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L'Afghanistan fuori dall'Afghanistan PDF Stampa
Mercoledì 16 Aprile 2014 09:27

Samir Hassan - Fuori dai nostri angusti confini europei ci sono storie, o meglio fatti, che diventano tali solo per il modo in cui vengono raccontati, per la destrezza di chi li narra o per la eco che sono capaci di riprodurre alcuni sensazionalismi dell’informazione virale e di massa. Storie, appunto, che non sono giudicate per la loro portata simbolica; tanto meno per la loro incisività o vena autoriflessiva. Le storie, come anche i reportage o i servizi confezionati in loco, sono un variabile indipendente del binomio domanda-offerta che, volenti o meno, dobbiamo ammettere aver egemonizzato il modo dell’informazione.

Compreso l’universo controinformativo, trincea di speranze oggi disilluse e sacrificate all’altare del mercato dell’informazione posticcia. Prima di segnalare un testo che prende di petto la visione eurocentrica di guardare a Oriente, dobbiamo sempre partire da questa necessaria premessa. Credo, a lettura ultimata, che sia quanto da anni fanno Patrizia Fiocchetti e Enrico Campofreda, curatori di una lodevole raccolta di testimonianze dirette dal cuore dell’Afghanistan. «Negli ultimi 4 anni sono stata tre volte in Afghanistan, partecipando a diverse missioni.

Questo libro, dal canto suo, non ha nessuna pretesa se non quella di far parlare direttamente i protagonisti di quella vita vissuta, reale, che ogni giorno scandisce il tempo nelle arterie di Kabul», mi aveva avvertito Patrizia, quando ci siamo incontrati davanti l’ex centro d’accoglienza di Roma, in via di Pietralata. Non posso che darle ragione. Le storie che sono state preziosamente sbobinate e ricostruite in una narrazione che accompagna il lettore nella realtà afgana, sono una testimonianza encomiabile di cosa sia oggi il paese nella sua cruda realtà, nella difficoltà quotidiana che non è più oggetto di sciacallaggio mediatico e sensazionali scoop.

Le storie, soprattutto, delle donne afgane, prima sventolate all’opinione pubblica mondiale come risorsa da liberare per un paese alla ricerca di una nuova democrazia, e poi lasciate nel dimenticatoio di una guerra imperialista (iniziata da Bush Jr e rifinanziata da Obama) che ha solo narcotizzato una delle molte ferite aperte della terra dei papaveri. Con questa pubblicazione, la casa editrice Poesis ha dato voce ad esperienze di autogestione e organizzazione alternativa di alloggi per orfani, apparati di sostegno ai familiari vittime dei conflitti giocati sulla pelle della popolazione afgana, scuole d’istruzione e avviamento al lavoro, case di rifugio per donne perseguitate dalla mai cessata spirale di violenza machista ispirata al modello patriarcale residuato in Afghanistan.

Una vita altra, che prova a costruire un’emancipazione dal basso, scevra dai retaggi dell’oscurantismo fondamentalista e della tradizione tribale anti-femminista. Un lavoro sociale comunardo, vissuto in prima persona, senza nascondersi nel clandestino anonimato che l’Occidente imperialista aveva puntellata per la spinta progressista della gente afgana. Queste donne “sono il fiero volto di un altro Afghanistan che resiste e cerca la storia”, si legge nella bandella che mi ha aiutato a incuriosirmi del libro. Una storia e molte storie, aggiungo soddisfatto, che danno nuova dignità alle testimonianze microstoriche, troppo spesso derubricate a cultura inferiore dal perbenismo ipocrita della Storia ufficiale. Quelli dei vincitori, spesso cioè quella degli oppressori.

Da "Diploteca", Le monde diplomatique del 14 aprile 2014

 

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