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La Grande Bellezza di Roma PDF Stampa
Lunedì 27 Maggio 2013 07:49

Paola Boffo - Il film di Sorrentino ha avuto critiche diversificate, in Italia soprattutto stroncature, all'estero soprattutto apprezzamenti. Ho un'ammirazione sconfinata per Toni Servillo, e questo mi condiziona, ma “La grande bellezza” mi è piaciuto molto. Un insieme di personaggi vacui, fra i quali alcuni “destinati alla sensibilità” come il protagonista, scrittore interrotto e giornalista di maniera, altri destinati alla morte, i più giovani e incolpevoli, altri ancora raccolti intorno al proprio io falsificato e un po' sfatti nel corpo e nell'anima, fino in qualche caso a precipitare nella perdita di se stessi e nella mostruosità dei personaggi felliniani di “Roma” e di “Otto e mezzo”, che Sorrentino omaggia per tutta la durata del film.

 

Intorno una Roma sontuosa, esclusiva e silenziosa, fatte salve le feste sui terrazzi vista Colosseo che dio ce ne scampi. Una Roma bella, e distante, a differenza di quella messa in scena da Woody Allen nel suo “From Rome with love”, orrenda caricatura delle commedie all'italiana dove non è neanche riuscito ad accennarne le bellezze, che invece ha rappresentato così magistralmente per la sua “Manatthan”.

Sarà che, come dice Sandro Medici, oggi Roma è brutta, e con i suoi gladiatori al Colosseo, i gelatai truffaldini, i tassisti esosi, i grandi eventi, i centri commerciali nuove piazze della solitudine nella moltitudine, le emergenze maltempo, il familismo amorale nelle istituzioni, l'appiattimento della scena culturale “ufficiale”, offre ai suoi cittadini e ai suoi visitatori un ambiente faticoso e respingente.

E genera persone come quelle del film di Sorrentino, se sono ricche o benestanti, che si incontrano a chiacchierare sulla terrazza mettendo in scena le piccole autocelebrazioni, le frustrazioni, i rituali di vecchi e stanchi amici, in una citazione de “La Terrazza” di Scola, emblema della decadenza della società italiana degli anni '80, dove pure persisteva un'organizzazione delle forze sociali ancora solida, che garantiva appartenenze e posizioni. La terrazza di oggi invece è individualista, un po' becera, fragile.

Se poi non si è ricchi o benestanti, allora ecco la Roma delle periferie intolleranti verso gli stranieri, impaurite, impoverite.

E poi c'è la Roma di chi crede che mettendo insieme esperienze, competenze, entusiasmo, solidarietà, ed il proprio fare, e il dire le cose come stanno, e non allinearsi al pensiero unico e ai soliti slogan di partito, di coalizione, di lobby affaristico-mafiose, si possa costruire un progetto che incida realmente sulle vite di tutti noi, sulla città. E allora sostiene la Repubblica Romana di Sandro Medici sindaco, che esiste già, e che abbiamo visto ieri sera al Parco di San Sebastiano nella festa “Sandro subito”, raccontata qui e qui. Perché dal 28 maggio possiamo tutti vivere la grande bellezza di Roma e dire, con Gep Gambardella: “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

 

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