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Sacro GRA - una recensione PDF Stampa
Mercoledì 02 Ottobre 2013 15:15

Roberto Donini - SACRO GRA è un capolavoro. Indispensabile e aggiornata ricerca del Sacro. Dov’è il Sacro? Come e chi ne parla? La sequenza “impressionista” (fotografia sfocata del traffico veicolare) ci fa ritrovare nella “selva oscura” dell’umanità sofferente separandoci dalla città. Roma è intravista da una finestra di una casa popolare, Roma è oltre "l’anello di saturno” (dice Rosi nella didascalia di apertura) l’umanità (coloro che guardano) invece è sul “rim” (burrone) dove cerca di vivere con dignità la marginalità.

Da lì e con quelle persone è possibile vedere, anzi vivere il Sacro. Dunque la fotografia iniziale è una forzatura –dell’autore- non in linea con l’essenzialità neorealista e documentarista, segnala una scelta: allontanarsi dalla retorica della città, dalle narrazioni di sé che nascondo le solitudini delle vie cittadine e dalle chiacchiere dei media che nascondono il vuoto del potere. Ci allontaniamo dal terreno prosaico del profano, del rassicurante, per affacciarci sul burrone poetico del sacro, sulla pienezza umana.

Della poesia non si può parlare, dei poeti accennare: i poeti vivono lì sotto-dentro-addosso all’anello, all’in-circa vicino all’uomo: feriti dall’astratto scribbacchiare sulle anguille appena pescate in un fiume (sotto) che per la prosa quotidiana è veleno e qui ci appare eternamente bello. Feriti che raccolgono i feriti (dentro) e che curano, ascoltando, l’incomunicabile lamento della madre. “Mamme Roma” che si consolono dello sfiorire del loro amore in un camper sfasciato (addosso). Queste vite “border line” nel loro contraddittorio non-stare, poverissimi di cose e di idee, regalano a noi, di qua del “rim”, una ricchezza sconfinata, permettendo una comunicazione con il Sacro.

Ci fanno affacciare, infatti, sull’angoscia ma anche sulla speranza, su misure sconfinate di passioni: “si m’avrebbero proposto un ruolo principale, ie l’avrebbi dato!”. Ci danno anche l’intelligenza e la sensibilità del Sacro, il sapere del dramma delle palme - la vita dei coleotteri roditori metafora non troppo distante dal fare nichilistico della città, "del rumore degli uomini al ristorante"- l’amore per la vita del fiume, le mani callose, sporche e operose. Il Sacro immensamente lontano è lì sotto le nostre gomme veloci e si mostra ad occhi distratti. Fotografia poetica (antinaturalistica e quindi non neorealista) che rende in momenti magistrali la totalità del sacro: la fossa comune a Prima Porta e l’instant movie della neve sul GRA.

A proposito mi sono chiesto: come ha colto quell’attimo? Oppure è quell’attimo che ha ispirato la ricerca del Sacro. Irrompe e si nasconde, annuncia speranza e si sporca tra quelle vite cadute, tornate e pronte a cadere nel burrone. Il Sacro non si può dire, limitare, ma dai limiti spaziali ed esistenziali si può cantare. Mi chiedo se dopo Pasolini e Alda Merini sia possibile una poesia Sacra che non è fatta dagli ultimi: una radicale critica alla parola mercificata. Una donna silente e segnata dalla vita intenta a rammendare la rete da pesca delle anguille, il pescatore che dice ”sei come Penelope tessi sempre la stessa tela” facendola bella.

 

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