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UE: dall’alleanza franco-tedesca all’asse Merkel-Draghi PDF Stampa
Domenica 28 Settembre 2014 10:22

1.

Il processo di integrazione europea ha avuto il suo fulcro nella stretta relazione tra Francia e Germania, spinte dalla volontà di superare le storiche contrapposizioni che avevano portato, per limitarci al XX secolo, a ben due guerre mondiali. Alla fine della Seconda guerra mondiale le élite dirigenti occidentali non ripeterono i tragici errori commessi con il Trattato di Versailles così, lungi dall’imporre alla Germania il costo delle riparazioni, intrapresero la strada della cooperazione e del sostegno economici – basta ricordare l’Accordo di Londra sui debiti esterni tedeschi del 1953, il Piano Marshall e l’Unione Europea dei Pagamenti −  per evitare nuove guerre e per rispondere alle sfide della modernizzazione capitalistica caratterizzata  dalla produzione e dal consumo di massa.

Fu allora che si diffuse l’idea degli Stati Uniti d’Europa, proposta nel Manifesto di Ventotene dell’agosto 1941 da Spinelli Rossi e Colorni, ripresa con altre motivazioni politiche da Winston Churchill a Zurigo nel discorso del settembre 1946 e affermatasi al Congresso dell’Aja del 1948. Esponenti politici (Adenauer e De Gasperi), leaders del mondo della finanza e dell’impresa (basta per tutti, Angelo Costa della Confindustria), economisti come Lionel Robbins e Luigi Einaudi, intellettuali e tecnocrati come Jean Monnet componevano il variegato schieramento che sosteneva la necessità di rompere con i conflitti mortali del passato e aprire una nuova era di sviluppo economico sulla base di mercati e istituzioni sovranazionali.

Da tutti questi fermenti scaturì l’ardita proposta di Schuman il 9 maggio 1950, che aprì la via all’integrazione europea. Oltre all’afflato ideale verso un futuro di pace, in essa si indicarono le modalità – riassumibili nel metodo funzionalistico e dello spill over – per la costruzione dell’Europa: l’integrazione economica per settori avrebbe comportato via via quella politica. Questo metodo non fu improvvisato scaturendo dalle riflessioni sulle esperienze dei cartelli economici degli anni Venti e Trenta, che organizzarono verticalmente interi comparti produttivi per aumentarne l’efficienza, e delle Agenzie del New Deal, che negli USA gestirono gli investimenti pubblici per superare la Grande Crisi del ’29. Le vicende economico-sociali degli anni Trenta, di stampo capitalistico-tecnocratico, furono anche di stimolo per individuare una nuova dimensione della legittimità delle istituzioni politiche, di quelle sovranazionali in primo luogo, in base non più al consenso democratico ma all’efficacia dei risultati delle loro azioni, più tardi definita ‘output legitimacy’. Lo spirito di quei tempi fu ben espresso dall’attivismo di Jean Monnet e dagli scritti teorici di David Mitrany, per citare due influenti personaggi.

La Dichiarazione Schuman nacque su impulso di Jean Monnet e per la spinta data da Konrad Adenauer che nel marzo 1950 parlò di unione economica franco-tedesca come preludio all’unificazione politica1. I passaggi decisivi della Dichiarazione furono quelli in cui Schuman individuò il metodo e il fine della costruzione dell’Europa, che “non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L'Unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania. […] Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei. La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”.
Fu una visione di lungo respiro e al tempo stesso articolata in immediate iniziative per costituire la CECA, e non a caso sulla scia della Dichiarazione Schuman si sono mosse per decenni le élite europee che hanno, dall’alto, indirizzato la costruzione della Comunità. Alla sua guida ci sono state Francia e Germania, che, pur perseguendo interessi e opzioni strategiche differenziate nelle diverse e drammatiche circostanze storiche, hanno costituito il nucleo intorno a cui si è venuta formando l’Unione Europea.
Quando si trattò di avviare il riarmo della Repubblica Federale Tedesca per combattere la ‘guerra fredda’ con l’URSS, la Francia propose la CED, vale a dire una difesa europea integrata per evitare che l’esercito tedesco rimanesse al di fuori del controllo e della gestione delle potenze occidentali. Fallita nel 1954 questa opzione, peraltro per un voto contrario proprio dell’Assemblea nazionale francese, si rilanciò l’anno successivo l’integrazione economica con la Conferenza di Messina, che avrebbe portato al Trattato di Roma del 1957 con la creazione della Comunità Economica Europea e dell’EURATOM. Energia nucleare e mercato fondato sull’unione doganale e sull’esercizio delle quattro libertà di movimento degli uomini, delle merci, dei servizi e dei capitali, furono i capisaldi della nuova fase.



2.
Salito al potere, De Gaulle − pur avendo in politica estera come scopo precipuo di affermare un ruolo di grande potenza della Francia utilizzando a tal fine anche la Comunità europea − mai allentò la relazione con la RFT guidata da Adenauer, il quale pur aveva in mente un disegno di unificazione dell’Europa in chiave federalista. Nonostante la diversità dei disegni politici, De Gaulle e Adenauer determinarono insieme la politica della Comunità: tra il novembre 1958 e il gennaio 1963 si incontrarono 15 volte, ebbero più di 100 ore di colloquio e si scambiarono ben 40 lettere, e la RFT sostenne la Francia nel no all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità nel gennaio 1963, mese in cui venne stretto il Trattato franco-tedesco di cooperazione.
Per superare la crisi della sedia vuota − motivata da de Gaulle con un attacco all’areopago tecnocratico di Bruxelles e con l’esaltazione dell’Europa delle nazioni, come si espresse nella conferenza stampa del 9 settembre 1965 − si intrapresero iniziative per un’ulteriore integrazione europea. Si rafforzò la politica agricola comune – la PAC divenne la moneta di scambio per tenere legata la Francia al MEC − , si concluse il Trattato di fusione degli organi delle Comunità e si arrivò al ‘compromesso del Lussemburgo’, che inaugurò il metodo della ‘decisione per consenso’ in modo da evitare il voto a maggioranza.
L’alleanza rimase ben salda negli anni Settanta quando per rispondere alle crisi internazionali del dollaro (ufficializzata con la dichiarazione della sua inconvertibilità nell’agosto 1971), della guerra dello Yom Kippur e dello shock del prezzo del petrolio, si decise l’instaurazione del serpente monetario sullo sfondo delle proposte e per una moneta unica elaborate nel Rapporto Werner e per un ruolo più incisivo del Parlamento Europeo avanzate nel Rapporto del francese Vedel. Su impulso di Giscard d’Estaing e del Cancelliere Schmidt si realizzò nel 1974 un’innovazione istituzionale, il Consiglio Europeo, per gestire gli effetti di queste tre crisi sugli equilibri economico-finanziari e politici. L’innovazione si rivelò di lunga prospettiva in quanto divenne, nel suo formato di Capi di Stato e di Governo, il centro decisionale della Comunità, legittimato in questa sua funzione con il Trattato di Lisbona del 2007.
Richiamo l’attenzione su questa innovazione istituzionale perché accentrò la decisione politica in un organo intergovernativo, e soprattutto perché la Comunità reagì alle crisi economiche e ai conflitti geopolitici degli anni Settanta attraverso una complessiva risposta di maggiore integrazione sia economica che istituzionale, ciò che sarebbe di nuovo accaduto nella gestione della crisi epocale del 1989 e  di quella della finanza globale del 2007.
Negli anni Settanta-Ottanta, alle ripetute tempeste monetarie e agli scossoni che esse provocavano al funzionamento del mercato comune, le élite europee risposero ancora una volta con un di più di integrazione che si tradusse, dopo le solite lunghe e tortuose trattative, prima nello SME e poi nell’Atto Unico Europeo del 1986, base della costruzione del mercato unico.
Gli avvenimenti del 1989, con il successivo crollo dei regimi del ‘socialismo reale’, misero a dura prova il peraltro solido rapporto tra Mitterand e Kohl, perché il processo di unificazione tedesca risuscitò le paure di una nazione tedesca così potente da autonomizzarsi dalla Comunità. Mitterand, Thatcher e Andreotti cercarono di frenare l’unificazione tedesca fino a quando Kohl non si impegnò, con il discorso di Parigi del 17 gennaio 1990, a costruire ‘la casa tedesca sotto il tetto europeo’. Kohl ribadì la linea, propria dei governanti tedeschi fin dall’epoca di Adenauer, di una Germania europea, che pure, nel 1991 agì da sola nel decidere il riconoscimento della Slovenia e della Croazia contro gli orientamenti della  Comunità europea intenzionata a salvaguardare la Iugoslavia come entità statale unitaria.
Lo scopo di contenere la maggiore influenza della Germania unita, che avrebbe potuto divenire più indipendente dai legami comunitari, non fu l’ultimo dei motivi che portarono nel 1992 alla stesura di un nuovo Trattato, a Maastricht, che gettò le fondamenta dell’Unione Europea con mercato e moneta unici. Con una certa ironia Tommaso Padoa-Schioppa ha ricordato che fu una ‘astuzia della storia’ a delineare obiettivi e struttura del Trattato di Maastricht dato che la Thatcher, orientata al massimo del mercato e al minimo dello Stato, spianò la via a un’unione monetaria senza unione fiscale. Così si ebbe un mercato interno completamento integrato con una moneta unica insieme con una pluralità di autorità fiscali decentrate, nella convinzione che i mercati finanziari e il divieto di monetizzazione del debito pubblico sarebbero stati sufficienti a disciplinare gli Stati nelle loro spese2. Quest’asimmetria avrebbe comportato gravi problemi di gestione economico-finanziaria, come la crisi del 2007 avrebbe palesato. In ogni caso il Trattato di Maastricht costruì la ‘corazzata’ della moneta unica con ‘due nuove ancore’, come le chiamò sempre Padoa-Schioppa: la stabilità dei prezzi e l’indipendenza della Banca centrale europea3.
Per rendere più salde le ‘due ancore’ si approntarono nuovi strumenti di governance economica: il braccio preventivo e quello correttivo del Patto di stabilità e crescita del 1997, al fine di controllare i bilanci pubblici dei Paesi membri.
Fu l’alleanza tra Francia e Germania a reggere il peso della nuova costruzione, e ancora una volta la scelta fu più integrazione, a partire dall’economia, con il rafforzamento a livello centrale della governance che in tappe successive si veniva articolando intorno al Consiglio Europeo, alla Commissione, all’ECOFIN, alla BCE, all’Eurogruppo. Il Parlamento europeo continuò a soffrire della sua originaria diminutio: i Trattati di Maastricht e Amsterdam rafforzarono il suo ruolo con la codecisione, non fu tuttavia posto in grado di svolgere le funzioni di iniziativa legislativa, di indirizzo politico e di controllo come nei classici regimi di democrazia rappresentativa.



3.
Alla crisi del 2007 l’UE ha reagito con interventi di natura economico-finanziari e monetari tali da richiedere ulteriori radicali innovazioni istituzionali, sempre voluti dal duo franco-tedesco, nelle persone di Sarkozy e Merkel. Nella gestione degli interventi, ripeto e di politica economica e di natura istituzionale, essi hanno agito di concerto nella definizione del Semestre europeo e nella preparazione del Fiscal Compact e del MES, così come nel sostegno agli interventi convenzionali e non-convenzionali della BCE. L’asse Merkel-Sarkozy trovò la sua massima espressione nel Manifesto comune per le elezioni europee del 2009, dal titolo Per un’Europa che protegge, in cui si rivendicava la risposta alla crisi bancaria e si preannunciavano le grandi scelte di riorganizzazione della governance europea, intraprese a partire dall’ECOFIN del 7 settembre 2010. A sottolineare i loro legami politici e personali, la Merkel giunse a schierarsi attivamente a fianco di Sarkozy contro Hollande nelle elezioni presidenziali del 2012, e nel febbraio del 2014 venne organizzato un pubblico incontro per ricordare la sua stretta collaborazione con Sarkozy. Non per caso, dunque, con Hollande la Germania della Cancelliera non sta trovando l’intesa profonda che hanno caratterizzato i precedenti cicli di integrazione europea. Ciò è dovuto anche alla politica di Hollande il quale, ripiegato sui problemi interni alla Francia, è incapace di proporre una sua visione dell’evoluzione dell’UE. Tenta dei ‘distinguo’ rispetto alle scelte di austerità della Germania, tuttavia al pari di tutti gli altri ‘capi di Stato e di governo’ firma i patti che obbligano alle politiche di austerità, come hanno notato Allegri e Bronzini4.
Alla fine di agosto Hollande ha spinto alle dimissioni il ministro dell’Economia Arnaud Montebourg, reo di aver criticato le politiche tedesche, sostituito con Emmanuel Macron (ex banchiere della Rothschild), per allinearsi così al vangelo della Merkel e di Draghi: consolidamento fiscale e riforme di struttura.
Della strategia della Germania si suole dire che essa sia finalizzata a egemonizzare l’UE, anzi a plasmare un’Europa tedesca: un disegno di rafforzamento nazionale a spese degli altri Paesi membri. Non credo che le cose stiano così, non tanto e non solo per le dichiarazione dei massimi esponenti del governo tedesco a cominciare dalla Merkel, che, il 18 dicembre 2013, nel presentare la Große Koalition disse: ‘la Germania sarà forte se anche l’Europa sarà forte. In un mondo globalizzato, l’Europa è la nostra comune patria’; o di Wolfgang Schäuble, che in un’intervista a la Repubblica ha ripetuto di volere ‘un’Europa forte, non un’Europa tedesca’5. Le parole dei politici servono spesso a manipolare la realtà o a nascondere le loro intenzioni, questa volta però ci sono i fatti a suffragarle: il disegno è una governance sovranazionale, disegno condiviso dalle classi dirigenti dell’intera UE. Ed esso poggia su basi tanto politiche quanto economico-sociali. Il Rapporto Towards a Genuine Economic and Monetary Union del 25 giugno 2012, predisposto da Van Rompuy, Barroso, Draghi e Juncker, esplicita l’obiettivo politico di un’unione sempre più stretta per consentire una governance centralizzata in modo da garantire all’UE un ruolo da protagonista nei mercati globali. Le trasformazioni politico-istituzionali – la CECA, la Conferenza di Messina e il Trattato di Roma, il Consiglio Europeo, l’Atto Singolo Europeo, il Trattato di Maastricht, il Semestre Europeo e la preparazione del Fiscal Compact – sono state funzionali alle grandi innovazioni economico-finanziarie – il mercato comune prima del carbone e dell’acciaio e poi esteso all’insieme dei settori economici, il Serpente monetario e lo SME, il mercato unico, l’euro e la BCE, infine la governance fiscale e bancaria centralizzata a Bruxelles e a Francoforte. Tutte sono avvenute grazie all’intesa tra la Germania e la Francia.
Dal 2012 i due paesi non sono più la leva dei processi di integrazione europea. Ciò non è dovuto alla diversità delle famiglie politiche di Hollande e della Merkel, perché nel passato governanti gollisti e conservatori francesi sono stati alleati di cancellieri sia socialdemocratici sia cristiano-democratici. È dovuto a una concezione diversa del ruolo dell’UE nel processo di globalizzazione: Hollande chiuso ancora in una prospettiva di integrazione delle nazioni, rispetto alla Merkel che vuole più integrazione sovranazionale, soprattutto dell’Eurozona per renderla competitiva nei mercati mondiali.
Angela Merkel è consapevole che in un mondo globalizzato l’UE debba funzionare come un grande spazio economico continentale dove più efficiente è la divisione del lavoro e più profittevoli sono gli scambi di mercato, e, per questo, sostiene una prospettiva di politica economica e monetaria di sostegno alle catene produttive sovranazionali. Hollande, su questo terreno, non può avventurarsi perché più debole e meno competitivo è il tessuto economico francese, specialmente quello industriale. Da qui nasce il suo atteggiamento riluttante e difensivo di fronte all’operatività della Merkel che continua a promuovere e a guidare la riorganizzazione della governance europea: prima il Semestre europeo, il Fiscal Compact, il MES, e l’Unione bancaria, e ora il controllo centralizzato delle riforme di struttura. Non è cinismo quello che guida il governo tedesco nel chiedere disciplina fiscale e riforme del mercato del lavoro dei Paesi dell’Eurozona: la prima serve per garantire la stabilità dell’euro necessaria per la sicurezza degli scambi e degli investimenti; le riforme servono per contenere e possibilmente abbassare il costo del lavoro dei settori produttivi legati alla subfornitura dell’industria tedesca. Dunque il contenimento dei costi lungo tutta le catene produttive – Est e Sud Europa – è un elemento cruciale per mantenere bassi e concorrenziali i costi dei prodotti tedeschi che incorporano beni intermedi provenienti dall’area europea. Hanno ben descritto questi fenomeni Andrea Ginsburg e Annamaria Simonazzi parlando della capacità del sistema industriale tedesco di utilizzare l’allargamento a Est con il  decentramento di fasi di produzione, accompagnato dalle riforme del mercato del lavoro che hanno reso possibile flessibilità della forza lavoro, riduzione dei salari, e mini-jobs6. Si potrebbe pensare, e molti commentatori lo pensano, che si stia ripetendo il disegno del Groβraum tedesco di tragica memoria. Di certo, nelle scelte della classe dirigente tedesca sussistono elementi di egemonia, che provocano frizioni con gli altri paesi europei suscitando proteste in nome della difesa delle economie nazionali. Non sono però elementi determinanti. Si farebbe un grave errore di analisi e di prospettiva politica se si accettasse la visione di una volontà unilaterale tedesca nell’imporre le politiche di austerità e di riforme di struttura, e per questo si ricorresse a difese nazionali e ‘sovraniste’ per contenerla. Basta seguire con attenzione gli sviluppi e le strategie economiche di settori significativi della borghesia industriale dei più importanti paesi europei per accorgersi che non si tratta di un disegno egemone della Germania, si tratta di un processo di integrazione produttiva che sorregge le scelte di politica economica e istituzionale dell’insieme delle élite europee, politiche imprenditoriali e tecnocratiche.



4.
Prendiamo proprio il caso italiano. Si può facilmente constatare che i più dinamici settori industriali sono strettamente integrati con quelli tedeschi, e consapevolmente i suoi padroni e manager perseguono la costruzione di piattaforme produttive europee. Scrive Paolo Bricco: ‘dall’introduzione dell’euro i sistemi industriali di Italia e Germania si sono intrecciati sempre di più. Il rallentamento dell’industria europea genera ombre sull’evoluzione di questa dinamica, che però resta una tendenza strutturale’7. Certo, i dati della produzione integrata Italia-Germania o del loro interscambio, non sono tali da indicare un fenomeno generalizzato all’universo delle imprese, ma sono tali da segnalare una tendenza di fondo in quanto coinvolgono le aree regionali e i comparti industriali più dinamici del sistema italiano.
Da una ricerca del servizio Studi di Intesa Sanpaolo, si scopre che in Germania le 1762 imprese partecipate da gruppi italiani occupano 97mila dipendenti, fatturano 50 miliardi di euro che rappresenta circa il 2% del PIL tedesco. Le imprese in Italia partecipate da gruppi tedeschi sono 1319, occupano 124mila dipendenti e fatturano 73,2 miliardi di euro pari al 4,7% del PIL italiano. Le importazioni italiane dalla Germania rappresentano il 15% del loro totale, e il flusso dei beni verso la Germania è circa il 14%  delle esportazioni italiane. A che si devono questi flussi se non alla tendenza a creare un sistema industriale sovranazionale a trazione tedesca? La Germania è al centro di un sistema produttivo che si articola su scala europea, e i cui costi di produzione non dipendono solo da quelli tedeschi ma anche da quelli delle filiere produttive dei diversi paesi. Ancora Paolo Bricco scrive: “Nella nuova geografia economica i flussi commerciali restano fondamentali, ma contano molto anche l’intrecciarsi dei capitali (in questo caso equity di marca tedesca in Italia e quello di marca italiana in Germania) e la co-generazione della parte nobile delle global value chains: quanto valore aggiunto di matrice italiana ho nell’export tedesco, e viceversa”. Questo calcolo, elaborato da OECD e WTO (Made in the World), dice che il valore aggiunto di origine italiana nell’export di manufatti tedeschi è in media il 6%, raggiunge l’8% nei macchinari, il 9,5% nel tessile, l’8% nei mezzi di trasporto e il 7,5% nell’edilizia. Si tenga a mente che si sta parlando del solo comparto manifatturiero, dato che nei servizi la Germania persevera in una politica di protezione, oggetto per questo di critiche perfino da parte della Commissione. Si tenga, comunque, a mente che quasi conclusa è l’integrazione del fondamentale settore dei servizi bancari con sorveglianza e meccanismi di risoluzione unici, affidati alla BCE. Di questo settore, vero cervello delle strategie capitalistiche (come ebbe a dire Schumpeter), dove si crea la moneta attraverso l’erogazione di credito, non si può più parlare di dimensione nazionale: le banche hanno una funzione sovranazionale essendo esse, e non la BCE, a creare la più ampia quota della base monetaria nell’eurozona, la cosiddetta moneta endogena. E la moneta conta nell’economia capitalistica.
Tornando al ‘manifatturiero’, Maurizio Marchesini, presidente della Confindustria dell’Emilia-Romagna, immagina un sistema integrato tra l’industria italiana e quella tedesca “perché la sfida oggi non è tra paesi europei ma con le altre macroaree mondiali e pur nelle differenze Italia e Germania restano due protagoniste del manifatturiero europeo, e hanno un obiettivo comune di riposizionamento sui mercati globali”. Alberto Baban, vicepresidente della Confindustria, parla di una prima piattaforma del made in Europe, frutto dell’integrazione dei due sistemi, e Matthias Kramer, direttore operativo della BDI propone un’azione di pressione su Bruxelles per potenziare le filiere produttive dell’industria a partire dalle questioni della politica energetica e del cambio euro-dollaro. La Deutsche Bank, grande protagonista nei finanziamenti dell’industria, ha ben chiaro che il Sud della Germania unito al Nord dell’Italia crea ‘un’unica zona, un’area manifatturiera di eccellenze e gli imprenditori italiani e tedeschi vanno molto d’accordo’ come ha dichiarato Flavio Valeri, suo Chief Country Officer in Italia8.
All’8° Forum Economico Italo-Tedesco, tenutosi il 5 giugno 2014 a Milano, la Camera di Commercio ha calcolato che sono coinvolte in rapporti commerciali 50mila aziende tedesche e 40mila italiane. Ciò che voglio mettere in rilievo, sulla base di questi elementi, è soprattutto il disegno strategico di settori imprenditoriali come esplicitato dal Presidente della Confindustria dell’Emilia-Romagna: con la globalizzazione, l’integrazione e la competizione non sono più tra singoli paesi ma tra macroaree. Una macroarea è l’Unione Europea costruita dalle borghesie delle imprese e della finanza, non più nazionali: le borghesie dei paesi europei hanno acquisito un carattere sovranazionale.  Già solo per questo attardarsi in ipotesi ‘sovraniste’ per contrastare l’UE è culturalmente arretrato – dove sono più i mercati e gli Stati nazionali? – e politicamente inefficaci – con le sole forze sociali nazionali, chiuse nei vecchi confini, si può davvero contrastare il modo di produzione capitalistico sovranazionale?  
In questo disegno di innalzamento permanente della competitività della macroarea europea è pienamente coinvolto Mario Draghi, che da presidente della BCE ha operato per mettere in sicurezza l’euro e il sistema bancario. Da convinto sostenitore della linea di Angela Merkel, sta operando per consolidare i bilanci pubblici e imponendo nei fatti politiche di ‘svalutazione interna’ con l’abbattimento del costo del lavoro e di flessibilità del lavoro; ora sta attuando l’unione bancaria in modo da riorganizzare e gestire su scala europea l’intero sistema finanziario. Sulla prossima tappa dell’integrazione Merkel e Draghi sono in perfetta sintonia: dopo l’unione fiscale e quella bancaria, è all’ordine del giorno la governance comune delle riforme di strutture, quelle necessarie per elevare la capacità concorrenziale dell’economia dell’UE rimuovendo tutte le ‘rigidità’ dei mercati, innanzitutto di quello del lavoro. A Londra il 9 luglio 2014 nel commemorare Tommaso Padoa-Schioppa, Draghi ha detto: il “nostro futuro è in una maggiore integrazione, non nella rinazionalizzazione delle nostre economie”. Di questo discorso, che meriterebbe un ampio commento per la vastità dei temi discussi, faccio rilevare l’insistenza sulla necessità di realizzare sotto la regia dell’UE le riforme di struttura – oltre al mercato del lavoro, la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, la realizzazione delle grandi reti infrastrutturali europea, una comune politica energetica, il nuovo trattato di libero scambio con gli USA. Che Draghi sia attivo per raggiungere questi obiettivi risulta chiaro da tutti i suoi ultimi interventi. Nel suo discorso al PE il 14 luglio, nel suo speech introduttivo della conferenza stampa del 7 agosto, nella relazione tenuta a Jackson Hole il 22 agosto ha battuto su due chiodi: il consolidamento fiscale con la governance centralizzata delle politiche pubbliche, e la governance sovranazionale delle riforme di struttura 9.

 

La strategia di integrazione come risposta alla Grande Recessione − attraverso l’unificazione sempre più stretta dei mercati del lavoro, dei capitali, delle merci e dei servizi, attraverso le filiere produttive europee e attraverso una sempre più consolidata governance sovranazionale − è portata avanti dall’insieme delle élite europee e non solo da quelle tedesche. E in questo quadro non è affatto azzardato parlare di un nuovo  asse tra Merkel e Draghi, tra la Cancelliera del più potente dei Paesi membri e il Presidente della BCE, la più potente istituzione dell’UE.

Di Franco Russo
Da Alternative per il socialismo, n. 33

NOTE
1. Mark Gilbert, European Integration, New York 2012, p. 26;
2. Tommaso Padoa-Schioppa, The Road to Monetary Union in Europe, Oxford 1994, pp. 7 e 127;
3. Tommaso Padoa-Schioppa, The Euro and Its Central Bank, Cambridge and London 2004, p. 19;
4. Giuseppe Allegri - Giuseppe Bronzini, Sogno europeo o incubo, Roma 2014, pp. 75-76;
5. la Repubblica, 18 luglio 2014;
6. il manifesto, 20 giugno 2014;
7. il Sole 24ore, 12 luglio 2014;
8.v. il Sole 24ore, rispettivamente del 25 giugno e  del 24 maggio 2014;
9. gli interventi di Mario Draghi sono tutti pubblicati sul sito della BCE, www.ecb.europa.eu.

 


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