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Who sings the nation-state Stampa
Mercoledì 11 Gennaio 2012 09:11

Monica Pasquino - Recensione

Judith Butler e Gayatri C. Spivak (2007) Who Sings the Nation-State? Language, Politics, Belonging; traduzione ital. (2009) Che fine ha fatto lo stato-nazione? Meltemi, Roma, pp. 93, € 13,00 - In Who Sings the Nation-State Judith Butler e Gayatri Spivak dialogano sulla natura dello stato-nazione, inteso sia come entità nazionale delimitata da confini (strumenti politico-giuridici del controllo della mobilità delle persone) sia come tessuto coeso dal punto vista sociale e culturale.

Riflettono sulla corrispondenza tra stato e identità nazionale; sul regime di senso che ruota intorno alla cittadinanza e alle minoranze socio-culturali in un mondo globalizzato; su cosa significa essere “senza stato” per i migranti illegali. E generano, così facendo, un interessante cortocircuito sul termine stato, considerato anche come condizione mentale, fisica, giuridica in cui vive chi è spossessato e privato dello stato: il/la clandestino/a. Il libro ha la forma di un lunga conversazione in cui le due filosofe mettono in campo la propria identità politica e i propri interessi teorici – in particolare per l’una Hannah Arendt e per l’altra Karl Marx) e nasce dalla convinzione che le politiche pubbliche mosse contro i migranti siano la continuazione, con altri strumenti e mezzi, del progetto coloniale realizzato dal soggetto occidentale. che esibisce la propria autonomia e sovranità facendo violenza a quelli che avverte come “suoi altri”.

 

Il testo prende forma da un intervento congiunto, presentato alla giornata dedicata alla Global States Conference, organizzata dal Dipartimento di Letteratura comparata dell’Università della California di Irvine (2006) ed è stato pubblicato, in una versione provvisoria, sulla rivista elettronica Postmodern Culture con il titolo: “A Dialogue on Global States” (n. 17.1, 2006). Nell’edizione italiana, il contributo è accompagnato da un’ampia e generosa introduzione di Ambra Pirri, studiosa italiana di letteratura post coloniale e Women’s Studies. Lo scambio tra Butler e Spivak si sofferma su alcuni importanti eventi che hanno segnato gli Stati Uniti nell’ultimo decennio, in seguito al complicarsi delle tensioni al confine tra Stati Uniti e Messico: la politica migratoria operata da George W. Bush nei primi anni del suo primo mandato alla presidenza (2001) e le modalità di lotta messe in atto dai migranti del Messico e del Centro America. In particolare, le marce di donne e uomini ispanoamericani che, da immigrati clandestini, hanno attraversato le strade delle principali città californiane cantando l’inno nazionale degli Stati Uniti in lingua spagnola.

Le due filosofe riflettono sul senso di tale azione politica e sugli effetti prodotti dalle retoriche securitarie divenute dominanti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Retoriche securitarie sono, ad esempio, quelle campagne mediatiche che creano stilemi discorsivi che istillano paura nella popolazione locale, instaurando una sorta di «stato di emergenza permanente» (Helmut Dietrich in Mezzadra, Petrillo, 2000, a cura di, I confini della globalizzazione Manifestolibri). Aspetto conseguente della diffusione capillare di tali campagne è la crescente determinazione fenotopica, biologica e culturale dell’immagine del nemico pubblico e la descrizione dello Stato-nazione come comunità coesa, connotata da un forte senso di appartenenza, con una sola lingua e tradizione. Il discorso securitario sull’immigrazione è in una posizione di forza simbolica e ideologica tale da essere considerato dalle autrici, che sono bene allenate ad osservare i fenomeni politici e culturali con occhi femministi e foucaultiani, una tecnologia politica e una forma della governamentalità contemporanea. Butler e Spivak si domandano a chi appartenga l’inno nazionale e chi abbia il legittimo potere di cantarlo, che valore ha appropriarsene in modo indebito, dal momento che «coloro che stanno cantando non lo stanno facendo da uno stato di Natura. Stanno cantando nelle strade di San Francisco e di Los Angeles.

E questo vuol dire che modificano non solo la lingua della nazione ma anche il suo spazio pubblico» (Butler, Spivak p. 64). A suo tempo Bush aveva dichiarato che l’inno nazionale poteva essere cantato solo in inglese, proponendo quindi la padronanza della lingua come discrimine di appartenenza allo stato e circoscrivendo la nazione a una maggioranza linguistica. Di contro, Spivak pensa a un’appartenenza nazionale che assuma la forma di una cultural belonging che possa essere rigorosamente non-nazionalista (Butler, Spivak p. 55); mentre Butler si sofferma sul complesso tema di quali parametri (etnici, sessuali, economici e sociali) si debbano rispettare per poter essere riconosciuti parte di uno stato-nazione e per poter essere legittimamente definiti cittadino o cittadina d’America. Entrambe le autrici lavorano alla costruzione di una forma di appartenenza aperta alle molteplicità, che si oppone tanto ai modelli identitari quanto alla indifferenza verso le altre identità - come spiega bene un’altra teorica femminista, Rosi Braidotti, in On Becoming Europeans (2007), un testo che avanza la proposta di una identità post-nazionalista per i popoli dell’Unione Europea e che sarebbe interessante comparare con Who Sings the Nation-State (Rosi Braidotti in Women migrants from East to West: gender, mobility and belonging, a cura di Passerini, Lyon, Capussotti, Laliotou; Berghahn Books 2007). Butler e Spivak condividono la credenza che il diritto sia una scienza sociale e, pertanto, svolga un ruolo performativo rispetto all’oggetto che è normato, e dunque naturalizzato: regole e provvedimenti legali realizzano e rinnovano continuamente l’oggetto stesso a cui si riferiscono, tanto da farlo sembrare originario e non contestabile.

Entrambe sostengono una prospettiva teorica in cui l’etica appare come “filosofia prima”, strumento fondamentale di lotta alla violenza perpetrata contro chi non è riconosciuto come soggetto umano, condannato a subire violenza perché la sua vita è ritenuta violabile. Per questa ragione, entrambe fondano la politica nel riconoscimento etico della vulnerabilità dei corpi e denunciano le retoriche politiche che alimentano la percezione che esistano gruppi sociali minoritari da considerare non pienamente umani, spettri senza-stato che tuttavia abitano nello stato. Donne e uomini clandestini, profughi, rifugiati, lavoratori illegali non hanno diritti e garanzie perché sono corpi «privati di peso ontologico», sono esseri squalificati per la cittadinanza e «attivamente qualificati per essere senza stato», contenuti, significativamente, all’interno della polis come il suo esterno interiorizzato (Butler, Spivak p. 38). L’elemento di maggiore originalità del dialogo tra Spivak e Butler èl’interpretazione che Butler propone dell’inno nazionale americano cantato in lingua spagnola, da lei definito lotta politica performativa: «Questa è una politica performativa, senza dubbio, in cui l’atto di reclamare di diventare legale è proprio ciò che è illegale, e tuttavia viene fatto, e proprio come sfida alla legge a cui viene chiesto riconoscimento» (Butler, Spivak p. 62). Nel parlare liberamente per avere il diritto di parlare liberamente, pur non avendo il diritto di parlare liberamente, nell’atto di esigere e reclamare la legalità pur essendo migranti illegali, anzi proprio per questo, si pronuncia una contraddizione performativa che sembra realizzare la libertà di assemblea e di contestazione quando esse sono proibite dalla legge. «Se riconosciamo la funzione performativa come una richiesta e un atto i cui effetti si schiudono nel tempo, allora possiamo davvero concepire (…) che non ci possa essere radicale politica di cambiamento senza contraddizione performativa. Esercitare una libertà e asserire un’eguaglianza proprio in relazione a un’autorità che precluderebbe ambedue è mostrare come libertà ed eguaglianza possano e debbano andare oltre le loro articolazioni positive.

Bisogna fare assegnamento sulla contraddizione, bisogna esporla, bisogna lavorarci sopra per andare verso qualcosa di nuovo. Non sembra esserci altra via. Io penso che noi possiamo comprenderla come una mobilitazione del discorso (Butler, Spivak p. 64)». La domanda di eguaglianza e libertà, avanzata senza alcuna legittimazione legale attraverso la risignificazione di un inno nazionale, implica una deformazione della lingua dominante e una rielaborazione del potere, dal momento che coloro che cantano non ne hanno titolo e appare quindi come un primo possibile passo verso il disfacimento dell’identità nazionalistica. Quest’ultima è un sentimento che coinvolge in primis gli stati occidentali e capitalistici, ossia tutti i sistemi fondati su un’organizzazione politica e sociale democratica, a partire dalla nazione che più di tutte ha la vocazione a “esportare la democrazia”, gli Stati Uniti. La messa in discussione dell’ideale democratico, così come si è concretizzato dopo la sconfitta delle dittature totalitarie di destra nella Seconda guerra mondiale, e dell’assetto costituzionale, politico e sociale fondato su decisioni collettive a cui potesse liberamente e responsabilmente prendere parte tutto il popolo, è un altro passo, il successivo, ben più significativo e di difficile attuazione. Emerge, in conclusione, l’ultima grande questione affrontata nel dialogo tra Butler e Spivak: nel momento della massima diffusione del suo sistema di governo, l’istituto della democrazia si sta privando della sua specialità, del suo spirito inclusivo? Leggendo il testo è possibile farsi un’idea chiara di quali siano i primi muri da abbattere, secondo il parere delle due autrici, per mettere la virtù democratica al sicuro dal fondamentalismo culturale, dal populismo e dall’indifferenza politica.