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Recensione: L'Afghanistan fuori dall'Afghanistan PDF Stampa
Mercoledì 19 Marzo 2014 14:00

L'Afghanistan fuori dall'Afghanistan - di Enrico Campofreda e Patrizia Fiocchetti - (Poiesis editrice, 143 pp.)

Dario MaviliaQuando vengo a conoscenza di un nuovo libro che parla di Afghanistan, avverto subito un pericolo, anzi un rischio. Quello di trovarmi davanti all'ennesimo piccolo“manuale di storia”rigonfio di cronologie e nomi per confondersi meglio; oppure l'opposto, un libricino di testimonianza con un'intervista strappalacrime decontestualizzata da tutto ciò che accade intorno.

Conoscendo gli autori, stavolta mi sono approcciato alla lettura con spirito positivo, e non sono stato deluso. “L'Afghanistan fuori dall'Afghanistan”evita i rischi perché fa tutto quello che si deve fare per tenerli a distanza.

Le tantissime testimonianze permettono a chi legge di immergersi istantaneamente nella realtà afghana. Nelle realtà afghane. Non quelle sbandierate dai media. Quelle taciute. Che sono le più complicate da scovare, ma le migliori per comprendere. Forse anche per questo snobbate da larga parte dell'informazione.

Si parte dalle piccole esperienze, che pagina dopo pagina si fanno grandi, enormi nella loro importanza. Le umanissime reazioni di commozione e coinvolgimento emotivo nella lettura delle vite e delle lotte delle donne e degli uomini di questo paese non sono lì per caso. Le emozioni sono lasciate decantare in una chiara e lucida analisi della situazione geopolitica dell'Afghanistan.

Non c'è scissione tra le parole della diciottenne Farzane, che lavora combattendo contro governo e scetticismo in un orfanotrofio femminile per dare un'istruzione alle bambine senza genitori, e i rapporti ufficiali internazionali che raccontano di un Afghanistan senza diritti che affoga tra l'occupazione militare ed il potere mai sopito dei taliban.

Due fuochi che mettono a repentaglio le vite delle giovani e dei giovano afghani. Soprattutto le donne e le ragazze, come sempre protagoniste della dignità del paese.

Colpisce la dolcezza delle parole che si scontra coi racconti drammatici. Colpiscono le schiene dritte di chi posa lo sguardo sulla speranza di un futuro migliore senza distoglierlo mai. Neanche dopo le violenze, le minacce, gli insulti.

Colpiscono i sorrisi tra le righe, mentre cresce l'indignazione nel leggere i dati, le ricerche, le analisi politiche della situazione, in costante peggioramento.

In Afghanistan i criminali hanno governato, governano e si presenteranno alle prossime elezioni. Hanno ucciso, torturato, corrotto, violentato.

In Afghanistan chi lotta è invece costretto all'anonimato, al nascondiglio, alla prigione, alla morte.

La società patriarcale e maschilista reprime soprattutto l'istruzione femminile, che mette in difficoltà il potere. Apre squarci pesanti nel fondamentalismo religioso e nell'idea di militarizzazione politica del paese. Perchè la religione e la politica sono indissolubilmente legate. Gli attacchi giornalieri ai rifugi per donne che subiscono violenza sono la cartina tornasole di un apparato mafioso che governa ma ha anche paura.

Ha paura per esempio che tutte queste piccole-grandi storie raccontate nel libro possano uscire fuori con prepotenza. Con la prepotente dolcezza di Malalai, o di Maryam, o di Pari, o di Mahbube, o di mille altre che urlano nel silenzio. Il potere ha paura e si protegge rendendo silenti le grida di libertà.

Non è un libro da solo che può squarciare tutto questo. Ma una piccola fessura ce la regala. La regala a chi pensa di sapere già tutto, e scalfisce chi sa e non vuole far sapere.

Leggere, diffondere, conoscere. Banale ma importante, fondamentale.

Quando ho finito il libro ho subito pensato che tutti avrebbero dovuto leggerlo.

Perchè nella distrazione in cui affoghiamo nelle nostre vite, e nello spietato e colpevole pressapochismo dell'informazione che riguarda l'Afghanistan (e non solo), un libro vale tanto.

I ricavi del libro vanno alle donne e gli uomini afghani che a fatica provano a costruire un futuro diverso per le proprie sorelle, fratelli, figlie e figli. Non si trovano davvero più scuse, quindi, per non immergersi nella realtà di questo paese. Quella vera.

 

Commenti  

 
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