieno della campagna per l’avvio del Progetto Fori con le conseguenti polemiche che suscitò. Lo ripropongo nell’occasione di due ricorrenze significative: il decennale, lo scorso 27 agosto, della scomparsa di Cederna e il venticinquennale di quella di Petroselli, che cadrà il prossimo 7 ottobre.

 

Anche, comunque, per il 215° anniversario della nascita di Belli, che si celebra ormai puntualmente ogni anno il 7 settembre - oggi per la decima volta consecutiva – a cura del Centro Studi a lui titolato. Ne avevo anche consegnato una copia ad Antonio Cederna (credo presso la Casa della Cultura di Roma) durante uno dei tanti incontri e dibattiti che allora si svolgevano. Ora che sembra riprendere vita il tema dell’assetto complessivo di tutta l’area dei Fori, dopo i vari, scientifici e sorprendenti scavi che, lentamente ma inesorabilmente sono stati per fortuna effettuati, ne presento agli amici il testo dopo averlo leggermente rivisto e aver aggiunto una serie di note (forse anche queste con qualche forzatura) per far riemergere una piccola documentazione che reputo interessate e d’attualità… ed anche per levarmi dalle scarpe qualche sassolino.

Paolo Grassi, 7 settembre 2006.

LA QUESTIONE DI VIA DEI FORI IMPERIALI COME FATTO POLITICO E DAL PUNTO DI VISTA DI GIUSEPPE GIOACHINO BELLI

Il dibattito su via dei Fori Imperiali sembra aver perso la sua carica polemica iniziale per assumere toni più equilibrati e pacati. È però legittimo porsi il problema politico del perché le proposte di chiusura al traffico dell’autostrada urbana più criticata del mondo o del suo smantellamento, certo né incauto né precipitoso, abbiano suscitato un vespaio tanto grosso, del chi ha voluto alzare tanto polverone deformando i termini della questio­ne, del fine cui sono state indirizzate molte prese di posizione. È apprezzabile quindi l’iniziativa dell’Unità di aver messo in campo la sua terza pagina, oltre quelle della cronaca, non solo per approfondire il problema ma anche per respingere manovre fuorviantii.

Resta però il fatto che molti cittadini romani, alla vigilia delle elezioni amministrativeii, siano stati artatamente bombardati per più di due mesi da certi settori dell’informazione, in particolare dalle colonne del Tempoiii, con una campagna deformante e di comodo. Tale campagna, inserita in un’orchestrazione ben più ampia promossa proprio dalle forze politiche che maggior danno hanno arrecato a Roma, doveva avvalorare l’immagine di un’amministrazione comunale viziata da posizioni preconcette, di una giunta “comunista” pronta a sbri­gliare un rozzo esercito di spicconatori con seguito di bandiere rosse e urlanti figgicciottiiv che, con la stessa rapidità dell’allestimen­to di una Festa dell’Unità, si stavano per mettere a disselciare l’odiata carreggiata al fine di annientare una grandiosa Opera del Regime, di deturpare un’estetica consolidata nel gusto e nelle cartoline, di mortificare l’ebbrezza del traffico (e dei relativi gas di scarico!) tra quelle stupende e storiche quinte, di impedire lo shopping in tutto il centro storico. Cittadini, commercianti ed automobilisti avrebbero dovuto spaventarsi di più che per un thrilling di Dario Argento! Purtroppo qualche segno di questa manovra può essere stato lasciato ed è desolante che in essa siano rimasti invischiati, anche al di là delle intenzioni, alcuni personaggi che pure hanno acquisito qualche merito nella cultura ufficiale.

È perciò opportuno individuare un versante al di là del quale la legittima ed utile diversità di opinione su un grande ed affascinante tema diventa invece posizione faziosa e strumentale. A mio parere questo versante può essere individuato, dando per scon­tata l’indispensabilità di specifiche ed adeguate competenze, nel rapporto tra cultura e impegno civile, tra patrimonio di sapere e partecipazione alla costruzione di una città migliore. Distinguendo comunque tra amore profondo per Roma, i suoi monumenti, la sua storia, il suo futuro e lustro esteriore della romanità. Distinguendo anche - terreno minato, ma che se ne parli pure una volta tanto! - tra onestà intellettuale e vera e propria malafede. Tutto ciò premesso, credo che non ci sia niente di meglio che riempire una lacuna del dibattito, fin qui svoltosi attraverso tanti autorevoli interventi, dando la parola a…….Giuseppe Gioachino Belliv. “Una volta i professori dicevano che tutto si può trovare in Dante; tutto, certamente, si trova nel Belli romanesco”, ha affermato Laura Ingrao in un recente articolo su Rinascitavi. Io - mi si perdonino la personalizzazione e la fideistica fa­ziosità – considerandomi un militante di base di quei 2279 sonetti, che amo, ricerco ed uso anche nelle battaglie politiche e culturali quotidiane, voglio andare oltre e sostengo che in Belli si possono trovare addirittura anticipazioni di fatti, situazioni e personaggi del futuro. Per l’occasione si può, anzi si deve, categoricamente, fare ricorso al sonetto del 23 aprile 1834, La Compaggnia de Santi-petti, che sembra scritto apposta per certi attuali personaggi. Quale contributo migliore di quello del proprio massimo poeta potrebbero trovare i cittadini romani nella guerra ingaggiata oltre che da politici e giornalisti anche da un gruppo di studiosi che si autoproclamano “Romanisti” viie pretendono fra l’altro di accaparrare per sé soli tale qualifica?

Costoro potranno, così, rinvigorire la rabbia che li ha animati persino contro l’autorevole Corriere della Seraviii, reo di nordici atteggiamenti oltreché di fare il gioco dei soliti “comunisti”. Avranno persino l’occasione di lanciare un’accusa di alto tradimento, denunziando sordide connivenze tra questo Belli e quel volgare in­tellettuale milanese di un Carlo Porta, uniti per “danneggiare e vituperare l’oziosa e statica Roma a gloria dell’ottima e fattiva Milano”, secondo la frase di un famoso latinistaix che pure con i sonetti di Belli si è incontrato e cimentato. Certo, è straordinaria la loro somiglianza con quei colleghi di centocinquanta anni fa, quegli acca­demici tanto pieni di sé che avevano perfino scomodato Dante (PURG. I. 80) per aggiudicarsi l’attributo di “santo petto” con cui Virgilio si rivolge al virtuoso e integerrimo Catone e gli chiede l’autorizzazione a varcare la porta del Purgatorio da lui custodita, garanzia della finale salvezza, della resurrezione nella Vita Eterna, dell’immortalità. Anche i Santi-pettix si arrogavano il diritto di rappresentare la genuina cultura romana e i Romanisti, a loro volta, amano presentarsi come i valorosi paladini della Roma verace, gli strenui difensori della sua sacralità. Hanno appunto addotto, tra gli altri motivi della loro opposizione ad intervenire sulla carreggiata che calpesta ampia parte dei Fori imperiali e ne spezza la straordinaria unità conquistata nel corso di tre secoli, quello di voler respingere “il dissacrante gusto di lasciare il segno”xi. In tutta coerenza però - bisogna ammetterlo! - con i loro predecessori dell’Ottocento, che certo non avrebbero lasciato alcun segno se non ci fosse stato a spiarli e a ricordarli, da vero guastafeste, quel clandestino poeta romano e romanesco, lui sì veramente immortale. Ma diamo finalmente la parola a Giuseppe Gioachino Belli, al 996 come spesso il grande poeta amava firmarsi trasformando crittograficamente le iniziali ggb del proprio nome in un intrigante numero, e immaginiamo che, con analogo sotterfugio e con una sorta di lucidità premonitrice, i quattordici versi del sonetto siano stati scritti anche per l’oggi.

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Una testimonianza lucida su un sindaco, il comunista Luigi Petroselli, che seppe vivere, e far comprendere, la profondità del nesso tra l’umano e il politico

Pubblichiamo il testo integrale di uno scritto inserito in sintesi nel libro: Ella Baffoni, Vezio De Lucia, La Roma di Luigi Petroselli, Castronovi, Roma 2011

Walter Tocci

Ricordo bene il primo giorno da sindaco di Luigi Petroselli. Allora ero segretario del Pci della zona Tiburtina e quella mattina mi trovavo in sede a commentare con i compagni la seduta del consiglio comunale in cui era stato eletto.

Tra di noi c'era molta curiosità e forse anche una trattenuta preoccupazione su come avrebbe interpretato quel ruolo. Come dirigente di partito aveva mostrato la lucidità politica, l'indiscussa autorevolezza, nonché la rudezza del carattere. Avevamo qualche dubbio, senza il coraggio per dircelo, sulla possibilità di coniugare quei tratti della personalità con il nuovo compito, certo più bisognoso di empatia verso i cittadini. Mentre eravamo immersi in questi ragionamenti si sentì un baccano nel vicino mercato rionale. In un momento di follia un giovane aveva sparato colpi di fucile, per fortuna senza fare vittime, seminando sgomento in tutto il quartiere. Subito i nostri militanti, come si usava allora in un quartiere popolare a maggioranza assoluta di voti comunisti, si riversarono in strada e nei lotti dello Iacp a parlare con i cittadini per dare una risposta collettiva a quello spavento. Dopo un'oretta ci arrivò una telefonata dal Campidoglio. Era Amato Mattia – il bravissimo capo-segreteria che tanto contribuì al successo di quella stagione – e ci chiedeva di organizzare per la sera una grande manifestazione nella piazza di Pietralata con la partecipazione del sindaco per segnare una presenza democratica in quel clima degli anni di piombo. Ci mettemmo subito al lavoro, senza le mail e gli sms di oggi, ma con gli altoparlanti, i manifesti e soprattutto gli attivisti della sezione. Nonostante le poche ore a disposizione la piazza si riempì di cittadini accorsi anche dai quartieri limitrofi.

Petroselli prese la parola in un silenzio carico di ansia e di aspettative. Fece un grande discorso, si appellò alle tradizioni di lotta civile di Pietralata, impegnò il Campidoglio a fianco dei cittadini nella buona e nella cattiva sorte. Esplose un applauso interminabile da parte di un popolo che capì subito di avere davanti il proprio sindaco. Poteva sembrare eccessiva la mobilitazione di piazza per un episodio che in fondo non aveva avuto conseguenze e non mostrava cause politiche. Tuttavia, quel surplus di partecipazione cancellò la paura della mattina e creò una sensazione di forza dell'azione collettiva. Oggi i politici di destra e forse anche qualcuno di sinistra risponderebbero a un fatto analogo invocando leggi d'emergenza contro i criminali. Allora, un sindaco come Petroselli rispondeva parlando al popolo di solidarietà. Conclusa la manifestazione ci ritrovammo nella sede del partito e fummo tutti d'accordo nel risolvere i dubbi che erano affiorati la mattina. Capimmo dal primo giorno che Roma avrebbe avuto un grande sindaco. Le successive uscite nei quartieri seguirono lo stesso stile. Anche quando portava soluzioni concrete coglieva l'occasione per accrescere le risorse morali e civili della città. Lo vedevamo trasformato come persona non solo come politico.

Erano scomparsi quei modi eccessivamente severi che, almeno noi giovani, avvertivamo come caratteri di una dura pedagogia di partito. Si potrebbe pensare che il movente del cambiamento fosse politico, poiché si trattava di una personalità cresciuta nel clima culturale del totus politicus. Pur non avendo avuto la fortuna di frequentarlo di persona, ho avuto modo però da vicesindaco di raccogliere molti ricordi di persone che lo avevano conosciuto e – fosse un borgataro o un intellettuale, un burocrate comunale o un politico anche di destra – ho spesso visto la commozione negli occhi dei miei interlocutori. Questa intensa umanità non può essere solo frutto del politico, ma deve trovare spiegazione in una dimensione più interiore. Azzardo qui, senza alcun titolo per farlo, un'interpretazione unilaterale, che cioè fosse proprio quella espressa nella personalità calda e coinvolgente del sindaco la vera indole dell'uomo e che, al contrario, quella più fredda e severa che temevamo noi giovani, era invece un carattere autoimposto nella sua formazione politica.

In ogni caso il successo del sindaco derivava proprio dall'autenticità della persona. E ciò spiega anche il senso tragico con cui adempì al compito, ben sapendo che il cuore non avrebbe retto a quella fatica, ma gettandosi ugualmente in uno sforzo fisico e psicologico che lo avrebbe portato consapevolmente a morire da sindaco. A mettere a rischio la vita secondo la ragione della sua vita. Tuttavia, questa rimane pur sempre una spiegazione unilaterale e quindi molto poco petroselliana, essendo molto forte per lui la ricerca dei nessi tra i diversi fenomeni. D'altronde, il filo tra il lato umano e quello politico è stato sempre molto forte nei dirigenti comunisti e in particolare in quelli romani. Ci sono precedenti significativi. Edoardo D'Onofrio pur essendo di cultura terzinternazionalista fu l'unico a capire i Ragazzi di vita di Pasolini respingendo gli attacchi della critica letteraria ortodossa di partito. Paolo Bufalini pur essendo un raffinato intellettuale dedicava molte serate a discutere con i militanti nelle osterie di periferia, per capire la sensibilità del sottoproletariato romano e per condurlo alla coscienza politica.

Quei dirigenti conoscevano quell'eccedenza di umanità della vita popolare che andava oltre i rigidi schemi dell'ideologia. A questa tradizione apparteneva Luigi Petroselli e da essa traeva quel nesso tra l'umano e il politico che da sindaco riuscì a esprimere meglio che da dirigente di partito. Con una differenza fondamentale rispetto ai due predecessori. D'Onofrio e Bufalini avevano piena fiducia nel partito come strumento per “fare popolo”, cioè trasformare in una forza politica il ribellismo sottoproletario. In Petroselli invece, a mio avviso, c'è già una percezione, seppure non dichiarata, delle difficoltà della forma partito e una ricerca di nuovi strumenti della politica. In questo egli condivide l'analisi ma non i rimedi con Enrico Berlinguer. E' sulla diversità comunista come risposta al rischio di decadenza dei partiti popolari che si consuma il doloroso distacco dal segretario. Ciò non gli impedisce di vedere con altrettanta acutezza la crisi del vecchio sistema politico, a partire da una lettura non contingente della rottura dei governi di unità nazionale. Da sindaco si muove all'interno di questa consapevolezza, cercando comunque concrete risposte a partire dall'esperienza amministrativa.

Con il suo stile di governo anticipa elementi significativi che emergeranno solo tre lustri più tardi con la stagione dei sindaci eletti direttamente. All'interno di un sistema politico basato su alleanze tra partiti e legge proporzionale introduce una relazione diretta tra sindaco e cittadini, una sorta di responsabilità di mandato rispetto al programma di governo, un indirizzo compatto verso la squadra di assessori e la macchina amministrativa. Le risposte in diretta ai cittadini nelle trasmissioni di Video Uno esemplificano un modo di fare il sindaco innovativo per quei tempi. Per via politica egli forza il vecchio sistema e anticipa l'ordinamento comunale che verrà poi codificato negli anni novanta. Per tornare all'esempio del primo giorno, Petroselli sa che per parlare come sindaco a tutti i cittadini di Pietralata ha ancora bisogno della mobilitazione dei militanti del suo partito. Anzi, da sindaco continua a dirigere quei militanti e riesce a farlo meglio di prima, fornendo motivazioni civiche laddove non funzionavano già da tempo quelle politiche. Noi giovani quadri avvertiamo chiaramente che si sposta in Campidoglio il centro di orientamento della nostra organizzazione. Proprio in questa nuova collocazione il Pci a Roma può prolungare la funzione di partito popolare, che già cominciava ad appannarsi, come dimostra la sconfitta elettorale del 1979.

Non a caso quello è il campanello di allarme per accelerare l'avvicendamento del sindaco Argan. Petroselli è rimasto sempre il capo di una parte, se non intendiamo questa espressione nel senso restrittivo che ha assunto nella politica di oggi, ma nel significato storico-politico che aveva allora. Basta rileggere i suoi discorsi per capire che egli si considerava l'espressione politica di un più vasto movimento storico di emancipazione dei lavoratori e della periferia romana. Ciò determinava in modo univoco l'azione di governo. Prima di tutto promuovere la giustizia sociale dove era sempre mancata. E' impressionante la mole di realizzazioni volte a risolvere i bisogni primari: demolizione di tutti i borghetti, costruzione di asili e scuole per eliminare i doppi e tripli turni, acqua, luce e fogne nell'immensa città abusiva, avvio dell'eliminazione delle barriere architettoniche, invenzione dei centri sociali per anziani, realizzazione di un programma titanico di edilizia economica e popolare, conclusione del cantiere ventennale della metropolitana. Fu una gigantesca redistribuzione di ricchezza a favore dei ceti popolari, come non si era mai vista prima nella storia della città e come non si vedrà più in seguito.

Essere parte per quelle amministrazioni significava prima di tutto risarcire la povera gente e i lavoratori. Il piano di edilizia popolare, in particolare, fu realizzato mediante un'importante innovazione nella struttura economica. Petroselli fece cambiare mestiere ai “palazzinari”, convincendoli a smettere di giocare a monopoli con le aree fabbricabili. Il comune avrebbe espropriato le aree ai proprietari e le avrebbe assegnate agli imprenditori perché costruissero case a prezzi calmierati e accessibili ai lavoratori. In tal modo gli operatori economici venivano stimolati ad abbandonare la speculazione per concentrarsi invece sulla effettiva capacità imprenditoriale nella costruzione degli alloggi. Su queste basi si fece l'accordo, siglato con il famoso Protocollo d'intesa nei primi mesi del mandato del sindaco. Anche in questo caso bisogna dire per la prima volta a Roma si bloccò la rendita immobiliare e si favorirono gli investimenti produttivi. Per siglare quell'accordo Petroselli certamente utilizzò la funzione di sindaco ma fece pesare anche il ruolo di capo politico della sinistra. Anche i costruttori lo percepivano in questo modo, sapevano che stipulavano un patto con la parte che li aveva avversati per decenni e questo aveva un significato che andava oltre l'accordo con l'amministrazione.

Si trattava di una mediazione che spostava in avanti il ruolo di entrambi i contraenti: l'uomo politico che si sentiva rappresentate di una lunga lotta popolare contro la speculazione era chiamato a governare i processi offrendo una soluzione diversa; gli imprenditori si impegnavano ad abbandonare le vecchie pratiche raccogliendo la sfida di un nuovo sistema di convenienze. Certo, a quel piano edilizio sono state rivolte molte critiche, in buona parte giustificate, per la qualità degli interventi e le modalità gestionali. Si trattava di errori prodotti da mentalità amministrative e competenze tecniche troppo rigide e già antiquate per quei tempi. Erano errori da correggere e invece vennero strumentalizzati dalla controffensiva degli interessi colpiti. Anche nella legislazione nazionale vennero smantellati di strumenti di controllo del territorio. Il risultato fu il ritorno al gioco di valorizzazione delle aree e l'abbandono di qualsiasi politica di edilizia pubblica. Nei trentanni successivi in tutta Italia la rendita immobiliare si è rafforzata tramite l'alleanza con la finanza nell'economia di carta e di mattone. E in assenza di qualsiasi politica per la casa ai ceti popolari non è rimasto altro da fare che lasciare le città e andare a vivere negli hinterland in cerca di affitti e prezzi di acquisto più bassi. Straordinaria fu la capacità di Petroselli di incidere in poco tempo, circa due anni, sulle strutture portanti dell'economia romana.

Questa intensità di governo non si è più realizzata nei governi successivi, neppure nel nostro quindicennio che pure ha portato tanti risultati positivi alla città, ma non ha avuto la stessa ambizione di modificarne i caratteri strutturali. La differenza è ancora più rilevante se si considerano gli strumenti a disposizione. Quelle degli anni Settanta erano amministrazioni tradizionali e fortemente burocratiche; noi al contrario abbiamo utilizzato i potenti strumenti messi a disposizione dalle riforme degli anni novanta: società di scopo, conferenze di servizi, spoil-system, autonomia statutaria comunale ecc. Soprattutto i poteri del sindaco erano ben diversi. Se Petroselli, come si è detto, li rafforzò per via politica, i successori hanno ottenuto dalla legge l'investitura diretta dai cittadini. Infatti, all'inizio degli anni novanta in tutta Italia la nuova legge elettorale sembrò conferire al primo cittadino una forte capacità di governo. Ma ben presto la stagione dei sindaci si esaurì e negli anni successivi quel ruolo cambiò segno. Rimanendo prigionieri delle ansie da sondaggi i leader municipali hanno gradualmente ridotto le ambizioni di governo, preferendo assecondare la frammentazione sociale e dedicandosi a interventi di breve durata ma di forte impatto mediatico. La personalizzazione non mantiene la promessa della decisione. Spesso il sindaco è più impegnato a raccontare se stesso che a trasformare la città. E arrivato al secondo mandato comincia a pensare al prossimo incarico, distraendosi dal governo della cosa pubblica. Morire da sindaco è davvero un programma d'altri tempi.

Ecco perché oggi vale la pena di riflettere su Petroselli, non solo sull'uomo e non solo per il caro ricordo che ci lega a lui, ma per porsi domande attuali su come si decide nel governo delle città italiane. Le recenti elezioni amministrative hanno fatto vedere le prime crepe nel modello di governo comunale, che pure sembrava il migliore assetto istituzionale maturato nella Seconda Repubblica. Basti pensare che per una quota del 40 per cento i sindaci uscenti non sono stati confermati, mentre in passato era quasi scontato il passaggio al secondo mandato. Nella Prima Repubblica c'è stata un'alta concezione della rappresentanza di una parte come contributo alla democrazia. Nella Seconda, al contrario, è prevalsa l'attenzione al leader di governo che risponde direttamente ai cittadini. Se entrambe le forme politiche mostrano i propri limiti non vuol dire che siano sbagliate, ma solo che non si reggono in piedi da sole, perché hanno bisogno di vivere insieme. Quando si separano, infatti, perdono forza e decadono, la prima nella programmatica rinuncia a governare e la seconda nel dare ragione a tutti senza prendere alcuna decisione. La grandezza di Petroselli è stata nel tenere insieme la parte e il tutto. Questo ci lascia in eredità come problema. Uomo di parte e sindaco di tutti è ancora oggi la condizione per prendere le grandi decisioni nel governo delle città.

LINK ORIGINALE: http://eddyburg.it/index.php/article/articleview/17796/0/414/

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Antonello Sotgia - L'urbanistica non basta