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Relazione di Riccardo Bellofiore - 21 giugno 2010 Stampa
Sabato 17 Luglio 2010 09:01

Relazione di Riccardo Bellofiore durante l'incontro organizzato da AltraMente il 21 giugno 2010

E' abbastanza complicato intervenire dopo Yanis perchè è stato breve, efficace e ha detto tutto quello che c'era da dire. Io sarò più lungo, più noioso. Comincerò con una citazione che molti conoscono ed è tornata di attualità E' l'insieme di frasi con cui Keynes chiude la teoria generale, quando scrive: “le idee degli economisti e dei filosofi politici, quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto si ritenga comunemente. In realtà il mondo è governato da poche cose all'infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono solitamente schiavi di qualche economista defunto”, e purtroppo recentemente anche di economisti vivi, anche se maturi. Poi c'è questa frase ovviamente fulminante dal punto di vista letterario: “Pazzi al potere, i quali odono voci nell'aria distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni indietro. Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee”. Nonostante la lucidità della critica, Keynes chiude con una nota ottimistica.

 

Credo vi sia del giusto in quello che scrive Keynes, e al tempo stesso credo ci si debba chiedere della razionalità, sia pure perversa, possibile nella situazione attuale e delle dinamiche attuali. Si debba farlo anche cercando di capire che crisi, che serie di crisi stiamo vivendo negli ultimi anni, e cercare anche di capire dove sul terreno dell'analisi, della politica economica e forse della politica non siamo stati e non siamo all'altezza della sfida. Noi ovviamente siamo oggi invitati a discutere a partire dalla crisi della Grecia, della crisi economica dell'Europa, delle politiche economiche che ne sortiscono, della possibile crisi dell'euro. E' evidente che questa crisi della Grecia, dell'Europa e dell'euro non è separata dalla crisi sistemica che abbiamo vissuto non dal 2008, ma dal 2007. Che siamo in una crisi sistemica tutti lo hanno capito dal settembre 2008, dunque dalla crisi della Lehman. Ci si è anche illusi, pure a sinistra, per un anno, che la crisi fosse grave, fosse finanziaria, ma concentrata negli Stati Uniti. Anche a sinistra si è creduto nella favola di uno sganciamento. La crisi è nata come crisi finanziaria, è nata come crisi di un segmento particolare, ma non ci voleva molto per rendersi conto che quella crisi sarebbe inevitabilmente diventata una crisi reale di portata generale. In effetti abbiamo vissuto una crisi prima finanziaria, che ha colpito realmente gli Usa, la generalizzazione della crisi reale precede la Lehman e data almeno dalla metà del 2008. Dalla metà del 2008 alla metà del 2009 abbiamo ormai una crisi della produzione che è anche una crisi dell'occupazione, ma allora viene tamponata. Il problema da porsi è innanzitutto: che rapporto c'è tra la crisi sistemica globlale e la crisi che stiamo vivendo in Europa? Per farlo dobbiamo chiederci che tipo di capitalismo è andato in crisi dal 2007 e 2009. Perchè le risposte a questa domanda sono essenziali per orientarsi: quale crisi di quale capitalismo. Nella sinistra marxista oggi le interpretazioni prevalenti sono due. In altro modo c'è l'analogo anche altrove. E sono: caduta del saggio del profitto e crisi da sottoconsumo; poi confusamente c'è chi le mette insieme.. Non capisco bene come si possa fare, ma se ne può discutere. Quando dico caduta del saggio del profitto intendo: aumento della composizione organica e discesa dei profitti, e dunque finanziarizzazione. Questo non spiega nulla perchè chi argomenta in questo modo vede cadere il saggio del profitto almeno dagli anni '60; a me interessa capire questa crisi. Chi parla di crisi da sottoconsumo, che lo faccia da dentro il marxismo, o che lo faccia da prospettive neo-riccardiane o di altro genere sostanzialmente dice: viviamo in un mondo di bassi salari, i bassi salari determinano una bassa domanda e una stagnazione. Di nuovo questo non spiega nulla perchè così stanno le cose dagli anni '80. Allora, una cosa che i marxisti, ma anche i keynesiani seri, hanno imparato è che per spiegare la crisi di una forma del capitalismo prima bisogna spiegare la dinamica di quel capitalismo, cosa ha fatto correre quel capitalismo. Il mio punto di vista, in due parole, è semplice: è sicuramente vero che la svolta neoliberista tra fine anni '70 e inizio anni '80 ha determinato una potente tendenza alla stagnazione, questo tra '79 e '82 sostanzialmente, e però questa tendenza alla stagnazione su scala globale a un certo punto deve avere avuto delle controdentenze potenti, perchè noi abbiamo visto un capitalismo fortemente dinamico, soprattutto negli anni '90 e fino al 2008, sia pure con interruzioni e non su scala globale, o, meglio, su scala globale ma non in tutte le aree: il Giappone ha avuto suoi problemi, l'Europa pure. Ma è sicuro che Usa, Cina, Asia, per un certo periodo il Giappone, una parte dell'Europa hanno vissuto una fase dinamica. Come mai? La mia risposta in modo telegrafico è che è un fesseria quella che ci siamo raccontati che sia esistita una cosa che si chiama liberismo; come sapete poi ho grossi dubbi anche sulla globalizzazione e il post-fordismo, ma ve li risparmio. In realtà abbiamo vissuto fasi fortemente interventiste, sempre, in tutta la fase dal 1979 in poi. All'inizio il neoliberismo ha scelto una via monetarista: controllo dell'offerta di moneta, quindi alti tassi di interessi e caduta degli investimenti privati. Accanto a questo alta disoccupazione: così regoliamo il lavoro, abbassiamo il salario reale, attacchiamo le politiche sociali. Questa cosa qui stava creando la grande crisi: infatti, sostanzialmente dall'82, o poco dopo, gli insediamenti tornano indietro, e Reagan diventa quello che allora alcuni di noi definirono il presidente più keynesiano della storia. E' il periodo del doppio disavanzo. Certo, lo fa con la spesa militare, lo fa con la riduzione di tasse, crea un debito pubblico crescente al suo interno, e importa massicciamente più di quanto esporta: è questo che crea il meccanismo di cui parlava Yanis. A questo punto gli Stati Uniti diventano gli acquirenti di ultima istanza del mondo. E' una potente controtendenza alla stagnazione: c'è un mondo che è fatto di paesi importatori, e gli Usa possono farlo perchè battono la loro moneta che è moneta mondiale, e ci sono paesi esportatori. I principali paesi importatori su scala mondiale sono: gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Spagna; i paesi di tipo anglosassone tranne il Canada. La Spagna non è anglosassone ma ha giocato il suo ruolo, perchè e un paese grande, a differenza della Grecia, che conta relativamente... E i paesi esportatori: Giappone, i paesi dell'est asiatico, la Germania, una parte dell'apparato industriale e dell'apparato economico italiano. Ma questo non basta. La cosa interessante è che si costituisce un secondo capitalismo, il “nuovo” capitalismo, che si costituisce tra il 1987 e il 1995. Non entro nei dettagli: sostanzialmente si tratta del fatto che le politiche monetariste vengono abbandonate. Di fatto non si restringe l'offerta di moneta, si dà tutta l'offerta di moneta necessaria a dei tassi di interesse che, notate, fino all'inizio degli anni 2000 abbiamo continuato a dire: alti tassi di interesse. No, no. Tassi di interesse sempre più bassi. E' che li avevano portati all'estremo nell'82, poi vanno giù sempre più velocemente. Quindi una quantità di moneta che viene fornita massicciamente dalle banche centrali. Marcello De Cecco ha coniato l'espressione: Banca Centrale prestatore non di ultima istanza, ma di prima istanza. Perchè? Perchè si deve sostenere la corsa alla inflazione, non sul mercato dei beni, ma sul mercato dei titoli e delle attività finanziarie. Tra le attività finanziarie finisce per entrarci anche la proprietà immobiliare nel suo aspetto speculativo. Una politica monetaria fortemente attiva e che, come vedremo,questa è una novità, è in grado di muovere la domanda effettiva. I keynesiani tradizionali giustamente ai loro tempi non lo vedevano; adesso quella politica monetaria è in grado di muovere verso l'alto. Ma come? Non si preoccupano più dell'amento del prezzo dei beni sul mercato delle merci? Non per quanto riguarda i salari. Perché? perchè il lavoro è stato bastonato. Una persona che non è propriamente un comunista e che si chiama Alan Greenspan, nel 1995 conia un'espressione: “lavoratore traumatizzato”. L'idea che sta dietro al lavoratore traumatizzato è: si può tornare alla piena occupazione, perchè non è più la piena occupazione garantita, con salario elevato, ma una sottooccupazione di lavori precari e casuali. Gli economisti amerebbero dire: la curva di Philiphs si è sostanzialmente appiattita. Tu puoi ridurre la disoccupazione, i salari non aumentano e i prezzi non aumentano. Le materie prime sono un'altra cosa molto interessante, ma la lascio di lato. A questo punto però c'è il problema della domanda. Perchè Il capitalismo non vive senza domanda. Quindi qualcuno la domanda la deve fare, e la produzione non vive senza debito. Sul punto che il capitalismo non vive senza debito ci torno. Sul fatto che non vive senza domanda me la gioco per adesso così: metà anni 90 negli Usa c'è Clinton. Gli Usa esportano più di quanto importano. La domanda non viene di lì. Clinton ha il bilancio che diventa prima in pareggio poi in attivo, quindi non fornisce domanda. Lo Stato non fornisce domanda. I salariati tanto meno non forniscono grande domanda. Gli investimenti si, forniscono domanda, ma questa non è particolarmente dinamica. Da dove viene la domanda? Il nuovo capitalismo si è costituito con il fatto che le famiglie e il mondo del lavoro, le classi medie e poi le classi povere sono state spinte a entrare dentro il capitale finanziario e a indebitarsi. La necessità di indebitarsi c'era, la possibilità tecnica a un certo punto si è creata. Questo è quello che Yman Minsky chiama il capitalismo dei many manager. E' il capitalismo dei fondi pensioni, Gallino ha scritto cose belle su questo. Io lo chiamo: la figura del “risparmiatore maniacale”. Toglietevi dalla testa che questa sia una realtà di ricchezza, ma non abbiamo il tempo di approfondire. Il risparmiatore maniacale che vede crescere le sue attività, o magari anche le case, se può risparmiare sul reddito perchè mai lo deve fare? Le sue attività stanno crescendo. Quindi il risparmiatore maniacale che vuole che i many managers gli diano rendimenti brevi, anche perchè ne va del suo futuro, dell'educazione, dell'abitazione e così via, può diventare, o è costretto a diventare, “consumatore indebitato”. Si indebita. La politica monetaria, tenendo su l'inflazione dei valori capitali, cosa fa? Nutre il risparmiatore maniacale e determina il consumo indebitato. E' un modello trainato dal consumo e trainato dal debito. Solo che è un modello fondato sul debito privato e un modello non solo instabile ma insostenibile ed è saltato. Nel 2000-2001 la mia colpa fu di essere un attimino troppo pessimista. Nessuno immaginava la grande recessione come questa, però io mi immaginavo che quella crisi fosse un po' più seria, immaginavo di andare verso questo tipo di crisi. Ne sono usciti, in qualche modo, e con il keynesimo un po' militare e un po' con i tassi di interesse a zero. Dopo il 2003 sono ripartiti grazie alla bolla immobiliare più i subprimes, dopo di chè la cosa è saltata. Un meccanismo instabile e insostenibile. Lavoratore traumatizzato, risparmiatore maniacale depressivo, consumatore indebitato. Perchè risparmiatore in fase depressiva? Perchè quando il meccanismo esplode, quando hai la crisi delle imprese, quando hai l'incertezza e devi rientrare, tutti quelli che sono indebitati devono uscire dal debito. Quindi anche le famiglie devono risparmiare, risparmiare davvero, risparmiare sul reddito. E' una sorta di paradosso: dal momento in cui risparmi c'è meno domanda, il reddito cade non se ne esce. La cosa divertente è che tutta la teoria dominatante e tutte le politiche economiche ti dicono il valore del risparmio. Quando la cosa succede 2000-2001/ 2007-2008-2009 si cerca di dire “no, no, non ora”. Addirittura abbiamo avuto un ministro, quello che poi si è dimesso, che un anno fa ha cercato di dire “Io ce l'ho la soluzione della crisi: le famiglie hanno tot miliardi di risparmi, li spendano ! ”. Veniamo rapidamente ad alcuni aspetti della crisi europea e alla questione debito. Molte cose sono state dette da Yanis. Nel discorso di Yanis ci sono due aspetti giustamente legati, anzi tre. Uno riguarda il problema del debito pubblico, che è legato all'aspetto debito privato. Ma la crisi attuale è una crisi del debito sovrano. Poi c'è il problema degli squilibri commerciali, tra paesi in avanzo e paesi in disavanzo. Queste due cose in che rapporto stanno? Il mondo dopo il '73 è stato un mondo fondato su questi squilibri commerciali, senza questi squilibri non si andava avanti. Se non c'era un grande paese in deficit, e più paesi in deficit, non c'erano i paesi che esportavano. Addirittura ad un certo punto, all'inizio degli anni 2000, la cosa è diventata questo asse Stati Uniti – Cina, dal loro punto di vista, per certi aspetti, virtuoso, di riciclo. La stessa cosa è succesa in Europa e quello che ha detto Yanis è: guardate, si c'erano i disavanzi commerciali che per un lungo periodo hanno funzionato come i subprimes, e sostanzialmente questi problemi non c'erano. Anzi, c'erano, ma non si vedevano e entrando nell'euro sembrava che fossero assolutamente scomparsi. E la Germania, tanto ossessionata dal disavanzo pubblico, non era così tanto ossessionata dalla disavanzo delle bilancia commerciale, giustamente. Gli economisti eterodossi, ed io come Joseph Halevi non facciamo eccezione a insistere sui problemi di questo modello in Europa di paesi in surplus e paesi in disavanzo . il punto è che gli economisti di sinistra in Italia non si sono resi conto, come nella finanza anche su questo, che i meccanismi di squilibrio del nuovo capitalismo erano singolari. Perchè erano meccanismi senza alcun meccanismo di aggiustamento, a meno che non chiamiate meccanismo di aggiustamento il crollo finale. Non solo: questi squilibri cumulativi erano squilibri che stabilizzavano il sistema. Vi ho detto il sistema è instabile e alla fine insostenibile, ma il fatto è che queste sorgenti di instabilità per molto tempo sono state assolutamente rese stabili esattamente dagli squilibri. Vi faccio un esempio sul debito privato e poi torniamo al debito tra i paesi. Molti degli economisti keynesiani sul debito privato non distinguono. il punto chiave è che progressiìvamente il debito privato è diventato non il debito delle imprese che investono, ma il debito delle famiglie che consumano. Le imprese che investono non erano più indebitate, anche se investivano. Addiruttura se prendete il periodo dal 2000 al 2007 – 2008 vi rendete conto che negli Stati Uniti le imprese cedevano denaro al mercato invece di prenderlo, la loro posizione fianziaria era in surplus, tutto il debito perivato era delle famiglie. Anche perchè se i titoli finanziari vanno su tu riesci ad ottenere dai mercati il denaro di cui hai bisogno, vendendo azioni e non andandoti ad indebitare, e questo stabilizza la situazione . Da quel punto di vista lì non c'era problema alcuno del debito delle imprese. Analogamente per la stabilizzazione dei disavanzi internazionali. L'Australia aveva un grosso disavanzo: alza un po' i tassi di interesse, i soldi glieli dà un mercato che parte dai tassi di interesse bassi in Giappone e quei soldi vanno a toccare il mercato in Australia e negli Stati Uniti, e in qualche modo tutti sono contenti. Gli squilibri esplodono quando il meccanismo salta perchè è insostenibile. A questo punto arriviamo all'ultima parte. Il punto chiave è che se tu riduci i disavanzi pubblici e ottieni dei surplus nel pubblico emerge necessariamente debito nel privato. Qui è la chiave di quello che è successo prima e dopo la crisi. Se prendete la situazione negli Stati Uniti tra il 1992, quando arriva Clinton, e il 1999, vedete che il debito del pubblico, il disavanzo dello Stato americano, si azzera e si va sul positivo. Andate a guardare quello che succede al debito di famiglie e imprese: vedete che va su. Così si può dimostrare che è una questione di pura e semplice contabilità. Poi, puoi cercare di uscirne riducendo il debito privato, quello che finirai col fare, e riprodurre questa cosa qui abbattendo i bilanci delle banche e delle imprese, rendendoli sempre più piccoli, ma questa cosa si riprodurrà, quindi semplicemente creerai disoccupazione o cose del genere. Se andate a vedere cosa succede in quel debito privato negli Stati Uniti vedrete che negli anni della new-economy un po' è delle imprese, molto di più è delle famiglie. Poi guardate cosa succede negli 8 anni successivi: le due curve si muovono al contrario, l'unico elemento è che il debito privato non ha più niente a che vedere con le imprese. Questo ovviamente non entra nella testa di Merkel o di altri. Questa cosa è avvenuta a suo modo anche dopo la crisi, perchè dopo la crisi cosa è successo? La crisi è avvenuta per insolvenza del debito privato, per risolvere la crisi il debito privato si è dovuto trasformare in debito pubblico. Il debito pubblico è esploso dappertutto, in Europa meno che altrove. Vi segnalo un articolo di Spaventa su Affari e Finanza, che non condivido del tutto, ma molto interessante ... C'è stato questo trasferimento dal debito privato al debito pubblico, un'esplosione ovunque del debito pubblico. la Grecia è un caso un po' particolare, perchè lì c'era un elemento di “cattivi deficit”. La Grecia aveva utilizzato l'entrata in Europa in modo anche da poter crescere di più tramite disavanzo di bilancio e crescita del debito pubblico, e questo ai tedeschi andava bene quando esportavano. Dopo di che, Yanis tra le cose che scrive dice una cosa da cui tenderei a dissentire solo perchè su queste cose mi fido ciecamente di Marcello De Cecco. Il quale In un articolo retoricamente molto bello, perchè prende le parti dei tedeschi, e cerca di spiegare che in questo modo fanno del male a sé stessi, anche se i greci sono spendaccioni, mentre Yanis dà l'idea che i tedeschi sono stati sorpresi dalle dimensioni del debito greco, appunto De Cecco invece due settimane fa ha detto la Merkel e altri in Europa lo sapevano, ma semplicemente c'era un governo di destra, e hanno aspettato che arrivasse un governo di sinistra ..ma questa è un'altra questione. Quindi l'esempio della Grecia è un po' particolare, ma prendete la Spagna. La Spagna fiscalmente era un allievo modello prima della crisi , ma aveva una bolla immobiliare, cresceva molto velocemente, il reddito cresceva molto, le tasse crescevano molto, aveva un rapporto debito/pil del 43%. Quando la situazione è esplosa? Quando la situazione è andata giù per la crisi. Come ci siamo salvati dalla catastrofe? Qui sarebbe buono il grafico perchè è un grafico non mio, ma fatto da Paul Krugman. Mostra che quando il reddito cresce, sostanzialmente il settore privato tende ad andare in surplus, perchè c'è più reddito, c'è più risparmio. Quando invece il reddito cresce il disavanzo del settore pubblico descresce. Perchè? Perchè il reddito cresce, crescono le imposte e quindi lo Stato sta in condizioni sempre migliori. Perchè c'è stata la crisi? Perchè all'improvviso la volontà di risparmiare è dovuta aumentare selvaggiamente, quindi l'incontro tra queste due curve avviene a un livello di reddito più basso. Ora quale è il punto? Il punto è che se voi non aveste un sistema statale di questo genere, che ha i cosiddetti stabilizzatori automatici, per cui quando l'economia va giù aumenta la spesa e si riducono le imposte, tu dovresti ridurre di moltissimo il reddito per tornare in equilibrio: avresti la grande crisi degli anni '30. Io aggiungo che in realtà, alla faccia della loro teoria, gli Stati europei nel momento culminante della crisi sono intervenuti, anche attivamente; la stessa Germania: con politiche finalizzate, addirittura sul lavoro neanche tanto stupide, quando hanno creduto di essere fuori a quel punto sono tornati alla vecchia teoria. Cosa stanno facendo? La follia è che semplicemente credono di poter ridurre l'intervento statale e creare un mondo senza debito. Un sogno impossibile. A questo punto torno all'inizio. Ma questi sono davvero solo schiavi di teorie sbagliate o c'è una perversa razionalità? Secondo: in che contesto istituzionale questo succede? La perversa razionalità: adesso la metto così. Che cos'è la Germania? Qui, quelli che contano sono le politiche economiche e dietro di loro gli interessi delle imprese e delle banche tedesche. Innanzitutto capiamo una cosa: che i deficit greco, spagnolo, ecc. sono stati finanziati da qualcuno che comprava i titoli, e questi erano le banche tedesche, francesi, ecc.. E perchè? Perchè in un contesto di globalizzazione, a fame dei rendimenti, si vanno a prendere quei fondi? Perchè in qualche modo avevano anche dietro uno Stato e una garanzia europea, e nel momento della crisi grave, le banche e i mercati che cosa cercavano? Titoli del debito pubblico, e non ce n'erano abbastanza, quindi i loro titoli andavano loro benissimo. Torniamo al filo del ragionamento: qual è interesse della Germania? La Germania è fatta di questi soggetti: le esportazioni nette (esportazioni più importazioni) sono profitti per la Germania. Questi profitti se li vogliono tenere, e semmai esportarli come esportazioni di capitali, questo c'era nel discorso di Yanis. Non vogliono che aumenti la loro domanda interna, non vogliono che i salari aumentino più della produttività; da loro la produttività cresce molto, però devono vendere. Ora si trovano un problema: il problema è che gli è crollato ìl mondo; prima più o meno funzionava, adesso come se ne esce? Di che cosa sono convinti? Primo: sono convinti che il keynesismo, non qui, ma negli Stati Uniti, ci sia. Secondo: sperano che nella Cina si crei una classe media abbastanza consistente, così loro continuano a fare quello che facevano, cioè vendono le macchine e i mezzi di produzione sofisticati ai cinesi, e in più vendono loro anche i beni di consumo di relativa alta qualità. Come ottenevano prima del 2007 i profitti? Li ottenevano esportando in Cina, in Giappone, Asia? No. A parte le macchine. Con questi paesi la Germania, l'Olanda, tutti quanti sono in passivo, quindi lì non si fanno profitti. A questo punto cosa fanno? Vendono agli Stati Uniti, ma non bastava; anche perchè li la quota si riduce perchè c'è la concorrenza degli asiatici. Quindi vendono al resto d'Europa. E' qui la follia. I disavanzi dei paesi come la Grecia e la Spagna sono la controparte degli attivi. Secondo me loro ora si sono convinti che, anche se l'Europa è in stato comatoso, loro, o una parte significativa del loro apparato industriale, riusciranno a vendere negli Stati Uniti e sempre di più nei confronti di queste altre aree: Asia e America Latina. E' una scommessa fondata? Io penso di no. Dopodichè non lo metto al 100%. Sul penso di no vi do un paio di argomenti: uno perchè non è detto che con questi meccanismi non solo ci ammaziamo noi europei, ma ricreaiamo le condizioni di una grande crisi. Ma anche non fosse così, la Cina è in grado, come sarebbe in grado in teoria l'Europa se fosse un'entità omogenea, ha una matrice completa, produce quasi tutto al suo interno, con costi del lavoro, quelli che sono, produttività che comincia a essere crescente, non è affatto detto che abbia bisogno di te in quantità tale da farti costruire quel modello. Consentitemi di dire che secondo me questo è vero per una parte del settore industriale italiano. Credo che i settori industriali italiani abbiano dei gravissimi problemi. Credo che le zone che vanno bene, una volta erano i distretti, adesso si dice il quarto capitalismo, non siano sufficienti per fare sistema, ma non credo che siano puramente e semplicemente straccioni. Questi non vogliono pagare i salari, ma la produttività in quesi settori lì c'è, e quelli tirano. Questi sono usciti dalla recessione nel 2000 – 2004 con una ristrutturazione, in cui producevano di meno a più valore aggiunto, e faranno una cosa di questo genere, con dall'altro lato le forme della macelleria sociale che conosciamo. Da questo punto di vista sono abituato a leggere la stampa degli altri. Gli ultimi due editoriali di Turani erano intelligenti, perchè lui ha detto sostanzialmente: guardate che forse da qui non se ne esce senz'altro, però forse non si crolla, e c'è qualcuno che qualche idea per andare a guadagnare e a sopravvivere da qualche parte ce l'ha. Vi ripeto a me sembra un percorso altamente rischioso, che sicuramente non ha ricadute sociali positive, ma non è il capitalismo straccione. Noi abbiamo dentro l'Europa un progetto di politica economica folle che però ha degli aspetti di razionalità. Chiudo con la questione dell'insieme istituzionale. Qui abbiamo come sinistra un problema: questa è una crisi dell'euro anche perchè l'euro è stata disegnato in quel modo, e noi una battaglia di questo genere abbiamo smesso di farla e forse di ricordarla, sempre. E' una cosa che era prevedibile, quello che sta succedendo, all'inizio degli anni '90. Mi capita ogni tanto di fare delle letture illuminanti: ci fu un articolo su Le Monde Diplomatique di un economista tutt'altro che radicale, Jean Luc Gaffard, che scrisse dei pericoli della moneta unica e segnalò che un percorso di unificazione nominale non poteva che dare luogo a divergenze reali sempre più violente, e che se tu volevi una costruzione europea dovevi avere una logica esattamene opposta, per quello che lui chiamava il paradosso della produttività: le area arretrate devono crescere di più produttivamente. Ma, di nuovo, prima della produzione viene il debito, che finanzia la produzione. E questo ti può creare delle situazioni di inflazione che devi controllare; allora, le aree arretrate sono aree in cui deve esserci un finanziamento di tipo schumpeteriano a credito, e ci deve essere uno Stato che può andare in disavanzo. Non sto a sottolineare la follia, perchè questo tutti lo dicono, di una moneta unica senza Stato unico e di un'Europa senza un bilancio vero. Da questo punto di vista scordiamoci che basti una proposta anche intelligente per uscirne, perchè se è una crisi sistemica è una crisi in cui non solo devi dire cosa sarebbe sensato fare, ma devi anche costruire le relazioni tra soggetti sociali tali da resistere, perchè purtroppo è una fase in cui siamo costretti a una resistenza radicale. Ultimissimo punto: buoni deficit - cattivi deficit. Dietro la cosa di Yanis c'è una cosa provocatoria. C'è un problema vero. E' come se vi dicessi: in questa fase “viva il debito pubblico”, e ve lo dico. E' come se vi dicessi: “i disavanzi sono buoni” e lo dico perchè penso che se il debito pubblico procede con disavanzi buoni, i disavanzi buoni si autocolmano, se sono davvero disavanzi buoni, perchè fanno crescere il reddito, perchè ti fanno crescere produttivamente meglio, e a questo corrisponde una produzione e non un nulla. Allora Alfonso mi prese per folle quando all'appello per l'abbattimento del debito pubblico lo criticai, sostenendo che in realtà bisognava dire che proprio per il paradosso della produttività, e con un presidente del consiglio e un ministro che erano stati in Europa, bisognava avere un piano di 5 anni, in cui all'inizio si partiva semmai con un aumento del rapporto debito/pil per poi rientrarci. E' chiaro che queste cose andrebbero fatte su scala europea e non su scala individuale, ma la logica era esattamente questa. Era talmente folle, che scoppiata la crisi della Lehman, questo è quello che Giavazzi ha scritto: non ha difeso le restrizioni. E allora quale è il punto? Il punto è che ci sono buoni disavanzi e cattivi disavanzi. I cattivi disavanzi sono quelli a cui è stata anche obbligata la Grecia, in cui per dare occupazione vai in un disavanzo, che puramente e semplicemente non produce nulla. Viceversa un buon disavanzo produce qualcosa: produce infrastrutture, produce beni intangibili (ricerca sviluppo, istruzione, ecc.), produce, nell'universo della femminilizzazione del lavoro, non solo beni, ma servizi che sono legati alla riproduzione, perchè quello che ora è sotto attacco è la riproduzione in senso generale. Questo sembra essere il nodo della questione. Da questo punto di vista si deve condurre una battaglia anche per la qualità della spesa pubblica, e avere una politica di tagli da parte nostra, oltre che delle imposte. Ferdinando Indovina ha scritto in una colonnina una proposta fiscale molto intellegente, e quelle sono le cose da fare: sulla questione dei contenuti della spesa pubblica, a parte la cosa ovvia della spesa militare, e su quello si deve entrare nel merito. Bisogna togliere dalle mani dell'avversario di classe l'idea che le riforme strutturali sono quelle che dicono loro, contestando la logica per cui lo Stato è come una famiglia o un'impresa, per cui deve avere il bilancio in pareggio.