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Lavoro: puntare sui migranti Stampa
Domenica 28 Settembre 2014 10:42

Puntare sulla mobilità e sulla migrazione per tenere a bada le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro europeo. È la conclusione dello studio Matching Economic Migration with Labour Market Needs (Conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro) realizzato da Commissione europea e Ocse.

Il calo demografico è un problema che non riguarda soltanto l'Italia, ma l'intera Europa e che, nel medio termine, porta a una significativa riduzione di manodopera disponibile e qualificata per ciascun settore: secondo le ultime stime, entro il 2020 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) diminuirebbe di 7,5 milioni (-2,2%) nell'Ue e aumenterebbe di altrettanto nell'insieme dei paesi dell'Ocse.

In uno scenario (irreale) senza migrazione, nel 2020 l'Ue avrebbe 11,7 milioni di abitanti in meno (- 3,5%). Per far fronte a questo rischio, secondo Commissione e Ocse, occorre promuovere la mobilità del lavoro all’interno dell'Ue, favorendo gli spostamenti di manodopera qualificata dai paesi in cui non vi è richiesta verso quelli che maggiormente hanno bisogno di competenze specifiche, migliorare l'integrazione dei migranti provenienti da paesi terzi, agevolando il riconoscimento dei titoli di studio stranieri e predisponendo una migliore formazione linguistica nel paese ospitante, e attrarre i lavoratori migranti altamente qualificati di cui ha bisogno il mercato del lavoro europeo, facilitando il sistema di ammissione legale che, spesso, è causa di pregiudizi da parte dei datori di lavoro, restii ad assumere il migrante.

In Italia, sono circa 2 milioni 500 mila gli stranieri che producono reddito, ma si tratta per lo più di occupazioni a bassa qualificazione, nell'ambito delle quali un lavoratore su tre non è italiano. Il fenomeno è evidente tra gli uomini (braccianti, muratori) ma anche tra le donne: circa la metà delle migranti è concentrata su poche professioni (assistente domiciliare e collaboratrice domestica). Poi non bisogna dimenticare i disoccupati: è impossibile fare una stima precisa, ma sono almeno 500 mila: vanno valorizzati, secondo il commissario per gli Affari interni Cecilia Malmström, attraverso programmi mirati e immessi in mercati non saturi, che richiedano le loro competenze, per rafforzare la coesione sociale migliorare la competitività dell'Europa.

In varie regioni dell'Italia, nell’ambito della programmazione delle politiche attive per target, sono previsti programmi specifici riservati ai lavoratori stranieri per favorirne l'inclusione, in gran parte a valere sui Programmi operativi Fse. Primi fra tutti, i corsi di formazione professionale, che nella metà dei casi non porta alla successiva assunzione del corsista, a differenza degli altri paesi europei. Nel nostro paese, infine, gli immigrati disoccupati non hanno trovato il nuovo lavoro tramite i centri per l'impiego, bensì per richiesta diretta del datore. (Fonte Euractiv)